NARRATIVA STRANIERA

Ismail Kadaré
Il Ponte a tre archi

"Signore Iddio, cos'è mai questo Paese al quale la sorte ci ha legati? Quali segni c'invia attraverso l'aere? E cos'altro c'invierà mai?"

Ancora una volta Kadaré ci presenta il potere, il senso della storia e la drammaticità dell'esistenza attraverso la metafora della costruzione architettonica e del dramma incombente che l'accompagna. Se ricordate La piramide, il romanzo in cui l'autore albanese raccontava la vita dell'antico Egitto attraverso l'impegnativa e difficile edificazione di una piramide, con il carico di dolore e morte che portava con sé, ritroverà in parte quei temi ne Il ponte a tre archi. Il monaco Gjon Ukshama narra la storia trecentesca della costruzione di un ponte sull'Uyana, un fiume considerato portatore di disgrazie. Attraverso le voci popolari, supportate da superstizioni e amplificate dal mistero che accompagna le vicende, si ricostruiscono i fatti che hanno portato addirittura a murare vivo un uomo in uno dei pilastri di sostegno. Ma, come sempre, la vicenda è specchio di un'altra di ben maggiore valenza storica, che racconta la dominazione turca sull'Albania, preannunciata dall'ombra dei minareti che si allunga sul "Paese delle Aquile". Lo stile narrativo di Kadaré è semplice, lineare, talvolta quasi elementare. La traccia è quella del racconto popolare, che sembra uscito dalle Fiabe italiane di Calvino: ci sono leggende e miti, credulità popolare e mistero, il bene e il male che si fronteggiano. Anche la brevissima strofa della Ballata del murato che apre il romanzo, ha il sapore della filastrocca recitata da maghi e streghe della tradizione popolare:
Possa questo ponte tremare
così come io tremo in questo muro!

Il Ponte a tre archi di Ismail Kadaré
Titolo originale: Le Pont aux trois arches
Traduzione di: Francesco Bruno
233 pag., Euro 14.00 - Edizioni Longanesi (La Gaja Scienza n. 661)
ISBN 88-304-1797-1

Le prime righe

1

IO, Gjon il monaco, figlio di Giorg Ukshama, sapendo che nulla v'ha di scritto in nostra lengua intorno all o ponte sull'Uyana maledetta e datosi inoltre che a proposito del suddetto continuano a diffondersi leggende e voci infondate, ora che la sua costruzione è giunta al termine e che esso è stato per giunta bagnato due volte di sangue alle fondamenta e al colmo, ho deciso di scriverne la storia.
Domenica scorsa, a tarda sera, essendo uscito per sgranchirmi le gambe in riva al fiume, ho visto passare sul ponte Gjelosh l'idiota. Rideva da solo, ghignava e gesticolava come un ossesso. L'ombra delle sue membra si agitava sul marciapiede del ponte e spioveva lungo i pilastri fino a toccare l'acqua. Cercavo d'immaginare quale forma potevano aver assunto nella sua mente sconvolta i fatti accaduti di recente, e mi dicevo che la gentre aveva torto a ridere nel vederlo andare e venire balbettando e agitando a scatti i pugni chiusi davanti a sé nell'illusione di stringere delle redini. Invero, ciò che la gente crede di sapere a proposito di quel ponte non è meno confuso di quanto può immaginare la mente di un beota.

© 2002 Edizioni Longanesi & C.


L'autore

Ismail Kadaré è nato ad Argirocastro (Albania) nel 1936. Giornalista, saggista, poeta ma soprattutto narratore, dal 1990 risiede in Francia ed è considerato il massimo portavoce della cultura albanese nel mondo. Presso Longanesi sono usciti: I tamburi della pioggia, Il generale dell'armata morta, La città di pietra, La piramide, Il palazzo dei sogni, Chi ha riportato Doruntina?, Tre canti funebri per il Kosovo e Aprile spezzato.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


17 maggio 2002