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Elisabetta Rasy
Tra noi due

"Di tutte le difficoltà della mia vita di allora, miseria precarietà oscuri retroscena familiari, la più penosa era la bizzarra e fragile natura dei miei capelli e la loro insopportabile ribellione quotidiana. Penavo che col passare del tempo passasse anche la fatica di riconoscersi invece mi sono resa conto che non è vero, quella immagine detta io ci è sempre straniera."

Il colloquio tra Elisabetta Rasy e i suoi lettori, il parlare pieno di confidenza e semplicità a cui la scrittrice ci ha abituato, ritorna in quest'ultimo romanzo. Tra noi due racconta la vita della protagonista narratrice nella Roma in rapida trasformazione (come tutta l'Italia e come tutto il mondo) degli anni che vanno tra il 1960 e il 1967. Vero momento di passaggio da una cultura provinciale e quasi contadina, a una apertura sul mondo e su problematiche più generali che coinvolge per la prima volta anche i giovani e gli adolescenti che si fanno improvvisamente attori sociali. Il boom economico ha già modificato alcuni assetti, ma l'ambiente di piccola borghesia colta che qui viene riprodotto non sembra aver avuto sostanziali trasformazioni nelle abitudini di vita: il solo accenno all'apparizione della televisione o dell'auto nuova entra in modo non significativo nel discorso. Sono alcune figure femminili a lasciare un'impronta incancellabile nella psicologia adolescente della protagonista, la bella madre così "fuori dagli schemi", così diversa dalle altre madri di amici ed amiche, con un rapporto con il vestire tutto simbolico e quasi "astratto", e l'insegnante di francese Emilia Starita su cui si fissa in modo preponderante l'interesse della scrittrice. La timida e ancora infantile protagonista resta ammirata e incantata da quell'insegnante che veste in modo tanto diverso dalle colleghe che sono perennemente appiattite e uniformate da insignificanti e anonimi abiti. Anche il rapporto che Emilia sa instaurare con gli studenti indica una personalità forte ma non aggressiva, dominato com'è da una rispettosa disinvoltura e dal non voler entrare mai nelle vite private dei suoi alunni evitando così di creare in loro imbarazzo. La professoressa appare tanto più giovane di quanto sia, è senza una vera età allo sguardo pieno di stima della studentessa e sarà certo lei il personaggio che ricorderemo con più affetto, a lettura conclusa, come se quel suo mondo privato, così gelosamente custodito nella riservatezza del comportamento ci apparisse più intenso e ricco di quello di altre donne che hanno attraversato tanti amori e innumerevoli esperienze. Le lettere mai spedite all'uomo amato e sposatosi con un'altra, di cui veniamo a conoscenza nell'ultima parte del libro, rappresentano simbolicamente il carattere stesso di Emilia, in cui convivono intensità di sentire e rispetto per le scelte altrui. Da questa donna, che scomparirà senza spiegazioni dalla scuola e dalla quotidianità dei suoi allievi, la narratrice sembra trarre delle lezioni di vita mai dichiarate, ma forse determinanti nella sua crescita. Così l'assenza di un padre, di cui si ricordano con affetto e senza alcun astio, solo le cartoline spedite frequentemente dalla Francia, non sembra determinante nell'equilibrio affettivo di questa bambina che sta diventando ragazza, compensata com'è da un altro universo affettivo: la nonna, la madre, le amiche, l'apparizione del primo amore e appunto la professoressa di francese Starita. Tutto è sereno, l'impatto con la morte, le delusioni e le aspettative, tutto è assimilato in un equilibrio che forse solo la memoria sa dettare.
Un libro da leggere con attenzione per coglierne le sfumature emotive, la sensibilità descrittiva e la notevole limpidezza di linguaggio.

