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Giuseppe Pontiggia
Prima persona

"Noi viviamo nell'universo della pubblicità commerciale, dove non esistono la malattia e la morte, tranne che in quella dei farmaci e delle pompe funebri. Ma nei momenti duri della vita gli uomini ritrovano la verità della parola. Sono i momenti euforici a renderli idioti."

La frequentazione con questo autore è proseguita, dopo la coinvolgente lettura di Nati due volte, con le pagine che settimanalmente si potevano gustare nell'inserto culturale de Il Sole 24 Ore, ed è proprio sulla stessa lunghezza d'onda che ci si deve accostare all'ultimo libro di Pontiggia che in parte raccoglie quelle note, completate e arricchite con brani e testimonianze inediti. Una specie di diario, da qui Prima persona, ma non di fatti o eventi specifici, quanto di pensieri, riflessioni, notazioni su episodi occorsi allo scrittore (raramente) o dedotti dalla cronaca, dall'attualità e dalla situazione politica italiana e mondiale. Fatti su cui il pensiero si sofferma in modo più articolato o frasi lapidarie e brucianti: "Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi"; "I grandi scrittori sono in continuo aumento. Quelli che scarseggiano sono gli scrittori"... Molte le considerazioni sulla scrittura, sulla letteratura e sull'arte: la sua vita è così strettamente intrecciata con l'attività intellettuale, di lettore oltre che di scrittore, che è spesso partendo da una citazione o da una sollecitazione letteraria o filosofica che nascono in lui le analisi della realtà contemporanea.
La sollecitazione etica è costante, ma nulla di pedagogico nel suo discorso, e così passione civile e tensione morale incidono sul lettore in modo più profondo perché è la strada dell'ironia quella scelta da Pontiggia (un'ironia che non risponde alla definizione che lo scrittore stesso ne dà nel libro: "Di solito l'ironia, più che un effetto riuscito, è una intenzione mancata") che coglie le contraddizioni anche all'interno di un'area di pensiero che più o meno condivide, ma che vede subire troppo spesso mode o banalizzazioni. Più forte, tanto da rasentare il sarcasmo, l'atteggiamento nei confronti di tanti venditori di fumo, uomini pubblici e "pensatori tuttologi" che nascondono interessi personali o brama di potere sotto una patina di saggezza domestica o di sorridente delirio. Altrettanto energica l'indignazione nei confronti di certo malcostume nazionale o della perdita di alcuni principi fondamentali: "abbiamo abolito la certezza della pena, non ci resta che abolire la certezza della colpa".
Quando però parla dei grandi della letteratura di tutti i tempi, la vastità della formazione culturale e la frequentazione assidua delle opere permette all'autore di tracciare in poche frasi un quadro illuminante di uno scrittore, di un testo o di un pensiero e la serietà della riflessione (mai pedantesca e didascalica) è la chiave della scrittura. Indicativo, e sintesi del suo mondo intellettuale, è l'elogio della lettura che viene tracciato nell'ultima parte del volume a confronto con la recente rivoluzione tecnologica: "Noi dobbiamo piuttosto difendere l'immagine della cultura che il libro esprime rispetto ad altre fonti di sapere. E la lettura come esperienza che non coltiva l'ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura amante degli indugi e dei ritorni su di sé, aperta, più che alle scorciatoie, ai cambi di passo che assecondano i ritmi della mente e vi imprimono le emozioni e le acquisizioni".

Prima persona di Giuseppe Pontiggia
266 pag., Euro 16.00 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-50426-9

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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Risveglio - Accendo la televisione dal letto. Cinque morti nel crollo di una palazzina, un treno deraglia a Marsiglia, l'incidenza delle malattie cardiovascolari sulla mortalità precoce, due impiccati nella stessa mattina in un carcere della Virginia, l'aumento della disoccupazione come fenomeno stabile, bambini di sei mesi impiegati in videotape a luci rosse.
Spengo la televisione. Mi alzo. Sono pronto per uscire.

