RIFLESSIONI SULLA GUERRA

Joachim Fest
La Disfatta
Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich

"Se la guerra sarà perduta, anche il popolo sarà perduto. Non è assolutamente necessario preoccuparsi di salvare quanto occorre perché il popolo tedesco sopravviva. Al contrario! È molto meglio che si sia noi stessi a distruggere tutto, anche questo minimo."

Adolf Hitler



In questi giorni si è spesso rievocato, nei giornali o in varie trasmissioni televisive, l'Olocausto e la tragica scelta della "Soluzione finale": milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento, forni crematori, cadaveri trattati come oggetti, massacro di zingari, omosessuali, avversari politici... Questa follia animalesca lascia ancora sconvolti e va perennemente ricordata e ricollegata ad altri, più recenti, orrori che la guerra porta con sé (donne stuprate e uccise, bambini colpiti dalle mine, case devastate, popolazioni inermi vittime dei bombardamenti...) e deve fungere da monito per chi parla di guerra descrivendola nuovamente come "igiene del mondo". Ma ugualmente allibiti e turbati lascia la visione della Germania dell'immediato dopoguerra: nazione completamente annientata, cumulo di macerie e di morte, spettrale simbolo del male che si ritorce su di sé. E questo paese era stato azzerato non solo dalle bombe dei vincitori, ma dalle stesse mani di chi lo aveva guidato nel delirio e condotto alla catastrofe.
E appunto di "catastrofe nazionale" si parla alludendo al marzo 1945, e agli ordini che un Hitler consapevolmente sconfitto aveva dato ai suoi uomini annichiliti e fino all'ultimo incapaci di sottrarsi alla sua ormai esplicita follia distruttiva. Questo saggio di Fest (che a lungo è rimasto in testa alle classifiche di vendita tedesche) ricostruisce con precisione di analisi, ricchezza di fonti e intensità di pathos gli ultimi drammatici giorni del Führer all'interno del bunker e i suoi deliranti ordini.
Prima di questo testo il solo Hugh Trevor-Roper, recentemente scomparso, aveva scritto un vero caposaldo della ricerca storica contemporanea, Gli ultimi giorni di Hitler, uscito nel 1947, in cui veniva dimostrato che il Führer era morto suicida, tacitando il dubbio che si stava diffondendo che fosse sopravvissuto alla caduta della Germania. In questo che è stato definito "un ritratto claustrofobico e tacitiano", dimostrò non solo il suicidio di Hitler, avvenuto il 30 aprile 1945, ma anche le circostanze della sua morte e i meccanismi del regime.
Nel suo recentissimo saggio Fest allarga a vari campi l'analisi del periodo, osservando anche la società civile o gli uomini che interagirono in quei giorni con il Führer, anche solo con brevi ma significative notazioni: ad esempio il numero di suicidi tra la popolazione civile fu altissimo, e non solo tra chi era in qualche modo compromesso con il regime, questa vera "epidemia" non cessò con la fine della guerra tanto che nel mese di maggio del 1945 si registrarono oltre settecento suicidi nella sola Berlino. Il crollo del Terzo Reich aveva infatti rappresentato per tanti tedeschi sia l'angoscia di un marchio di infamia indelebile, sia la fine di un intero sistema di valori, e questo brillante e leggibilissimo saggio sa ricostruire con grande precisione un periodo della storia recente di cui ancora viviamo, e non solo in Europa, le conseguenze.

La disfatta. Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich di Joachim Fest
Titolo originale: Der Untergang
Traduzione di Umberto Gandini
167 pag., Euro 16.00 - Edizioni Garzanti (Collezione Storica)
ISBN 88-11-69292-X

Le prime righe

Nella storia recente non c'è avvenimento catastrofico che possa essere paragonato alla fine del Terzo Reich nel 1945. Mai in precedenza il tracollo di un impero aveva comportato la cancellazione di tante vite umane, la distruzione di tante città, la devastazione di interi territori. A ragione Harry L. Hopkins, consigliere di entrambi i presidenti statunitensi durante la guerra, evocò di fronte alle macerie di Berlino un'immagine della storia antica: la distruzione di Cartagine.
Quello che passarono e soffrirono coloro che vissero quei giorni non furono solo gli orrori inevitabili d'una sconfitta, accentuati dal potere distruttivo delle guerre moderne. Sembrò piuttosto che nell'agonia che cancellò l'impero di Hitler fosse all'opera una forza deliberata che fece di tutto non solo perché la sua tirannia cessasse, ma perché addirittura affondasse con lui l'intero paese. Hitler aveva detto, fin da quando era andato al potere, e poi di continuo ripetuto, che non avrebbe mai capitolato; e nei primi giorni del 1945 aveva ribadito al suo aiutante di campo della Luftwaffe: "Sì, noi potremo andare a picco. Ma trascineremo con noi un mondo".
Hitler sapeva da tempo che la guerra era perduta. Le sue prime ammissioni risalgono al novembre del 1941. Però continuò a disporre di una forza sufficientemente rovinosa. Dietro agli appelli alla resistenza e alle sollecitazioni alla difesa a oltranza degli ultimi mesi non si può non cogliere una specie di tono di giubilo, come quello per esempio che erompe dallo sfogo di Rebert Ley al cospetto della devastazione di Dresda: "Tiriamo quasi un sospiro di sollievo! Ora è finita! Ora non saremo più distratti dai [...] monumenti della cultura tedesca!". Goebbels parlò per parte sua delle "mura infrante di una prigione", ora "ridotte a un ammasso di rovine".

© 2002 Garzanti Libri Editore


L'autore

Joachim Fest è nato a Berlino nel 1926. Studioso rel Reich e biografo di Hitler, è stato a lungo direttore editoriale della "Frankfürter Allgemeine". Tra i suoi libri ricordiamo La libertà difficile (1992), Il sogno distrutto (1996), Obiettivo Hitler (1996), Speer (2000), e riproposto con una nuova prefazione la monumentale biografia Hitler (1999).


Di Grazia Casagrande


31 gennaio 2003