La biografia
La bibliografia

Notizie dalla rete


Gabriel García Márquez
Vivere per raccontarla

"La storia di quegli amori contrastati fu un'altra delle meraviglie della mia gioventù. A forza di ascoltarla raccontata dai miei genitori, insieme o separatamente, me la ritrovai quasi completa quando scrissi Foglie morte, il mio primo libro, a ventisette anni, ma ero pure consapevole che dovevo imparare molto sull'arte di scrivere romanzi."

Attesissima dai lettori di tutto il mondo, capace di creare lunghe file di persone in attesa, per tutta la notte precedente l'uscita, davanti alle librerie spagnole o dell'America Latina, è arrivata anche in Italia l'autobiografia di García Márquez, Vivere per raccontarla: "La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla", dichiara l'autore in apertura del libro per guidare i lettori a cogliere questo aspetto, spesso dimenticato, della sua, come di tutte, le opere di questo genere.
Le prime pagine già ci propongono alcuni dati interessanti: la madre e il forte rapporto con il figlio, le divergenze col padre sulle scelte di studio e di lavoro, l'immagine della scritta Macondo, nome della piantagione di banane che nell'infanzia lo aveva affascinato e luogo dell'immaginario, diventato tale anche per i milioni di persone che hanno letto quel capolavoro che è Cent'anni di solitudine.
Ma è la storia d'amore tra il padre e la madre, contrastato dalla ricca famiglia materna a introdurci pienamente nella narrazione.
La casa dell'infanzia e la sua perdita, i ricordi dei magici natali pieni di illusioni, le figure che la animavano, che l'affetto del ricordo sa rendere vive e Reali. Quindi le difficoltà e la perdita dei capitali familiari, i cinque trasferimenti (dell'intera famiglia e della farmacia paterna) da una città all'altra, i sei figli in nove anni di matrimonio. Quando ricorda le nascite delle sorelle l'autore sa ben riprodurre i sentimenti contraddittori di un bimbo davanti ad un evento per lui piuttosto destabilizzante e nello stesso tempo sa guardare con gli occhi affettuosi del vecchio il bambino che era.
Le liti dei genitori, drammatiche e incomprensibili per un figlio piccolo, vengono ora interpretate come espressioni sia del sentimento potente che li univa, sia dei caratteri di entrambi così forti e diversi. Ma non fu l'irascibilità paterna e la paura che sapeva suscitare nei più piccoli a creare un clima intimorito nella famiglia perché la solarità materna e la sua positività straordinaria diventarono assolutamente dominanti. Ma la vera tragedia esplose invece quando Gabriel dichiarò ufficialmente di voler fare lo scrittore: per il padre sarebbe stata una scelta che meritava il ripudio definitivo, per la madre un dolore attutito dalla promessa filiale di finire almeno il liceo (in cambio avrebbe lei cercato di mediare con il severo marito). Il giovane inizia qualche tempo dopo a scrivere per i giornali e a guadagnare con quei pezzi i primi soldi: proprio pochi davvero per un ragazzo che voleva anche divertirsi. Sono pagine cariche di tenerezza per quel giovane che ama disperatamente scrivere, che ha pochi soldi, che passa dai bordelli alle redazioni dei giornali o delle case editrici con lo stesso incosciente entusiasmo.
Leggere questa autobiografia è anche uno strumento in più per capire i grandi romanzi del premio Nobel colombiano: in fondo tutto (personaggi, luoghi, sogni e fantasie delle sue opere) era già scritto nella sua stessa vita, doveva solo raccontarlo.

Vivere per raccontarla di Gabriel García Márquez
Titolo originale: Vivir para contarla
Traduzione di Angelo Morino
535 pag., Euro 18.60 - Edizioni Mondadori (Scrittori Italiani e Stranieri)
ISBN 88-04-51415-9

