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Arturo Pérez-Reverte
L'ombra dell'aquila

"Si dà il caso che Murat raggiunse la cima della collina, buttò ai piedi del Nano la mezza dozzina di bandiere russe che i suoi ussari e corazzieri avevano raccolto dal campo di battaglia dopo la carica feroce del 326º di Linea, e dopo il famoso veni, vidi eccetera, con i generali e i marescialli che si mordevano le spalline per l'invidia mentre lo criticavano sottovoce, non ti fa rabbia."

Il momento è favorevole al "personaggio Napoleone": uno sceneggiato televisivo pubblicizzato in ogni città italiana e il romanzo di uno dei più popolari scrittori spagnoli, quel Pérez-Reverte dominatore delle classifiche iberiche.
Ma il Napoleone che viene descritto dall'uno e dall'altro non è lo stesso: epica ed eroica, tragica e sublime la figura che esce dagli schermi televisivi; megalomane e isterica, grottesca e disprezzabile, quella tratteggiata dal soldato spagnolo descritto da Pérez- Reverte.
Il lettore ha, con questo romanzo, una interessante versione dell'eroe leggendario, visto "in soggettiva" dalla truppa, il 326º reggimento di Fanteria di linea, soldati che erano stati forzosamente costretti a combattere (sono milizie frutto dell'alleanza ispano-francese) e che chiamavano il Nano il leggendario condottiero.
Anche altre figure storiche, i cui nomi ognuno ricorda, entrano nell'azione del romanzo e fra queste in particolare quella di Gioacchino Murat. Ma come, irrispettosamente, ce lo presenta il narratore che utilizza un "noi" collettivo, indicandosi come una specie di portavoce dei suoi commilitoni? Come uno sciocco arrivista, un bellimbusto incapace e avido, assetato di potere e notorietà e soprattutto un fatuo adulatore. Questa mancanza di stima e di rispetto per i potenti trova il suo culmine nell'attribuire loro la totale incapacità di leggere quello che sta succedendo sul campo di battaglia: il reggimento di spagnoli avanza verso il nemico per poter essere fatto prigioniero e passare dalla parte avversaria, mentre il Nano e i suoi comandanti interpretano quell'azione come un gesto di straordinario coraggio, un eroismo indomito che spinge ad affrontare i nemici in campo aperto con spregio della propria vita. Molti altri equivoci, molte azioni si intrecciano nella battaglia di Sbodonovo e lo scrittore con abilità sa reggere le fila della doppia lettura dei fatti (quella vera e quella fraintesa) con una leggerezza di tocco e un brio davvero attraenti. Una lettura che dovrebbe divertire in particolare chi non sopporta l'agiografia che circonda il "tiranno" Napoleone, o che nei romanzi di guerra preferisce leggere gli aspetti meno consueti e meno roboanti delle battaglie. Pérez-Reverte è uno scrittore dalla vasta notorietà che ha sempre privilegiato il romanzo d'avventura e quello di argomento storico, che ha trattato con competenza tecniche di duello o di navigazione antica e sfiorato spesso una scrittura da feuilleton popolare. In L'ombra dell'aquila invece la sua penna si fa irridente, la sua filosofia di vita più arguta, la critica alla guerra più bruciante e infine il ruolo lasciato al caso e all'imponderabilità degli eventi danno all'opera maggiore agilità rompendo ogni deterministico legame di causa ed effetto alle vicende della vita.

L'ombra dell'aquila di Arturo Pérez-Reverte
Titolo originale: La sombra del águila
Traduzione di Silvia Sichel
122 pag., Euro 10.00 - Edizioni Marco Tropea (I Mirti)
ISBN 88-438-0356-5

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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1

