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La Rochefoucauld
La fatica di diventare migliori

"Spesso ci convinciamo di voler bene alle persone più potenti di noi, mentre è solo l'interesse a produrre in noi tale amicizia. Noi ci dedichiamo a loro non per il bene che vogliamo fare, ma per quello che vogliamo ricevere."

Perché scegliere, tra l'innumerevole produzione libraria italiana, un volumetto di massime scritte da un autore del XVII secolo? Prima di tutto perché la profondità e la caustica intelligenza di La Rochefoucauld offrono al lettore contemporaneo innumerevoli spunti di riflessione a dimostrazione che, laddove ci sia una vera capacità d'indagine dell'animo umano, i secoli non alterano il messaggio; in secondo luogo perché questa edizione integrale delle Massime presenta numerosi pregi. Prima di tutto la traduzione: precisione nel lessico, eleganza nella sintassi, attualità nella forma che ben si adatta alla pregnanza dei contenuti; non vi è alcuna incongruenza tra la modernità nella comunicazione e la limpida classicità del messaggio.
La Rochefoucauld non assomiglia a nessuno dei moralisti del secolo, pur essendo fortemente impregnato della cultura del tempo. Tra gli autori che lo hanno influenzato, figura certamente Sant'Agostino (come ci ricorda Giuliano Vigini nella Prefazione, il 1600 è stato definito "il secolo di Agostino") e la rilettura giansenista che si è fatta di lui, ma tra i suoi riferimenti possiamo anche citare Epicuro, e tutti gli antichi scrittori moralistici che il XVII secolo vede rifiorire, materiale rielaborato da scrittori stoici e libertini.
Spietato nella denuncia dell'ipocrisia, La Rochefoucauld irride la falsità delle apparenze virtuose ("la cortesia è il desiderio di essere ricambiati e di essere considerati gentili"), dimostrando come ogni azione sia frutto di un egoismo originario, dell'interesse personale e della totale mancanza di autocritica ("niente è più raro della vera bontà: quelli che credono di averla hanno in genere soltanto compiacenza o debolezza").
L'egoismo, uno dei temi principali della sua riflessione, fa parte strutturale della natura umana e, proprio per questo, ne può derivare una particolare forma di saggezza che conduca a una morale "senza trascendenza", una morale sociale, che finisca col diventare arte di vivere ("Non possiamo amare niente che non sia in rapporto a noi stessi, e quando preferiamo i nostri amici a noi stessi non facciamo che seguire i nostri gusti e il nostro piacere. Eppure, solo grazie a questa preferenza può esserci un'amicizia vera e perfetta").
È il metodo, quello che è stato definito "l'ermeneutica delle virtù", a conferire la coerenza di un sistema ai pensieri: riducendo le virtù nobili a motivi "ignobili", La Rochefoucault crea un'etica della verità denudata che colpisce in profondità come una spada. Le massime nascono da un profondo senso di disillusione e sconfitta dell'autore e, per l'esigenza intellettuale di non offrire l'aspetto emotivo della propria riflessione, il punto d'osservazione vuole essere staccato; ma quello di La Rochefoucault è un distacco solo apparente, che fa trasparire l'intensità delle emozioni (perfettamente controllate) e l'amarezza dell'esperienza di vita. La verità che ogni lettore può riconoscere in queste riflessioni è, necessariamente, solo parziale: il punto d'osservazione fissa l'aspetto negativo del cuore umano, il male che alligna in ogni vivente, ben mimetizzato sotto il velo della virtù ("la modestia, che sembra rifiutare le lodi, in realtà desidera soltanto riceverne di più raffinate").
Quanto siano feroci e spietati i giudizi che questo pensatore trancia lo si deduce da quanto sappiano colpire ancora oggi e forse questo avviene perché "Se si fa tanto discutere contro le massime che mettono a nudo il cuore umano è perché ciascuno teme di esservi messo a nudo".

