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Pupi Avati

Un regista che ha saputo cogliere la verità e la poesia delle piccole cose, così come le paure e le felicità quotidiane degli uomini, ma che ha anche "giocato" fra i generi, sperimentando tecniche e modalità narrative diverse.

Nelle sue letture, lei ama in particolare un genere letterario?

Mi piacciono gli scrittori che raccontano le loro esperienze nei libri. Recentemente ho sentito un discorso interessantissimo sui generi cinematografici e, dato che il tema riguarda anche la letteratura, anzi credo che sia più o meno la stessa cosa, ho notato che rispetto agli americani che seguono il genere in modo rigoroso, da noi c'è il gusto della commistione, sia nei film che in letteratura.

E i risultati sono buoni?

Dipende dal potenziale poetico, dalla personalità di chi racconta. È evidente che Proust (come potremmo definire il suo genere? la memoria?) non è circoscrivibile a un genere. Ma si tratta di un genio e lo possiamo perdonare.

Le propongono libri perché ne faccia una trasposizione cinematografica?

Ricevo circa un libro al giorno perché venga tradotto in film.

Ma è un'operazione che non ha mai fatto.

No, non ne sono capace. A parte il fatto che spesso non vengo colpito da quello che leggo, mi capita invece di trovarmi di fronte a libri che raccontano i miei film: qualcuno ha visto un mio film, l'ha un po' cambiato e ha sperato di riscrivere una storia molto simile che scorra parallela alla mia, perché pensa che mi potrebbe piacere scrivere una specie di seconda parte. Oppure mi sottopongono racconti che hanno a che fare con l'autobiografia, molto autoreferenziali, con un autocompiacimento continuo. È molto bello e anche commovente, pensare che la propria vita sia degna e meriti di essere celebrata attraverso la pubblicazione di un libro, di un film o di uno sceneggiato. Ognuno di noi vorrebbe avere uno sceneggiato sullo propria vita: tre puntate in prima serata.

Perché, secondo lei, si scrive tanto di sé? E verifica questa tendenza anche nella letteratura attuale?

È l'unica cosa che ci permette in qualche modo di rivivere una serie di situazioni attraverso l'artificio della memoria, compiendo quella falsificazione che avviene sempre quando parliamo di noi stessi, perché inevitabilmente tradiamo la realtà, quindi temo che in Italia sia molto diffusa questa pratica. Poi devo dire che conosco in modo molto relativo la letteratura italiana di oggi. Mi interessa anche poco, perché leggo soltanto saggistica, cioè solo libri di storia: l'unico ambito in cui posso dire di avere una qualche competenza è quello storico.

Non ha mai pensato di fare la trasposizione di un romanzo classico?

Non posso raccontare fiction: la fantasia degli altri o non mi interessa o mi spaventa o mi annoia mortalmente. Voglio "vendere" la mia fantasia. Sono in uno stato di continua competizione, denigrazione e disinteresse nei confronti degli immaginari altrui, non mi incuriosiscono. Mentre mi affascina moltissimo la poesia. Credo che sia la forma di espressione più elevata, più pura, più disinteressata e per questo commovente. Il poeta non vende oggi, non ha venduto ieri, anzi non lo ha mai fatto: è un dato accertato. Anche Mario Luzi non è mai riuscito a vendere le sue opere. Scrive per una urgenza propria, sapendo che non avrà lettori, che pochi condivideranno con lui quella gioia: però deve scrivere. Quando mi accosto a questi versi e riesco a trovare successioni di vocaboli uniti, accostati in modo straordinario, molto spesso provo una commozione vera, piango. È come se mi trovassi di fronte a una preghiera e piango davvero perché sento che c'è una purezza estrema, c'è il miracolo di una scoperta, ottenuta da un'assonanza di due vocaboli, da un aggettivo, da un sinonimo che, improvvisamente, per la prima volta il Poeta ha detto, aprendo un mondo, una suggestione e creando un'intimità fra me e chi l'ha proposta. Assolutamente straordinario! È quello che vorrei anch'io, vorrei che i miei film fossero indirizzati ad un'unica persona. Quando giro i miei film non penso al pubblico in generale, il pubblico non esiste. Certo tutti i registi vorrebbero avere milioni di persone che affollano le sale quando viene proiettato un loro film, ma durante la lavorazione questo pensiero non esiste: io parlo ad un'unica persona, sottovoce, cercando di farle capire come io e lei si sia uguali. Quando ricevo lettere, telefonate, messaggi "di ritorno" e sento la parola "anch'io", sento che il mondo nel quale viviamo è un modo molto meno ostile, molto più praticabile.

C'è un poeta che lei ama in particolare?

Non c'è un poeta che io non ami. Non apprezzo i finti poeti, e sono tanti, anche fra gli italiani. Ci sono tanti finti poeti e io, mentre sono un pessimo degustatore di vini nel senso che apprezzo solo la quantità e non la qualità, in campo poetico li so beccare, li so riconoscere subito. Sento subito quando la cosa non è autentica, riconosco quando chi scrive è andato un po' oltre, quando è entrata in ballo la professionalità, l'esperienza, il mestiere, il trucco, la demagogia. Purtroppo mi succede molto spesso anche con dei poeti amici. Molti sono prolifici perché pubblicano a loro spese (il costo è in realtà bassissimo) cento copie numerate da regalare agli amici: così rientrano anche delle spese per un regalo...