Il fianco destro


Era lì, in piedi sulla collina, e Sbodonova bruciava all'orizzonte. Era lì, piccolo e grigio con il suo mantello dei cacciatori della Guardia, circondato da piume e galloni, grifalchi e aiutanti di campo, tirando maledizioni a denti stretti, il cannocchiale incastrato sotto un sopracciglio, perché il fumo non gli permetteva di vedere cosa stava accadendo sul fianco destro. Era lì come nelle illustrazioni, calma e sangue freddo, impartendo ordini senza voltarsi, sottovoce, con la feluca calcata, mentre tutt'intorno marescialli, segretari, attendenti e ficcanaso si inchinavano rispettosamente. Sì, Maestà. In effetti, Maestà. Ci mancava altro, Maestà. E annotavano frettolosamente i dispacci su foglietti di carta, mentre staffette a cavallo in uniformi da ussaro stringevano i denti sotto il sottogola del colbacco e si facevano mentalmente il segno della croce prima di spronare il cavallo e scattare di corsa giù per il pendio tra il fumo e le cannonate, portando gli ordini, chi ci arrivava vivo, ai reggimenti della prima linea. La metà delle volte i dispacci erano scarabocchiati talmente in fretta che non ci si capiva un'acca, e gli ordini venivano eseguiti al contrario, e così quel giorno facevamo una bella figuraccia. Ma lui non si scomponeva: continuava a starsene piantato in cima alla sua collina come se fosse in vetta al mondo. Lui sopra e noi sotto a vederne davvero di tutti i colori. Le Petit Caporal, il Piccolo Caporale, lo chiamavano i veterani della sua Vecchia Guardia. Noi lo chiamavamo altrimenti. Il Nano Maledetto, per esempio. O Le Petit Cabron.
Passò il cannocchiale al maresciallo Lafleur, sempre sorridente e untuoso, che gli stava incollato come un'ombra, che gli procurava ora una mappa, ora una scatola di rapè, che gli procacciava senza il minimo imbarazzo delle tipe di lusso nei bivacchi, e bestemmiò in corso, qualcosa del tipo la puttana del Signore, o forse era lasagna di merda di Milano; nel mezzo del baccano delle cannonate era impossibile cogliere nel segno con l'Illustrissimo.
"Qualcuno può dirmi" si era girato verso gli attendenti, pallido e tarchiato, e li fulminava con quei suoi occhietti che quando qualcosa gli andava di traverso sembravano tizzoni ardenti "cosa diavolo sta succedendo sul fianco destro?"
I marescialli cascavano dalle nuvole o fingevano di essere immersi nella lettura delle mappe. Altri, i più esperti, si portavano la mano all'orecchio come se il cannoneggiamento non avesse permesso loro di sentire la domanda. Finalmente si avvicinò un colonnello dei cacciatori a cavallo, giovane e basettone, che era stato di sotto; andata e ritorno e gli occhi sbarrati, senza shako e con l'uniforme verde in stato pietoso, ma in discrete condizioni di salute. A tratti si dava dei buffetti sulla faccia nera di fumo, perché ancora non poteva crederci, di essere ancora vivo.
"L'avanzata sembra aver rallentato, Maestà."
Non era altro che uno spudorato eufemismo. Era come dire, mettiamo: "Luigi XVI si è tagliato facendosi la barba, Maestà". Oppure: "Il principe Ferdinando di Spagna è un uomo dall'onestà discutibile, Maestà". L'avanzata, come ormai sapevano tutti, sembrava rallentata perché di prima mattina l'artiglieria russa aveva massacrato coscienziosamente i due reggimenti di Fanteria di Linea, solo un momento prima che la cavalleria cosacca facesse a fettine, letteralmente, uno squadrone del Terzo reggimento degli ussari e un altro di lancieri polacchi.

© 2002 Marco Tropea Editore

biografia dell'autore
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Arturo Pérez-Reverte è nato a Cartagene, in Spagna, nel 1951. Tra i suoi libri, tradotti in più di venti lingue, ricordiamo: Il club Dumas, La pelle del tamburo, La tavola fiamminga, Il maestro di scherma, Territorio comanche, La carta sferica. Nel 2001 sono stati pubblicati i primi due libri della serie del capitano Alatriste (Capitano Alatriste e Purezza di sangue). Nel Caffè Letterario di libriAlice.it, l'intervista con l'autore.


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27 settembre 2002