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
------------------------
1


Mia madre mi chiese di accompagnarla a vendere la casa. Era arrivata quel mattino a Barranquilla dal paese lontano dove viveva la famiglia e non aveva la minima idea su come trovarmi. Domandando qui e là fra i conoscenti, le indicarono di cercarmi nella libreria Mondo o nei caffè lì accanto, dove mi recavo due volte al giorno a chiacchierare con i miei amici scrittori. Chi glielo disse l'avvertì: "Ci stia attenta perché sono dei pazzi scatenati". Arrivò a mezzogiorno in punto. Si fece strada col suo andare lieve fra i tavoli carichi di libri in mostra, mi si piantò davanti, guardandomi negli occhi col sorriso malizioso dei suoi giorni migliori, e prima che io potessi reagire, mi disse:
"Sono tua madre."
Qualcosa in lei era cambiato e mi impedì di riconoscerla a prima vista. Aveva quarantacinque anni. Sommando i suoi undici parti, aveva passato quasi dieci anni incinta e almeno altrettanti allattando i suoi figli. I capelli le erano incanutiti prima del tempo, gli occhi sembravano più grandi e attoniti dietro le sue prime lenti bifocali, e osservava un lutto stretto e severo per la morte di sua madre, ma conservava la bellezza romana del suo ritratto di nozze, adesso nobilitata da un'aura autunnale. Innanzitutto, ancora prima di abbracciarmi, mi disse col solito stile cerimoniale:
"Vengo a chiederti il favore che mi accompagni a vendere la casa."
Non dovette dirmi quale, né dove, dal momento che per noi ne esisteva una sola al mondo: la vecchia casa dei nonni a Aracataca, dove avevo avuto la buona sorte di nascere e dove non avevo più abitato dopo gli otto anni. Avevo appena abbandonato la Facoltà di Legge dopo dei semestri, dedicati più che altro a leggere quanto mi finiva tra le mani e a recitare a memoria le poesie irripetibili del Secolo d'Oro spagnolo. Avevo già letto, tradotti e in edizioni imprestate, tutti i libri che mi sarebbero bastati per imparare la tecnica di scrivere romanzi, e avevo pubblicato sei racconti in supplementi di giornali, che avevano riscosso l'entusiasmo dei miei amici e l'attenzione di alcuni critici. Il mese successivo avrei compiuto ventitré anni, ero ormai inadempiente rispetto al servizio militare e veterano di due blenorragie, e ogni giorno fumavo, senza premonizioni, sessanta sigarette di tabacco atroce. Alternavo i miei ozi fra Barranquilla e Cartagena de Indias, sulla costa caraibica della Colombia, sopravvivendo come un pezzente grazie a quello che mi pagavano per i miei articoli quotidiani su "El Heraldo", che era meno di niente, e dormivo nella miglior compagnia possibile dove mi sorprendeva la notte. Come se l'incertezza delle mie aspirazioni e il caos della mia vita non bastassero, insieme a un gruppo di amici inseparabili mi accingevo a pubblicare una rivista temeraria e senza mezzi che Alfonso Fuenmayor progettava da tre anni. Cos'altro potevo desiderare?
Più per penuria che per gusto personale anticipavo la moda che si sarebbe diffusa di lì a vent'anni: baffi silvestri, capelli scarruffati, pantaloni di tela jeans, camicie a fiori equivoci e sandali da pellegrino. Nel buio di un cinema, e senza sapere che io ero lì vicino, un'amica di allora disse a qualcuno: "Il povero Gabito è un caso disperato". Sicché quando mia madre mi chiese di andare con lei a vendere la casa non ebbi problemi a dirle di sì. Lei mise in chiaro che non aveva abbastanza denaro e per orgoglio le dissi che mi sarei pagato le mie spese.
Al giornale dove lavoravo non avrei potuto risolvere la situazione. Mi pagavano tre pesos per ogni pezzo e quattro per un editoriale quando mancava qualcuno degli editorialisti fissi, ma mi bastavano appena. Cercai invano di chiedere un prestito, perché il direttore mi ricordò che il mio debito originale ammontava a oltre cinquanta pesos. Quel pomeriggio commisi un abuso di cui nessuno dei miei amici sarebbe stato capace. All'uscita dal caffè Colombia, vicino alla libreria, mi incamminai con don Ramón Vinyes, il vecchio maestro e libraio catalano, e gli chiesi in prestito dieci pesos. Ne aveva solo sei.
Né mia madre né io avremmo neppure potuto immaginare che quell'innocente passeggiata di soli due giorni sarebbe stata così determinante per me, che la più lunga e diligente delle vite non mi basterebbe per finire di raccontarla. Adesso, con oltre settantacinque anni alle mie spalle, so che fu la decisione più importante fra quante dovetti prendere nella mia carriera di scrittore. Ossia, in tutta la mia vita.

© 2002 Arnoldo Mondadori Editore

biografia dell'autore
------------------------

Gabriel García Márquez (Aracataca, 1928) è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982. È autore di Cent'anni di solitudine, Cronaca di una morte annunciata, L'autunno del patriarca, Foglie morte, Nessuno scrive al colonnello, I funerali della Mamá Grande, La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata, La mala ora, Occhi di cane azzurro, Racconto di un naufrago, L'amore ai tempi del colera, Il generale nel suo labirinto, Dodici racconti raminghi, Notizia di un sequestro, e delle raccolte e saggi Taccuino di cinque anni, Scritti costieri, Gente di Bogotà, Dall'Europa e dall'America.


La bibliografia Notizie dalla rete



15 novembre 2002