ESPLORARE LE ARTI

Roland Barthes
Sul teatro

"Ho sempre amato molto il teatro, eppure non ci vado quasi più. È un voltafaccia che insospettisce anche me. Cosìè accaduto? Quando è accaduto? Sono cambiato io o è cambiato il teatro? Non lo amo più o lo amo troppo?"

Roland Barthes



Quasi del tutto sconosciute le pagine di Barthes dedicate al teatro sono invece una parte rilevante della sua produzione critica, frutto di una indagine intransigente che questo intellettuale riuscì a compiere grazie all'esperienza "militante", la unica da lui praticata, nel gruppo della rivista Théàtre populaire. Vera passione (in gioventù fu attore, traduttore, animatore e regista di un gruppo teatrale amatoriale), oltre che materia di studio, il rapporto con il teatro venne troncato bruscamente nel 1961 per delusione intellettuale o forse per troppo amore, come lui stesso ebbe a dire.
Fortemente polemico nei confronti delle istituzioni, ma ugualmente duro nei confronti del pubblico parigino acquiescente e perbenista: contro questa mediocrità ebbe a prospettare l'idea di una "tragedia antica" libera dalla deriva borghese e capace di un atto plastico puro. Assunse fin dai primi momenti un ruolo di primo piano nella rivista Théàtre populaire che da subito si era contrapposta alla commercializzazione del teatro francese contemporaneo. La scoperta più illuminante fu comunque quella del Berliner Ensemble di Brecht e il teatro brechtiano divenne per lui uno "spazio d i libertà" ineguagliabile. Dopo gli anni, tra il 1954 e il '57, dello "scompaginamento" che Brecht aveva portato sulle scene francesi, vi fu un progressivo ma inarrestabile distacco di Barthes dall'interesse teatrale tanto che la collaborazione con Théàtre populaire, e in generale la sua attività critica in questo settore, cessò definitivamente nel 1961.

Sul teatro di Roland Barthes
Curatore Marco Consolini
292 pag., Euro 20.00 - Edizioni Meltemi (Biblioteca n.11)
ISBN 88-8353-188-4

Le prime righe

Testimonianza sul teatro

Ho sempre amato molto il teatro, eppure non ci vado quasi più. È un voltafaccia che insospettisce anche me. Cos'è accaduto? Quando è accaduto? Sono cambiato io o è cambiato il teatro? Non lo amo più o lo amo troppo? Quando ero adolescente, a partire dai quattordici anni, ho frequentato i teatri del Cartel. Andavo regolarmente ai Mathurins e all'Atelier a vedere gli spettacoli di Pitoëff e di Dullin (più raramente quelli di Jouvet e Baty); mi piaceva il repertorio di Pitoëff e adoravo Dullin come attore, perché non incarnava i suoi ruoli: era il ruolo che raggiungeva il respiro di Dullin, sempre lo stesso, qualsiasi cosa recitasse. Ritrovavo, del resto, la stessa virtù in Pitoëff e in Jouvet: erano tutti attori di dizione, non nel senso solenne della parola, ma per il fatto che parlavano una lingua strana e suprema (si può ancora cogliere nei film di Jouvet), la cui qualità costitutiva non era né l'emozione né la verosimiglianza, ma solo una sorta di chiarezza appassionata. Amo gli attori che recitano tutti i loro ruoli nello stesso modo, se questo modo è al contempo caldo e chiaro. Non amo che un attore si travesta, ed è forse questa l'origine del mio dissidio con il teatro. Ho ritrovato un riflesso di questa arte della dizione solo in Jean Vilar.

© 2002 Meltemi Editore


L'autore

Roland Barthes (1915-1980) è stato uno dei maggiori studiosi di semiologia e comunicazione contemporanei. Ha insegnato all'École des Hautes Études en Sciences Sociales e al Collège de France e ha collaborato con le più importanti riviste di letteratura e di critica della cultura. Tra i suoi più famosi saggi: Miti d'oggi (1957), Il piacere del testo (1975), Frammenti di un discorso amoroso (1977), La camera chiara (1980).


18 dicembre 2002