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Ann Rule
Un estraneo al mio fianco

"Nella sua ultima lettera Ted aveva scritto: Non c'è nulla di brutto nella mia vita che la reincarnazione non potrebbe migliorare."

Un titolo molto appropriato segna questo romanzo di Ann Rule, scritto nel 1980 e che ha regalato la fama internazionale alla sua autrice. La storia è tra le più terrificanti che si possano immaginare, in particolar modo perché è una storia vera. La Rule, ha svolto per anni il mestiere di poliziotto nel dipartimento di polizia di Seattle, poi è diventata giornalista specializzata in criminologia e ha conosciuto, per lavoro di routine e per curiosità professionale numerosi delinquenti. Ma ciò che l'ha contraddistinta sin dall'inizio rispetto a molti altri suoi colleghi è stata la predisposizione a comprendere l'animo criminale, la voglia di sviscerarne ogni aspetto e di capire. "Mi ha sempre affascinato scoprire - ha dichiarato - coma fa un bambino innocente a diventare un criminale, ma anche come sia possibile risolvere un omicidio avendo a disposizione soltanto un mozzicone di sigaretta, un pezzo di stoffa oppure un unico proiettile..." E sì, indubbiamente questo fascino accomuna molti di noi e ci fa guardare con attenzione i documentari televisivi che raccontano le vicende di omicidi intricati, seriali o meno, e le ricostruzioni a volte non del tutto attendibili fatte dagli autori di trasmissioni televisive di successo. Ma torniamo ai fatti. Una donna così, esperta, professionale, attenta, come può trovarsi al fianco di un serial killer e non accorgersene? Come può per anni frequentarlo e considerarlo un amico senza capire che dietro quel viso "carino" e quei modi gentili si nasconde non solo un uomo che viaggia sul filo della legalità, ma un pazzo criminale pericolosissimo? Questo aspetto di tutta la storia aggiunge interesse e passione a una vicenda già di per sé molto particolare e avvincente. L'uomo si chiama Theodore Robert Bundy e per chi segue da tempo le vicende di killer seriali negli Stati Uniti questo non sarà certo un nome nuovo. Ted Bundy è quell'uomo dal sorriso gentile che la Rule ci mostra in una serie di fotografie che illustrano il volume. Non ha lo sguardo dell'assassino, quello, per intenderci che ci aspettiamo di vedere convinti ancora oggi che Lombroso in qualche modo avesse ragione a definire alcuni canoni estetici e morfologici che distinguono il delinquente dall'uomo normale. È ben vestito, curato, ha capelli castano chiari e la carnagione bianca. Tutto ciò fa di lui un uomo ancor più pericoloso, un criminale spietato e sofferente che probabilmente non suscita nelle sue vittime alcun sospetto. Offre passaggi e frasi di circostanza alle belle, bellissime ragazze che diventano le sue vittime, che non si accorgono del pericolo. Anche di loro la Rule ci regale immagini fermate nel tempo. Forse per ricordarle, come ultima minima possibilità di sopravvivenza. Lynda Ann Healy, Denise Naslund, Janice Ott, Georgeann Hawkins, la dodicenne Kimberly Leach... Tutto il libro, nato come un resoconto giornalistico e divenuto nel tempo un vero romanzo quasi autobiografico, è il coinvolgente e intenso resoconto delle indagini, la dettagliata spiegazione, mai noiosa, del procedere sempre più definito degli inquirenti e il lungo finale della storia con il processo e la condanna. Bundy è stato giustiziato ormai da molto tempo, i suoi delitti rimandano agli anni Settanta, ma ancora la sua personalità è motivo di interesse. "Gli investigatori che hanno contribuito alla cattura di Ted Bundy hanno imparato molto sul profilo dell'assassino psicopatico, e l'esperienza che hanno acquisito potrà servire a salvare le potenziali vittime di altri serial killer che hanno seguito le orme di Bundy". Ma per noi "profani" forse, al di là dei dati tecnici, Un estraneo al mio fianco è affascinante per lo straordinario destino che lega l'autrice al protagonista. Come la Rule scrive nella Prefazione, il suo contratto per scrivere questo libro "fu firmato molti mesi prima che Ted Bundy diventasse l'indiziato principale in più di dodici casi di omicidio" (che diventeranno molti di più). Quante probabilità possono esistere che negli Stati Uniti un serial killer e la giornalista-scrittrice destinata a redigerne in qualche modo la biografia si conoscessero già da dieci anni e fossero amici? E cosa significa scoprire questa tragica verità? "Ho perduto Ted. L'ho perduto da quando ho guardato le fotografie delle ragazze uccise e so quello che... non avevo mai voluto credere". Questo romanzo è anche questo, il resoconto di un'amicizia e della sua fine. E l'autrice chiede perdono alle vittime per questa scelta, ma non ha saputo né voluto dimenticarlo.

