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Antonio Skármeta
La bambina e il trombone

"Forse non è male essere prudenti. Forse facciamo bene a calmarci, a moderare il nostro entusiasmo, a misurare la vivacità, a imbrigliare la gioia. Seguiamo disciplinatamente le istruzioni dello "zio" Salvador, che si rivolgerà al popolo dal balcone della Federazione degli Studenti del Cile. Avanti, avanti, operai e studenti!"

Quando la poesia, le parole e le immagini scorrono nella mente di uno scrittore con assoluta naturalezza e spontaneità, al lettore sfugge la ricerca e la tecnica che il romanzo, nella sua stesura, ha richiesto: tutto sembra sgorgare direttamente dall'anima senza mediazioni. Così avviene con La bambina e il trombone, così era avvenuto leggendo Il postino di Neruda o Le nozze del poeta, questa insomma sembra essere una delle prerogative di Skármeta che sa intessere storie straordinarie e costruire personaggi quasi fiabeschi, così profondamente autentici da apparire veri, reali, del tutto consueti. La bambina, affidata a un "forse" nonno da un giovane suonatore di trombone sbarcato sulle coste cilene, ha la funzione di narratrice e nel raccontare la sua vita, costellata qua e là da silenzi e da punti oscuri che neppure lei sa o può chiarire, offre ai lettori anche un ritratto di Santiago negli anni Sessanta, anni cruciali per quella città e quel Paese.
Bionda, col visino europeo, senza una vera famiglia alle spalle la bambina cresce con un forte senso di diversità rispetto ai compagni di gioco o agli adulti che frequenta: soli veri amici diventano per lei i divi del cinema e le trame dei film hanno una realtà maggiore dei piccoli insignificanti avvenimenti quotidiani. Il nonno poi le ha creato un mito, un luogo della fantasia in cui ogni possibilità, ogni sogno si può realizzare, e là, se lui ci fosse potuto arrivare, la vita avrebbe preso una piega diversa: è New York, dove ricchezza e successo sono regalati a larghe mani a tutti gli abitanti. Così, rimasta orfana di quel nonno magico, la bambina senza cognome decide di assumere come proprio il nome e il cognome della donna attesa per tutta la vita dal vecchio, un sogno mai tradito, Alia Amar Coppeta, e di conquistare un biglietto per New York per riscattare la delusione del nonno. La tutrice che il destino le ha dato si occupa con affetto sincero della ragazzina, anche se Alia/Magdalena si ingelosisce in modo feroce di una nuova conoscenza della sua quasi mamma, il professore comunista Sepúlveda che è il personaggio che permette all'autore di introdurre il tema politico. Siamo nel periodo in cui Allende inizia la sua carriera politica, diffondendo tra la popolazione speranza e coraggio, dignità e orgoglio della propria identità, momento in cui studenti, operai, giovani e vecchi, lasciano alle spalle le frustrazioni e le rivalità per seguirlo, come fosse un novello Messia per sostenerlo nelle campagne elettorali, non scoraggiandosi per le sconfitte e certi della prossima vittoria che viene solo accennata nell'ultima parte del romanzo. Ma la vicenda politica è solo uno strumento (quanto significativo però!) per delineare la crescita della bambina, il suo farsi ragazza e poi donna, il suo non abbandonare mai la spregiudicata libertà mentale e comportamentale, indifferente ai pettegolezzi, che il nonno le aveva indicato e infine l'incontro con l'amore che è la semplice evoluzione di un'amicizia infantile, ma che esplode con tutta la violenza dolcissima di una passione che è anche condivisione totale di interessi e aspirazioni.
La splendida scena finale che vede il bambino di Magdalena seguire sulle spalle del padre il primo discorso pubblico di Allende diventato presidente e la tenerezza della giovane madre per il suo pianto, dà un carattere circolare al romanzo che si era aperto con una bimbetta di due anni affidata ad un vecchio da un ragazzo col trombone.

La bambina e il trombone di Antonio Skármeta
Titolo originale: La chica del trombón
Traduzione di: Irina Bajini
296 pag., Euro 16.50 - Edizioni Garzanti (Narratori Moderni)
ISBN 88-11-66505-1

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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1.


