ITALIAN STYLE

Emilio Tadini
Eccetera

"Potrei aggiungere eccetera. Del resto non è mica brutta, come parola, se ci pensi. Vuol dire che sei abbastanza modesto da ammettere che ce la fai solo fino a un certo punto ma anche abbastanza sveglio da capire che il mondo è un bel po' più grande di te, da capire insomma che devono esserci almeno un altro paio di Americhe più tre o quattro Cine. Bellissime, dietro l'angolo."

La scrittura di Tadini era come la sua pittura: brillante, colorata, sorprendente, cruda, violenta, iperreale eppure metafisica, anche quando si legava alla normalità del quotidiano e alla critica della contemporaneità. L'arte l'ha accompagnato in tutta l'esistenza, sino alla morte, avvenuta proprio nel momento in cui, ultimata la revisione delle bozze, avrebbe potuto godere ancora una volta del piacere della pubblicazione di un lavoro tanto amato e sofferto. Il romanzo si annoda attorno alle figure di quattro giovani che, come tanti altri, vagano tra le discoteche del Nord in una qualsiasi notte, su una vecchia automobile. A guidare è Toro Seduto, un gradasso che si fa forza dell'imponente massa fisica; al suo fianco è Donna del Mare, la cui femminilità è già espressa chiaramente nel nome; alle loro spalle Filo di Voce, una ragazza piuttosto lagnosa e sdolcinata e Mario, la voce narrante, intensa e altamente critica. Il quartetto incontra in poche ore molti personaggi che rappresentano vari aspetti dell'umanità contemporanea, i molti limiti legati ad essa, la tragicità di un'esistenza senza scopo e senza valori morali, la superficialità e l'incompletezza di chi non sa guardare più lontano. Al termine della notte, ogni cosa è ancora offuscata e Mario, che si è posto domande senza trovare vere risposte, può dire solo che la vita prosegue, con un "eccetera", perché "non si può neanche pretendere di capire sempre tutto".

Eccetera di Emilio Tadini
333 pag., Euro 17.00 - Edizioni Einaudi (Supercoralli)
ISBN 88-06-16401-5

Le prime righe

Genealogia

Io ho avuto un padre giovane.
Se ci penso, era come se mi guardasse da lontano. Ma sempre, anche quando ero lì - che gli sarebbe bastato allungare un dito per toccarmi.
Come fanno più o meno tutti i bambini, credo, che quando le gambe gli si incominciano a allungare è proprio allora che si accorgono che non toccano più e l'acqua gli sta arrivando al mento, io mandavo i miei bravi Sos uno via l'altro. E a chi dovevo mandarli, se non a mio papà?
Ma a quanto pare lui lo teneva sempre staccato, il ricevitore. Aveva altro, per la testa.
Fare il giovane a tempo pieno sembrava che la considerasse l'unica professione non solo decente ma addirittura possibile. Anzi, una vera vocazione. E così - gli era toccato, la storia eccetera - così, giorni, mesi e anni, fin che ne vuoi, ma minuti no, neanche uno, non aveva un minuto da perdere, doveva per forza andare in giro a fare la famosa rivoluzione per cambiare il mondo, lui, e una volta per tutte. Io, intanto, povero figlio di un monaco, con le mie gambe mai abbastanza lunghe, io mi facevo certe bevute...
Adesso capisco perché alla fine, quando, fuori, la rivoluzione era finita senza essere stata fatta, e in casa la mamma era morta, lui, tutte le domeniche, parcheggiava mia sorella da qualche zia e me continuava a portarmi in giro per Milano, come un pazzo, dalla mattina alla sera, e non mi mollava la mano, mai, ne anche per un attimo, e intanto mi guardava sempre in quel modo - da lontano, dico. Stringeva le palpebre, si sforzava... Già, un problema di ottica.

© 2002 Giulio Einaudi editore


L'autore

Emilio Tadini era nato a Milano nel 1927 ed è scomparso da pochi mesi. Pittore apprezzato fin dagli anni Sessanta, ha contato più di 130 mostre personali in Italia e all'estero, fra le quali quella antologica di tutta la carriera a Milano, Palazzo Reale (2001). Come scrittore ha esordito con un poemetto pubblicato sul "Politecnico" di Vittorini. Prima di Eccetera ha scritto quattro romanzi: Le armi l'amore (1963), L'Opera (1980), La lunga notte (1987), La tempesta (1993); oltre a svariati libri di poesia, lavori teatrali e saggi, fra cui ricordiamo La distanza.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


29 novembre 2002