Un estraneo al mio fianco di Ann Rule
Titolo originale: The Stranger beside Me
Traduzione di Maddalena Togliani
555 pag., Euro 16.50 - Edizioni Longanesi & C. (Il Cammeo 389)
ISBN 88-304-2004-2

Di Giulia Mozzato

le prime pagine
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1


NESSUNO badò al giovane che usciva dalla stazione degli autobus Trailways a Tallahassee, in Florida, all'alba di domenica 8 gennaio 1978. Sembrava un universitario - forse un po' più anziano della media - e si confondeva facilmente coi trentamila studenti arrivati nella capitale della Florida quella settimana. Proprio come aveva programmato. Si sentiva a proprio agio, a casa, nell'atmosfera di quel campus.
In realtà, pur essendo comunque negli Stati Uniti, si trovava nel luogo più lontano possibile da casa sua. Aveva programmato anche quello, come faceva sempre. Era riuscito a realizzare l'impossibile e adesso stava per cominciare una nuova vita, con un nome diverso, un passato inventato, "rubato", e un comportamento del tutto diverso. Così facendo, era sicuro che quell'inebriante senso di libertà sarebbe durato per sempre.
Nello Stato di Washington, nello Utah o nel Colorado sarebbe stato riconosciuto immediatamente da chiunque avesse guardato la televisione o letto i giornali anche solo distrattamente. Ma lì a Tallahassee, in Florida, era soltanto uno dei tanti bei ragazzi dal sorriso facile.
Era stato Theodore Robert Bundy. Ma Ted Bundy non sarebbe più esistito. Adesso era Chris Hagen. Si sarebbe adeguato a quel nome finché non avesse deciso come procedere.
Aveva sentito freddo per tanto tempo. Freddo nella gelida aria notturna di Glenwood Springs, nel Colorado, quand'era evaso dalla Garfield Country Jail. Freddo per Capodanno, quando si era mescolato agli avventori di un bar ad Ann Arbor, nel Michigan, che guardavano la tradizionale partita di football - il Rose Bowl Game - in televisione. Freddo quando aveva deciso di dirigersi a sud. La destinazione non importava, purché il sole fosse caldo, il tempo mite e ci fosse un campus universitario.
Perché aveva scelto Tallahassee? Per caso, più che altro. Ripensandoci, spesso capiamo che sono proprio le scelte casuali a segnare il cammino verso la tragedia. Era rimasto affascinato dal campus dell'University of Michigan, e sarebbe potuto rimanerci. Gli restavano abbastanza soldi della riserva che aveva nascosto in prigione per pagarsi una stanza da dodici dollari allo YMCA, ma le notti in Michigan, nel mese di gennaio, possono rivelarsi implacabilmente gelide, e lui non possedeva indumenti caldi.
Era già stato in Florida. Un tempo, quand'era stato un energico e giovane attivista del partito repubblicano, era stato in parte compensato dei suoi servigi con un viaggio alla convention del 1968, tenutasi a Miami. Tuttavia, quando si era messo a consultare i cataloghi dei diversi atenei nella biblioteca dell'University of Michigan, non era a Miami che pensava. Aveva preso in considerazione l'University of Florida, a Gainesville, scartandola però quasi subito. Non c'era acqua dalle parti di Gainesville e, come avrebbe detto più tardi: "Non aveva un bell'aspetto sulla carta: superstizione, immagino".
Tallahassee, d'altra parte, "sembrava fantastica". Ted aveva vissuto la maggior parte della vita sul Puget Sound, nello Stato di Washington, e bramava la vista e l'odore dell'acqua; Tallahassee si trovava sull'Ochlockonee River che portava alla Apalachee Bay e al maestoso golfo del Messico. Sapeva che non sarebbe mai più potuto tornare a casa, ma i nomi indiani della Florida gli ricordavano vagamente le città e i fiumi dello Stato di Washington, i cui toponimi s'ispiravano alle tribù del Northwest.
La sua scelta cadde su Tallahassee.
Aveva viaggiato comodamente fino all'ultimo dell'anno. La prima notte fuori era stata un po' difficile, ma la libertà gli bastava. Quando aveva rubato il "macinino" in una strada di Glenwood Spring aveva capito che forse non sarebbe riuscito a percorrere il tragitto innevato fino ad Aspen, però non aveva avuto scelta. Aveva fuso quarantotto chilometri dopo Vail - a sessantaquattro da Aspen -, ma un buon samaritano l'aveva aiutato a spingere l'auto sul bordo dalla strada e gli aveva offerto un passaggio fino a Vail.
Da lì c'era stato il tragitto in pullman, con Denver come meta, un taxi per l'aeroporto e l'aereo per Chicago... Tutto ciò ancora prima che scoprissero la sua fuga. Non era salito su un treno da quand'era bambino, e si era goduto il viaggio verso Ann Arbor. Nel vagone ristorante, aveva bevuto il primo bicchiere da due anni, pensando ai suoi inseguitori: stavano probabilmente perlustrando cumuli di neve, molto lontano da lì.

© 2002 Longanesi & C. edizioni

biografia dell'autrice
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Ann Rule è nata nel Michigan. Dopo un'infanzia viaggiare per gli Stati Uniti a seguito del padre, allenatore di football e basket, è diventata la più giovane poliziotta a Seattle, frequentando anche corsi e seminari di criminologia e tecniche investigative. Dal 1969 si è dedicata alla scrittura pubblicando più di mille articoli e diciotto libri. Ormai considerata un'esperta nel campo dei serial killer, viene spesso chiamata a tenere conferenze dalla CIA e dall'FBI, di cui è anche consulente. Un estraneo al mio fianco è il suo libro di maggior successo, ristampato (con continui aggiornamenti) da oltre vent'anni.


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14 giugno 2002