Tra noi due di Elisabetta Rasy
193 pag., Euro 15.00 - Edizioni Rizzoli (Scala italiani)
ISBN 88-17-87085-4

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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uno


Quando mia nonna morì, il 3 gennaio del 1974, avevo da poco comprato una borsa. Era una borsa di nappa nera, molto grande, rettangolare, una specie di cartella piatta e morbida. Ero sicura di non aver mai posseduto una borsa così bella, così importante. Ed ero anche sicura che a mia nonna sarebbe piaciuta molto. Mia nonna Adele non era una signora frivola e, sebbene avesse una grazia leggera e un'eleganza di passero fuggitivo, non era neanche una signora ma una vecchietta che, da quando la ricordavo, vestiva sempre di nero e di grigio - non portava nemmeno il marrone, o il bordeaux, o il verde scuro. Vestiva come una vecchia donna di campagna ai primi del Novecento, l'epoca in cui aveva più o meno vent'anni. Aveva un unico debole relativo alla moda e all'abbigliamento: i cappelli, e, appunto, le borse. Per mesi, dopo la sua morte, non potevo darmi pace di non aver fatto a tempo a mostrarle la borsa di nappa. In quell'inizio del 1974 molte cose erano cambiate nella mia vita e altre stavano cambiando, senza che io afferrassi davvero la natura e il significato del cambiamento. Anche il mondo si era fatto confuso e meno luminoso ai miei occhi, si profilava all'orizzonte l'ombra scura e indistinta dell'età adulta.
In realtà quella borsa - che separava per sempre, come un sigillo definitivo, lo sguardo di mia nonna dal mio e mi raccontava, per la prima volta da molto vicino, la morte - non era tanto simile alle sue borse che erano di pelle più rigida, un vitello nero foderato di uno scamosciato chiaro e profumato, oppure, se morbide, più cave, più panciute, come quella, arricciata attorno alla chiusura, anche piuttosto sensuale e esuberante, e dunque del tutto in contrasto con la situazione, che appare in primo piano nella foto che la ritrae con un suo amico gesuita, un uomo in odore di santità ma che poi non fu mai fatto santo, che andava spesso a trovare, talvolta portandomi con sé, nella chiesa di Sant'Ignazio. In realtà la borsa piatta di nappa nera che non potevo guardare senza pensare agli occhi chiusi per sempre di mia nonna, non era simile alle sue borse quanto a quelle - o a quella che avevo in mente - della signorina Starita.

Emilia Starita entrò in classe non proprio all'inizio dell'anno scolastico, i primi di ottobre. Non so se fosse indisposta, come allora si diceva, o dovesse finire uno dei suoi viaggi di studio - quei viaggi, non ultimi tra i suoi segni d'elezione - ma non la vedemmo fino alla metà del mese. Gli altri professori erano quelli dell'anno precedente, cioè l'anno della prima media. Allora la lingua straniera si cominciava a studiare soltanto in seconda, per continuare poi fino al quinto ginnasio: quattro anni in tutto per renderci poliglotti e cittadini del mondo moderno, mentre eravamo molto più curati come poliglotti e cittadini del mondo antico, con gli otto anni di latino - dalla prima media al terzo liceo - e i cinque di greco - dal quarto ginnasio al terzo liceo.
Nel mio caso la lingua straniera era il francese. Mia madre aveva deciso così, forse un ultimo residuo di fedeltà al marito abbandonato, mio padre che parlava il francese come l'italiano, e che glielo aveva insegnato negli anni della guerra, gli anni del loro amore e del matrimonio, durante le licenze. Sebbene il francese fosse allora la lingua del nemico era anche la lingua della allegra giovinezza a Parigi con il nonno, o nei collegi dove si coltivava il corpo più che lo spirito e la loquacità senza frontiere, e ci si addestrava alla difficile arte del buon umore come estremo blasone della cortesia. Douce France, dolce amore, dolce lingua, tu vois, j'ai n'ai pas oublié la chanson que tu me chantais... pas oublié, be' un po' sì che l'aveva scordata mia madre quella canzone, ma non del tutto, non proprio del tutto. Tanto che non ebbe dubbi e mi iscrisse in una sezione della media T. Tasso dove, dopo un primo anno di grigia e spenta malinconia scolastica, ravvivato solo dalle ferree stranezze del latino, in quello successivo, e cioè il 1959-1960, in seconda appunto, avrei studiato il francese. Appunto, con la signorina Starita.

© 2002 RCS Libri

biografia dell'autrice
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Elisabetta Rasy vive e lavora a Roma. Ha pubblicato romanzi e racconti: La prima estasi (1985), Il finale della battaglia (1988), L'altra amante (1990), Mezzi di trasporto (1993), e Ritratti di signora (finalista al Premio Strega 1995), Posillipo (Premio selezione Campiello 1997, Premio Napoli 1997), L'ombra della luna (Premio Donna città di Roma 2000, Premio nazionale letterario del libro d'amore 2001).
Proponiamo l'intervista con l'autrice


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29 novembre 2002