I numeri della mafia - I 500 latitanti più pericolosi della mafia sono diventati di colpo, nelle dichiarazioni ufficiali, i 30 più pericolosi. Mi pare un progresso.
Non credo abbiano catturato gli altri 470, nonostante i successi innegabili degli anni recenti. Si è evidentemente introdotta una selezione più elitaria e più rassicurante. 30 è pur sempre un numero rispettabile, ma le sottrazioni diventano confortanti: 23, 22, 21. 500 invece alimentava lo sgomento: 493, 492, 491. Non era un plotone di clandestini acquattati nei covi, era un esercito stanziale distribuito sul territorio. Inoltre il superlativo relativo "più pericolosi" proiettava sullo sfondo un numero impressionante di "pericolosi" di grado normale.
Non so come si sia arrivati a questa variazione. Né se esprima una riduzione dei mafiosi liberi. In Italia si preferisce cambiare la nomenclatura anziché la realtà. Certo chi ha introdotto la variante è esperto, se non di mafia, di linguaggio.

Wagner e Garibaldi ad Acireale - Scopro su "Diario" una storia zen che ha come protagonisti Wagner e Garibaldi.
Nell'articolo di Roberto Alajmo sul soggiorno di Wagner a Palermo, tra il 1881 e il 1882, si racconta l'incontro a distanza, avvenuto ad Acireale, tra l'inventore della musica dell'avvenire e l'eroe dei due mondi.
Il treno che trasporta Garibaldi si ferma alla stazione, proprio di fronte all'Hotel delle Terme, residenza temporanea di Wagner.
La folla acclama.
Il compositore in vestaglia scende in strada e chiede al direttore dell'albergo chi è quel vecchio acclamato dalla folla.
Il direttore dell'albergo gli risponde che è l'eroe dei due mondi.
Wagner dice: "Ah!".

A sua volta Garibaldi, vedendo dal treno quella figura venerabile in vestaglia, chiede chi sia.
Gli viene risposto che l'inventore della musica dell'avvenire.
Garibaldi dice: "Ah!".
Nessuno dei due si muove, il treno riparte.

È un evento che nella storia dell'Occidente - come si suole dire per convenzione astronomica - non ha uguali. Due uomini epocali suggellano il loro muto incontro con l'interiezione più arcaica: "Ah!".
Viene così risparmiata ai posteri ogni frase memorabile e ci si limita a un lascito esemplarmente alieno da ogni volontà dimostrativa ("Ah!"), da ogni entusiasmo edificante ("Ah!"), da ogni scoperta della comune matrice storica ("Ah!"), da ogni irrinunciabile impegno, compito o missione ("Ah!"), da ogni abbraccio fraterno ("Ah!").
Ci viene offerta invece l'immagine familiare e dimessa di una curiosità rassegnata ("Ah!"), di una concentrazione distratta ("Ah!"), di una Storia centripeta trasformata in Storia centrifuga ("Ah!"), di una evasione privata ("Ah!"), di uno scandaglio intimo ("Ah!").
Anche "Ah!" del resto, secondo alcuni grammatici, è una frase. Solo che ne contiene così tante, da diventare alla fine la più ricca ("Ah!") e la più completa ("Ah!").

© 2002 Mondadori edizioni

biografia dell'autore
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Giuseppe Pontiggia, nato a Como nel 1934, ha pubblicato fra le altre le seguenti opere: La morte in banca (1979), L'arte della fuga (1990), Il giocatore invisibile (1978), La grande sera (1989, Premio Strega), Le sabbie mobili (Premio Satira Politica Forte dei Marmi 1992), Vite di uomini non illustri (1993, Premio Super Flaiano 1994), L'isola volante (1996, Premio Palazzo al Bosco 1997) e I contemporanei del futuro (1998, Premio Brancati e Premio Rhegium Julii 1999). L'ultimo romanzo, Nati due volte (2000), è stato un grande successo di critica e di pubblico. Nel 2002 viene assegnato a Pontiggia il Premio Nietzsche.


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6 settembre 2002