La fatica di diventare migliori di La Rochefoucauld
A cura di Giuliano Vigini
180 pag., Euro 9.30 - Edizioni Paoline (La parola e le parole 85)
ISBN 88-315-2336-8

Di Grazia Casagrande e Giulia Mozzato

le prime pagine
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Introduzione


Più passa il tempo e più questa raccolta di riflessioni morali, note comunemente con il titolo di Massime (1665), sorprende per la sua originalità, il suo valore e il suo interesse. Ci si rende conto che, per quanto grandi siano stati i moralisti del Seicento - da Charron a Saint-Évremond a La Bruyère -, La Rochefoucauld non assomiglia a nessuno di essi e li supera tutti. Pascal, naturalmente, è un caso a sé, perché con lui attraversiamo vasti territori non solo della filosofia e della scienza, ma anche della teologia e della spiritualità, nei quali ha lasciato, come sappiamo, un'immensa eredità di pensiero e di fede. Ma nell'aforisma, nel frammento, nella forma breve. La Rochefoucauld
non ha molti rivali, nel suo secolo e in quelli successivi, perché pochi come lui hanno saputo concentrare in poche parole tanta ricchezza e forza di verità.
Non si saprebbe neppure dire se si ammira di più l'acuto senso di osservazione e la finezza di analisi oppure la lievità di uno stile sobrio quanto folgorante; se l'abilità retorica nel gioco delle contrapposizioni oppure la disarmata sincerità nella rappresentazione delle cose. Probabilmente è tutto questo che si ammira e che fa di queste Massime un'opera unica, pur trattando di ideali e temi comuni: a cominciare dall'honnêteté, intesa sia in senso mondano - fisico (bellezza, agilità, grazia), comportamentale (decoro, galanteria, eleganza, buone maniere, amabilità del conversare) e intellettuale (intelligenza, capacità di giudizio, arguzia) - sia in senso morale (eroismo, onore, sincerità, lealtà), per finire con tutta quella gamma di sentimenti e passioni, vizi e virtù in cui si manifesta l'essere e l'apparire dell'uomo.
Perché quello che fa la singolarità del libro, oltre allo stile, è la prospettiva e dunque anche il segno distintivo della "moralità" di La Rochefoucauld. La quale non si spiega, nella sostanza, istituendo paragoni o trovando assonanze in questo o in quell'autore del passato o del presente, oppure rinvenendo qua e là tracce di quell'agostinismo che pur attraversa in profondità tutto il secolo - non a caso definito "il secolo di sant'Agostino" - e che sfocerebbe in lui in una sorta di "giansenismo in abiti da corte", per usare una formula applicata a Arnauld d'Andilly.
La realtà è che l'opera di La Rochefoucauld si spiega partendo innanzi tutto dalla condizione psicologica e spirituale in cui, tra il 1657 e il 1658, egli comincia a scriverla, e dai motivi che lo spingono a farlo. Uomo ormai disilluso e sconfitto, si mette a guardare gli eventi e le cose quasi da lontano, come se non gli appartenessero più. Si tratta invece di una lontananza solo apparente, perché egli non smette di scrutare ciò che accade in modo attento e partecipe. Il distacco gli consente semmai di assumere un atteggiamento più freddo e oggettivo, si direbbe quasi scientifico, nell'osservazione e nella diagnosi del mondo. Del resto, egli non si isola soltanto per liberarsi di una vita in cui non si riconosce più, ma anche per prendersi una rivincita sulla vita stessa.

© 2002 Figlie di San Paolo editore

biografia dell'autore
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François VI, duca di La Rochefoucauld, nasce a Parigi nel 1613 da una famiglia di antica nobiltà. Introdusse la moda delle massime che venivano lette e discusse in circolo. Nel 1662 pubblicò le Memorie (Mémoires), in cui è una relazione degli avvenimenti cui aveva partecipato. Nel 1664 sono le Riflessioni o sentenze e massime morali (Réflexions ou sentences et maximes morales).


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24 maggio 2002