La prima cosa che ti chiedono quando non hai né padre né madre è come si chiamano i tuoi genitori.
E se non sai il loro nome, perché papà è semplicemente papà e mamma nient'altro che mamma, ti dicono poverina, così bellina, che begli occhi azzurri hai, e così via.
Le ragazze che si vedono al cinema hanno tutte gli occhi azzurri e parlano inglese. Ad Antofagasta, a parte mio nonno Stefano, tutti avevano la pelle scura, gli occhi color caffè ed erano molto bassi di statura. Invece mio nonno, quando giocava a pallacanestro, infilava il pallavolo nel canestro senza saltare.
Durante la sfilata del 21 maggio mi sedevo a cavalcioni sulle sue spalle e la mia testa superava quella di tutti gli altri curiosi; potevo vedere sopra un camion una copia in cartapesta dell'Esmeralda, la grande nave cilena da guerra affondata dai peruviani nel secolo scorso, quando il nostro capitano Arturo Prat aveva gridato all'arrembaggio, era saltato da solo sulla corazzata nemica, i peruviani lo avevano crivellato di colpi, e in Cile tutti dissero che era stato un eroe. Io sono stata innamorata di Arturo Prat.
Inoltre, la gente voleva sapere da dove venivo. A seconda di come andava la guerra, il negozio che era stato dei miei genitori, a Gemma, veniva a trovarsi ora in un paese ora in un altro. Allora il nonno mi disse di rispondere in ogni caso che venivo dall'Europa. Per questo avevo i capelli biondi ed ero più alta e robusta delle bambine che frequentavano la scuola elementare; se poi non sapevo parlare bene nessuna lingua, era perché alla fin fine in Europa se ne parlavano tante.
In prima classe mi avevano messo un vestito con una gonna azzurra alla marinara e un berretto color granata che mi scendeva sugli occhi. All'inizio andavo bene in castigliano e in inglese, e mi trovavo meglio a scrivere che a leggere; poi vinsi una medaglia per l'aritmetica. Mentre il nonno schiacciava un pisolino sopra una poltrona di vimini accanto alla cassa, io servivo le signore che venivano a comprare un po' di olio, un etto di zucchero, un quarto di mortadella.
Le tabelline le avevo imparate stando al banco del negozio, prima ancora che sul retro dei quaderni.
Essendo diversa dalle altre bambine, la mia massima aspirazione era di essere uguale a loro. Desideravo innanzi tutto che la mia pelle diventasse più scura. Mi stendevo al sole sopra un asciugamano, accanto al pollaio, e dopo un'ora la mia pelle non era più scura ma sembrava piuttosto un uovo al tegamino. Il nonno mi cospargeva di talco mentolato, e io calmavo l'incendio appoggiando le guance ai sacchi pieni di ghiaccio in cui si tenevano le birre.
Alle feste di compleanno, le mamme ci assegnavano i personaggi che dovevamo rappresentare nei giochi, e io ero sempre Biancaneve o Cappuccetto Rosso, perché dicevano che sembravo un'attrice di cinema. La prima volta che mi portarono a vedere un film mi piacquero molto di più i cavalli e i personaggi cattivi delle eroine. Le streghe, per esempio, erano la mia specialità. Imparai a dire Hocus Pocus ed ero convinta che se avessi avuto una scopa a disposizione sarei volata in Europa. Mi costruii un naso adunco dietro la nuca e terrorizzavo i miei compagni di gioco parlando loro in una lingua che li faceva piangere.
Il mio secondo desiderio era di avere un padre e una madre, o almeno sapere come si chiamavano. Non m'importava tanto che mi venissero a trovare in Cile, se avevano altro da fare in Coste di Malizia. Avevo sentito dire dall'insegnante di disegno, che parlava con la suora di religione, che io ero una "orfanella" e per questo non avevo né padre né madre. All'inizio non capivo, perché mi ero messa in mente che gli orfani venissero al mondo da soli.

© 2002 Garzanti Libri

biografia dell'autore
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Esteban Antonio Skármeta nasce il 7 novembre 1940 a Antofagasta, nel nord del Cile. Alla fine degli anni Sessanta pubblica una raccolta di racconti, El entusiasmo e nel 1969 vince il premio Casa de las Américas con il saggio Desnudo en el tejado. Lasciato il Cile nel 1973 in seguito al colpo di stato contro il governo di Salvador Allende, vive per un anno in Argentina, dove pubblica la raccolta di saggi Tibro libre, e si trasferisce successivamente a Berlino. Nel 1975 pubblica il primo libro dell'esilio, Sognai che la neve bruciava (1976), e cinque anni dopo il romanzo breve Non è successo niente, sull'esilio visto con gli occhi di un adolescente. A metà degli anni Ottanta scrive il romanzo Il postino di Neruda, nato inizialmente come uno spettacolo teatrale. Nel 1999 pubblica un nuovo romanzo, Le nozze del poeta, cui segue nel 2001 La bambina e il trombone. Dal 2000 è ambasciatore del suo paese in Germania.


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10 maggio 2002