![]() ![]() La biografia | Edward Carey Observatory Mansions "Entrammo dunque nel Tempo dei Ricordi, strano tempo nel quale noi inquilini di Observatory Mansions fummo costretti ad assimilare rimembranze che venivano estirpate da ciascuno di noi affinché bussassero alle porte altrui, svolazzassero per le stanze, si insinuassero nelle nostre narici mentre dormivamo". Una fatiscente dimora vittoriana trasformata per necessità economiche, dagli ultimi discendenti della tarata famiglia che l'ha costruita, in un condominio claustrofobico, ricetto di personaggi stravaganti e dissennati: questo lo scenario allestito da Edward Carey, trentenne londinese disegnatore e autore teatrale, per il suo romanzo d'esordio, Observatory Mansions, un gioiello anomalo che si può leggere sia come metafora delle paranoie contemporanee, sia come un'escursione fantastica nel mondo delle fiabe. La voce narrante è quella di Francis Orme, disadattato rampollo di una stirpe in estinzione, una sorta di Peter Pan postmoderno la cui "Isola che non c'è" sembra una proiezione di modelli beckettiani o di George Perec. I suoi genitori abitano con lui, ma siccome ciascuno dei due crede di vivere in un'epoca diversa, non s'incontrano mai. Quasi un rovescio del personaggio di Barrie, Francis invece di volare ha scelto l'immobilità: di mestiere fa la statua vivente a un angolo di strada, e rifiuta ogni contatto col mondo circostante indossando perennemente immacolati guanti bianchi. Anche gli altri quattro abitanti superstiti di Observatory Mansions tengono a bada come possono i propri fantasmi interiori: c'è chi vive attraverso la TV, chi si trasforma in cane, chi suda incessantemente, chi uccide. Come in ogni favola, anche se tra il gotico e il noir come questa, il lieto fine arriva con l'amore. Sarà una nuova inquilina, non meno problematica ma capace di aprirsi agli altri e animata da una strenua voglia di vivere, a portare alla luce in ciascuno insospettate risorse, scardinando i meccanismi distruttivi e restaurando un accettabile rapporto con la realtà. Un mondo a sé stante, quello inventato da Carey, una stanza dei giochi per sé e i lettori, in cui bisogna accettare le sue regole e lasciarsi trasportare dalla sua forza visionaria a vivere avventure dell'inconscio.
Observatory Mansions di Edward Carey Di Daniela Pizzagalli |
| le prime pagine ------------------------ |
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L'arrivo
Affittato. Tra una settimana. Un semplicissimo bigliettino che ci riempì di paura. Ad affiggerlo era stato il Portiere. Il Portiere sapeva cosa ci premeva sapere: ci premeva sapere chi fosse la persona che intendeva affittare l'appartamento 18. Il Portiere si era premurato di affiggere quel bigliettino perché sapeva che così ci avrebbe turbato. Avrebbe potuto astenersi, avrebbe potuto non fare niente, e al settimo giorno saremmo rimasti di stucco sentendo rumore di vita nell'appartamento 18. E invece ci aveva avvertito, sapendo che così ci avrebbe turbato. Il suo unico scopo era turbarci. Sapeva che ciascuno di noi avrebbe passato quella settimana tormentandosi sull'identità della misteriosa persona che avrebbe occupato l'appartamento 18, e che quell'informazione sarebbe rimasta suo patrimonio segreto, poiché il Portiere non parlava con nessuno. Il Portiere apriva bocca soltanto per sibilare. Se ci avvicinavamo troppo, il Portiere sibilava. Quel sibilo significava: Andate via. E noi acconsentivamo volentieri. Non era piacevole avvicinarsi troppo al sibilo del Portiere. Non era piacevole avvicinarsi troppo al Portiere. Sicché, se ci fossimo azzardati a chiedergli qualcosa sul nuovo inquilino, la risposta sarebbe stata un sibilo. Andate via. Ci toccava aspettare. E aspettare era la cosa che odiavamo più d'ogni altra. L'ansia era letale per i nostri cuori malandati. Non ci restava che immaginare il futuro inquilino dell'appartamento 18 per un'intera settimana. E per un'intera settimana fummo terrorizzati. Dormivamo poco. Ci scoprivamo a vicenda appostati davanti all'appartamento 18, come se il semplice trovarci in quella specifica porzione d'edificio che tanto ci riempiva d'inquietudine potesse farci immediatamente capire che tipo di persona stesse per occuparla. Allora, quando ci sorprendevamo davanti all'appartamento 18, sgattaiolavamo via, pieni di vergogna. Talvolta, invece, quando li davanti nessuno ci scopriva e noi non scoprivamo nessuno, riuscivamo a entrare nell'appartamento, ma vi trovavamo immancabilmente il Portiere, un Portiere intento a pulire, accanito a pulire, che subito ci scacciava a furia di sibili. E noi correvamo a rintanarci in casa, tremanti. © 2002 RCS Libri Editore | |
| biografia dell'autore ------------------------ | |
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Edward Carey, nato nel 1970, è autore di numerose opere teatrali, nonché illustratore di talento. Observatory Mansions è il suo primo romanzo.
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31 gennaio 2003