NARRATIVA ITALIANA

Giovanni De Feo
Il Mangianomi

"L'uomo senza nome rimase disteso. Nella caverna non c'era più nulla, come nulla c'era dentro di lui. Nemmeno il neonato più innocente, la pietra più inanimata erano vuoti come l'uomo senza nome."

Un romanzo rivolto a tutti coloro che amano una narrativa che cerchi strade nuove, che utilizzi strumenti comunicativi non solamente linguistici, che sappia porre in campo l'elemento fantastico, ma che evochi anche riflessioni profonde: si può ritrovare molto di tutto ciò nel primo romanzo di un giovane scrittore romano, Giovanni De Feo. Rivolto tanto ai più giovani quanto agli adulti il volume rientra in quella nuova categoria di opere (che tanto successo hanno nel mondo anglosassone) che non intendono più tracciare un chiaro limite tra la narrativa per ragazzi e quella per gli adulti. Il titolo del romanzo è "Il Mangianomi" che evoca già il tema del libro: un mostro divora i nomi delle cose e delle persone. Bisogna sconfiggerlo, perché la vita umana è densa di "nomi" e perderli significa distruggere noi stessi che siamo "fatti di parole", parole che rappresentano ricordi, idee, emozioni, individui. Contro il mostro si batte un cacciatore con i suoi straordinari cani e il territorio di questa battuta di caccia ossessiva saranno luoghi orridi, pieni di stregonerie in cui gli elementi naturali sono animati da una vita maligna. Magubalik, il cacciatore, giungerà fino alla terra da cui proviene il mostro.
Le illustrazioni di Carmine di Giandomenico, in un rigoroso bianco e nero, accrescono l'atmosfera di drammatica tensione del romanzo.

Il Mangianomi di Giovanni De Feo
Illustrazioni di Carmine di Giandomenico
207 pag., Euro 12.00 - Edizioni e/o (Il Baleno)
ISBN 88-7641-520-3

Le prime righe

Capitolo primo
Il Mangianomi

Il Mangianomi arrivò nel Ducato di Acquaviva un giorno di autunno. Il primo ad accorgersene fu il Barone di Spargifiume.
Il Barone Turciuto di Spargifiume era un omone grosso la cui pappagorgia sormontata da baffi neri gli dava qualcosa del tricheco e qualcosa dell'orango. Il nobile vestiva di fustagno nero, un cappello piumato, al cinturone un paio di moschetti. Più che un nobile pareva un bandito, che a incontrarlo di notte un contadino sarebbe morto di spavento.
Quella notte, come di consueto, era andato per cantine e taverne fino a tardi e solo adesso se ne rincasava in groppa a Urri, il suo cavallo bianco.
Ci voleva un bel po' di coraggio ad andare in giro a quell'ora, in una notte in cui sembrava che Dio avesse cominciato a piangere per i peccati del mondo. Pioveva, di quella pioggia fitta che trasforma i contorni delle cose, tanto che i fusti delle vigne parevano vecchi chini nel freddo a contarsi le ossa dei piedi. L'effetto dell'alcol si era già dissolto nel freddo e il barone malediceva l'impulso che lo aveva costretto a uscire per soddisfare il gusto del vino e della buona compagnia. Tutto ciò che desiderava adesso era entrare nel palazzo, liberarsi del mantello fradicio e farsi servire un arrosto di montone con un po' di fave lessate.

© 2002 e/o Editore


L'autore

Giovanni De Feo è nato a Roma nel 1973 e questo è il suo primo romanzo.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


10 gennaio 2003