Fin da ragazzo ha amato la poesia?

Da ragazzo l'ho odiata. L'ho scoperta da adulto, è una vocazione tardiva e queste sono le migliori perché le più consapevoli. Ho anche un grande rispetto per l'uomo poeta, la sua vita. Sono delle persone assolutamente fantastiche perché sono quelle più astratte e più lontane dalla realtà, più lontane dalle cose della vita che invece ci tengono avviluppati, ci imprigionano, ci legano. I poeti invece sono costretti da urgenze interiori, da qualcosa da cui sono pervasi, qualcosa che li raggiunge improvvisamente: si devono fermare e scrivere, anche se sono in macchina, in bicicletta, a piedi. Devono scrivere, devono scrivere subito un verso, una parola, perché è adesso qui e in questo momento e solo così diventa definitiva.

Anche lei, nella sua professione, ha delle immagini urgenti?

Ho immagini che mi sono suggerite dallo spazio, dal luogo, dalla faccia, dalla persona, e che solo le condizioni produttive familiari mi permettono di carpire. Io ho girato una volta un film tutto così, prodotto da mio fratello, in uno stato di grazia assoluta.

Quale film?

Si chiamava Le strade nel Fosforo, un film sulla vita contadina nel '700. Non ha avuto nessun tipo di successo, ma forse è la cosa più significativa che ho fatto nella mia vita. Tutto quello che sentivo o pensavo, dopo un attimo, era fissato dalla macchina da presa, dalla pellicola, e componevo le parti del film senza sapere a che punto della storia fossimo, in uno stato quasi di trance, ma alla fine tutti i tasselli sono andati a collocarsi come in un puzzle che poi ha composto una storia perfetta, ineccepibile. Anche gli attori hanno lavorato nella più completa inconsapevolezza: dicevano le battute, ma non sapevano perché le stavano dicendo, che cosa stesse succedendo. La mia presunzione era al massimo. Il film non è costato nulla, 50 milioni di lire, ed è venuto dopo un grande successo televisivo. Bisognerebbe riuscire a fare un cinema in questi stati di grazia, con queste opportunità che nascono dall'attesa, dalla certezza del miracolo, credendo che c'è qualcuno che sta con noi, che non siamo completamente soli e che è sufficiente mettersi in uno stato di attesa e di preghiera.

Le interessano anche i rapporti tra gli uomini?

Mi interessano quando sono molto sottili, profondi e quando si rispettano le sensibilità: sono una persona che può essere ferita facilmente. Mi interessa un rapporto che sia estremamente cauto, se non tiene conto di tutto quello che è prevaricazione, forza, gerarchia mi fa un po' paura.

In genere i registi sono fortemente autoritari.

Ma lo devono essere attraverso quello che fanno e non attraverso quello che dicono. Insomma non nel comportamento. Uno diventa un leader per le cose che fa, perché sa risolvere i problemi. Non mi voglio paragonare ad un signore piuttosto importante, però Gesù faceva i miracoli per essere rispettato, non urlava. Per diventare dei registi credibili bisogna fare qualche miracolo, far vedere i ciechi.


Filmografia

 2001 

I cavalieri che fecero l'impresa
Twentieth Century Fox Home Entertainment, 2001
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Raoul Bova; Fred Murray Abraham; Carlo Delle Piane ...
Euro 10,99     

 1999 

La via degli angeli
Medusa Home Entertainment, 2001
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Gianni Cavina; Carlo Delle Piane; Valentina Cervi ...
Euro 11,99     

 1997 

Il testimone dello sposo
Filmauro Home Video, 2000
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Diego Abatantuono; Ines Sastre; Dario Cantarelli ...
Euro 10,28     

 1996 

Il sindaco
Video Club Luce, 1997
Regia di Antonio Avati; Pupi Avati
Principali interpreti: Anthony Quinn; Maria Grazia Cucinotta; Raoul Bova ...
Euro 15,44     

 1995 

L'arcano incantatore
Filmauro Home Video, 2000
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Carlo Cecchi; Stefano Dionisi; Arnaldo Ninchi ...
Euro 16,99     

 1994 

Dichiarazioni d'amore
Filmauro Home Video, 2000
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Alessandro Modica; Arnaldo Ninchi; Angiola Baggi ...
Euro 6,66     

 1993 

Magnificat
Twentieth Century Fox Home Entertainment, 1997
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Luigi Diberti; Ave Ninchi; Massimo Bellinzoni ...
Euro 10,99     

 1986 

Regalo di Natale
Cine Video Corporation, 1998
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Carlo Delle Piane; Diego Abatantuono; Alessandro Haber ...
Euro 10,28     

 1976 

La casa dalle finestre che ridono
Twentieth Century Fox Home Entertainment, 2002
Regia di Pupi Avati
Principali interpreti: Lino Capolicchio; Francesca Marciano; Gianni Cavina ...
Euro 10,99     

A cura di Grazia Casagrande


19 aprile 2002