NARRATIVA ITALIANA

Giancarlo De Cataldo
Romanzo criminale

"La Patria è minacciata dalla teppaglia rossa. Le zanne scarlatte dei bolscevichi sono pronte a spolparsi la Nazione. La Democrazia cristiana inciucia coi cosacchi, che scalpitano per abbeverarsi in piazza San Pietro: si vede che la lezione di Moro non gli è bastata."

Uscito un po' in sordina Romanzo criminale va ad aggiungersi al nutrito elenco di libri che emergono dopo tempi lunghi, che hanno bisogno di essere masticati lentamente e che si dimostrano non meteore ma titoli "da catalogo". La critica ha immediatamente amato quest'opera densa, piena, complessa, la cui storia principale si fonde e mescola con altre interagendo continuamente con la realtà e i cui personaggi risultano in numero tale da richiedere un elenco da tenere sempre sott'occhio, stampato sul risvolto di copertina. Chi sono i criminali che tentano di impossessarsi di Roma, che tramano con parti deviate della politica giocando con occulti poteri? Si percepisce ampiamente la conoscenza diretta di molte delle realtà più o meno deviate e devianti che vengono descritte. L'autore è, ricordiamolo, Giudice presso la Corte d'Assise di Roma, e nei dialoghi, che costituiscono uno dei punti di forza della narrazione, si riconoscono competenze non superficiali e approfondimenti lessicali precisi. Ma soprattutto quello che vuole presentarsi come un "semplice" giallo si dimostra il romanzo meditato e attento di una Italia deviata, occulta, "paludosa", di uno stato che si allea nascostamente con le forze che sembra combattere alla luce del sole.

Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo
628 pag., Euro 14.50 - Edizioni Einaudi (Einaudi Tascabile. Stile Libero n.1024)
ISBN 88-06-16096-6

Le prime righe

Prologo
Roma, oggi

Se ne stava rannicchiato fra due auto in sosta e aspettava il prossimo colpo cercando di coprirsi il volto. Erano in quattro. Il più cattivo era il piccoletto, con uno sfregio di coltello lungo la guancia. Tra un assalto e l'altro scambiava battute al cellulare con la ragazza: la cronaca del pestaggio. Menavano alla cieca, per fortuna. Per loro era solo un gran divertimento. Pensò che potevano essergli figli. A parte il negro, si capisce. Pischelli sbroccati. Pensò che qualche anno prima, solo a sentire il suo nome, si sarebbero sparati da soli, piuttosto che affrontare la vendetta. Qualche anno prima. Quando i tempi non erano ancora cambiati. Un attimo fatale di distrazione. Lo scarpone chiodato lo prese alla tempia. Scivolò nel buio.
- Annamo, - ordinò il piccoletto, — me sa che questo non s'alza più!
Ma si alzò, invece. Si alzò che era già buio, con il torace in fiamme e la testa confusa. Poco più avanti c'era una fontanella. Si ripulì del sangue secco e bevve una lunga sorsata d'acqua ferrosa. Era in piedi. Poteva camminare. Per strada, automobili con lo stereo a tutto volume e gruppi di giovani che giocherellavano col cellulare e schernivano il suo passo sbilenco. Dalle finestre le luci azzurrine di mille televisori. Poco più avanti ancora, una vetrina illuminata. Si considerò nel riflesso del vetro: un uomo piegato, il cappotto strappato e macchiato di sangue, pochi capelli unti, i denti marci. Un vecchio. Ecco cos'era diventato. Passò una sirena. D'istinto si appiatti contro il muro. Ma non cercavano lui. Nessuno più lo cercava.
— Io stavo col Libanese! — mormorò, quasi incredulo, come se si fosse
appena appropriato della memoria di un altro.


© 2002 Giulio Einaudi


L'autore

Giancarlo De Cataldo, 46 anni, vive a Roma. Giudice presso la Corte d'Assise, ha scritto romanzi, racconti, saggi, testi teatrali.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


17 gennaio 2003