MUSICA

Fernanda Pivano, Cesare G. Romana, Michele Serra
De André il corsaro

"Se t'inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori,
lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai e giudicherai da buon borghese
Li condannerai a cinquemila anni più le spese.
Ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
Se non sono gigli son pur sempre figli,
vittime di questo mondo."
                  da La città vecchia di Fabrizio De André

La finalità di questa piccola raccolta di saggi dedicati a Fabrizio De André è dichiarata nelle pagine introduttive di Giovanni A. Cerutti: "con la speranza di riuscire a gettare qualche luce inedita, ma soprattutto a dare ragione del ruolo di Fabrizio De André nella cultura italiana. E di contribuire a mantenerlo vivo".
I testi proposti provengono da un ciclo di incontri intitolato De André il corsaro (da cui è dedotto il nome della raccolta) a esclusione dell'intervento di Fernanda Pivano scritto nel 2001 in occasione dell'attribuzione del Premio Librex-Montale a Bob Dylan e a De André.
Viene dapprima data la traccia dell'iter poetico e intellettuale di questo poeta musicista, e descritta sinteticamente la sua formazione culturale e politica maturata con la lettura dei grandi anarchici e di François Villon, e con l'ascolto delle canzoni di Brassens.
Amato subito dai giovani, meno dalla Rai, il successo di vendite ebbe avvio con l'incisione di La canzone di Marinella da parte di Mina che funse da traino anche per le canzoni interpretate dal loro autore. Coerente per tutta la vita alla sua filosofia e alla sua etica, mantenne un'autenticità ben rara nel mondo dello spettacolo, unita a doti umane profonde tra cui Fernanda Pivano sottolinea la dolcezza di carattere e l'amore sincero per i diseredati della terra (la bontà, come dice la scrittrice, caratterizza gli anarchici e "Fabrizio era un buono, accidenti se era buono"). Come Dylan è poeta autentico, come lui ha orrore per la violenza e solidarietà carica d'amore per i perdenti. Il risentimento e il rancore nei confronti di una società ipocrita, danno forza alla poesia di Bob Dylan, mentre sono la disperazione e una pietà, amara e desolata, ad alimentare la penna di Fabrizio.
Libero dall'ironia che gli è consueta, ma denso di un affetto e di un rispetto insoliti, è il testo di Michele Serra: un debito di riconoscenza lo muove, il tributo dovuto ad un maestro di vita, a chi si considera il proprio riferimento etico e intellettuale negli anni dell'adolescenza.
Quella voce così carica di vibrazioni e di intensità ci accompagnerà negli anni: voce dentro al suo tempo, ma che sa, e saprà sempre, parlare al cuore degli uomini, dei giovani in particolare, di chi ancora non è dominato dal potere e dalla paura, dall'apparire e dal successo, insomma da tutti quei demoni che Fabrizio De André ha sempre combattuto.

De André il corsaro di Fernanda Pivano, Cesare G. Romana, Michele Serra
52 pag., Euro 10.00 - Edizioni Interlinea (Alia 17)
ISBN 88-8212-354-5

Le prime righe

CESARE G.ROMANA

La buona, anzi la cattiva strada

Certi come siamo che Fabrizio De André è stato un grande poeta - e su questo credo non ci siano dubbi - ci si dimentica a volte di dire che è stato anche un grande musicista, magari senza saperlo del tutto, comportandosi come un corsaro impegnato in rotte al di fuori di quelle ufficiali, più comode e battute, che portano diritto ai vertici delle classifiche di vendita (anche se lui in classifica ci andava lo stesso, pur non facendo niente per andarci).
Viene subito in mente Pasolini, con i suoi Scritti corsari, che rappresenta l'essere contro, autonomo, fuori dalle rotte sicure: ma De André è corsaro anche perché sulla copertina di un suo disco fece stampare la frase di un vero corsaro di altre epoche, che disse: "Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare la guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare". C'è un aspetto della poetica e dell'etica di De André che emerge da una delle sue canzoni più emblematiche e anche programmatiche, la cattiva strada, in cui si parla di soldati che abbandonano le armi, piloti senza più stelle per orientarsi, giurati che buttano via la toga o la fascia tricolore, alcolizzati e prostitute, persone non molto simpatiche a certuni, ma che stavano molto a cuore al nostro amico Fabrizio.

© 2002 Edizioni Interlinea



Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


13 settembre 2002