La biografia
La bibliografia

Notizie dalla rete


Javier Marías
Selvaggi e sentimentali
Parole di calcio

"Il nostro cuore così bianco ha conosciuto cose peggiori in questi ultimi anni eppure è sopravvissuto. Abituati a vincere, abbiamo scoperto che perdere non finiva per ucciderci, e ciò ha il suo mistero."

I Mondiali di calcio sono finiti da pochi giorni, ancora se ne discute animatamente, molti si sentono feriti dalle eliminazioni della nazionale italiana, altri hanno optato per un sostegno al Brasile che permettesse di festeggiare un po' (niente a che vedere con quello che sta succedendo nella patria dei nuovi eroi calcistici) quella vittoria. Anche chi abitualmente non ama il gioco del calcio suo malgrado è stato coinvolto in questa grande passione collettiva: tutta la stampa ha dato uno rilievo inaudito all'evento, le televisioni hanno modificato i loro programmi non solo per le dirette delle partite, ma anche per dare spazio a dibattiti, discussioni, accese querelles tra improvvisati commissari tecnici. Proporre quindi la lettura di questo libro mi sembra opportuno: per chi già conosce e segue questo gioco perché può constatare quanto se ne possa parlare in modo elegante e "alto"; per chi non apprezza i virtuosismi dei maghi del pallone e forse non ne può più di sentirne dibattere, perché può capire che mariti, fidanzati, amici e amiche non sono improvvisamente regrediti ma fanno parte di una grande famiglia di persone colte e intelligenti che sanno emozionarsi tornando ogni tanto bambini.
Javier Marias, uno dei maggiori scrittori spagnoli notissimo anche in Italia, collabora ormai da anni con El País tenendo una rubrica di commento alle partite di calcio, questi articoli oggi sono stati raccolti in volume e proposti, con successo immediato in Spagna, al pubblico dei lettori, anche perché, come molti critici hanno segnalato, in queste pagine l'autore rivela di se stesso molto più che in tutta la produzione narrativa precedente.
Altri scrittori di grande caratura hanno dedicato libri al gioco del calcio, ricordiamo primo fra tutti un maestro, l'argentino Osvaldo Soriano, che con Fútbol o con Pensare con i piedi ha reso tutta la poesia e la verità che circonda il mondo del pallone. Oggi è l'uruguayano Eduardo Galeano ad aver ereditato il ruolo di Soriano nel tradurre in ottima letteratura e in analisi sociologica una passione sportiva ad esempio con Splendori e miserie del gioco del calcio: uguale impegno e altrettanta intensità espressiva. Forse è insito nella cultura ispanica la capacità di trasfigurare grazie alla forza dell'immaginazione e all'amore per la lettura metaforica della realtà, ogni aspetto della vita in arte. Così Marias prosegue un cammino che anche alcuni autori italiani hanno intrapreso: ricordiamo tra tutti Nando dalla Chiesa che ha vinto numerosi premi letterari proprio con opere (La farfalla granata, Capitano mio capitano, La partita del secolo...) dedicate ad "eroi" del pallone.
Ma una delle note più originali dello scrittore spagnolo è il figurare la partita di calcio come una grande rappresentazione drammaturgica in un teatro dalle colossali dimensioni di uno stadio o un film che segue regole narrative simili a quelle cinematografiche e gli spettacoli si ripropongono ogni settimana, sempre uguali, ma sempre profondamente diversi. Anche lo spettatore è attore e fa parte non solo della coreografia ma dell'azione stessa, vive passioni autentiche, amori, odi, delusioni e speranze che sottopone allo sguardo e al giudizio del mondo, liberamente, senza pudori o freni: "Venne fuori l'hooligan che tutti noi appassionati ci nascondiamo dentro".
La sincerità autobiografica dello scrittore mette in luce caratteristiche universali del tifoso con ironia e affetto, proprio perché parlando di sé Marias sa bene come sia facile il controllo di certe pulsioni rancorose o di certo spirito di vendetta che nasce inevitabilmente, insieme alla frustrazione, dopo la sconfitta della squadra del cuore, così come tratta con dolcezza i ricordi delle vittorie o i giocatori più amati, fonti di gioie totali, nella consapevolezza però della breve durata delle emozioni negative così come di quelle positive.
È qualcosa di profondo che fa emergere l'amore per la propria Nazionale in chi di certo nazionalista non è: è lo spirito di appartenenza, è il sentirsi vicini ad altri che condividono con noi molte cose anche se ci sembrano spesso diversi, è insomma un bisogno autentico a cui per qualche ora riusciamo a trovare una risposta.

Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio di Javier Marías
Titolo originale: Salvajes y sentimentales. Letras de fútbol
Traduzione di Glauco Felici
168 pag., Euro 12.50 - Edizioni Einaudi (L'Arcipelago 2)
ISBN 88-06-15742-6

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
------------------------
Il recupero settimanale dell'infanzia


Lo scrittore Guillermo Cabrera Infante detesta il calcio. La scarsa tradizione cubana in questo sport potrebbe giustificarlo, ma i suoi oltre venticinque anni in Inghilterra annullano una simile spiegazione. Ricordo la sua collera e le sue ingiurie quando accadde la tragedia di Heysel. Discostandosi per una volta da Nobokov, che era stato portiere nel suo esilio a Cambridge e fino alla fine della sua vita si divertì a vedere partite alla televisione, non incolpava i tifosi del Liverpool, ma lo sport stesso: "Quel gioco nefasto, - diceva, - incita alla violenza perché è violento in sé: si gioca con i piedi, e vi sono pochi movimenti feroci come quello che comporta lo sferrare un calcio". È curioso che, invece, negli Stati Uniti il calcio non abbia prosperato perché lì lo si considera troppo lento e delicato, una pratica da signorine. E in effetti, quando sono stato per alcuni mesi nell'università esclusivamente femminile del Wellesley College, lo sport preferito dalle alunne non era altro che l'arte di Di Stéfano, con mia grande sorpresa. Certo poteva essere dovuto all'influenza dello stesso Nobokov, che passò da quelle parti negli anni Cinquanta e forse vi instaurò la tradizione.
Quel che so per certo è che non esiste sport che angosci di più, quando è angoscioso. Anzi, nel mio caso particolare confesserò che è tra le poche cose che mi fanno reagire oggi allo stesso modo - esatto - in cui reagivo quando avevo dieci anni ed ero un selvaggio, il vero recupero settimanale dell'infanzia. Un mese fa mi sono addirittura spaventato: poiché il mio televisore era privo di decodificatore, ho dovuto seguire l'ultima giornata della Liga spagnola per radio, come nel dopoguerra e anche dopo. Forse fu questo che mi riportò con troppa veemenza agli anni più indomiti della mia infanzia, ma di sicuro quando, finite le partite, il mio editore culé mi telefonò con l'inno del Barça come musica di fondo e pronto a quegli scherzi che - sempre tra le risate e senza accenno di cipiglio - ci scambiammo a centinaia per tutto il mese, gli annunciai assolutamente serio che non avrei mai più potuto pubblicare con lui; e non soltanto questo, ma anche che dubitavo che sarei mai tornato a Barcellona (città che amo e dove ho vissuto) e certo non avrei mai messo piede a Tenerife. Venne fuori l'hooligan che tutti noi appassionati ci portiamo dietro.
Per fortuna tutto quanto mi passò nel giro di alcune ore - ma non meno -, perché il calcio sopporta una maledizione che allo stesso tempo è la salvezza di giocatori, allenatori e ultrà afflitti da una sconfitta. Si tratta di un'attività in cui non basta vincere, ma bisogna vincere sempre, in ogni istante, in ogni torneo, in ogni partita. Uno scrittore, un architetto, un musicista possono prendersela un po' comoda dopo aver fatto un grande romanzo, un meraviglioso edificio, un disco indimenticabile. Possono non fare niente per un certo tempo o fare qualcosa di minore. Tra i primi, che sono quelli che conosco di più, ve ne sono che hanno finito col diventare bravi per decreto e fino alla fine dei loro giorni grazie a una sola opera rimarchevole scritta cinquant'anni prima. Nel calcio, al contrario, non c'è posto per il riposo né per il divertimento, a poco serve avere uno straordinario palmarès storico o aver conquistato un titolo l'anno prima. Non si considera mai che già si è fatto, ma si esige (e gli stessi giocatori lo esigono da loro stessi) di vincere anche l'incontro successivo, come se si cominciasse da zero sempre, analogia del risultato iniziale in ogni partita. A differenza di altre attività della vita, nello sport (ma soprattutto nel calcio) non si accumula né si fa tesoro di niente, nonostante le sale dei trofei e le statistiche sempre più valutate. Essere stato ieri il migliore oggi non conta più, figuriamoci domani. L'allegria passata non può fare niente contro l'angoscia presente, qui non esiste la compensazione del ricordo, né la soddisfazione per quel che è stato già raggiunto, né naturalmente la gratitudine del pubblico per la gioia procurata due settimane prima. Neppure, quindi, esistono per lungo tempo la delusione e lo sdegno, che da un giorno all'altro possono vedersi sostituiti dall'euforia e dalla santificazione. Forse per questo il calcio è uno sport che incita alla violenza, come diceva Cabrera: e non a causa dei calci, ma per l'angoscia.

© 2002 Giulio Einaudi edizioni

biografia dell'autore
------------------------

Javier Marías è nato a Madrid nel 1951. È il più importante scrittore spagnolo di oggi ed è universalmente conosciuto da quando, dieci anni fa, uscì Un cuore così bianco. Ha scritto anche Nera schiena del tempo, L'uomo sentimentale, Tutte le anime


La bibliografia Notizie dalla rete



5 luglio 2002