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Lino Capolicchio

Abbiamo chiesto a Lino Capolicchio, un attore che ha interpretato spesso, nella sua attività teatrale o cinematografica, personaggi complessi e ambigui, quali letture avevano contribuito a formare la sua personalità e lo avevano aiutato a entrare, con eccezionale sensibilità, nella psicologia di personaggi tanto diversi fra loro.

A quale libro si è appassionato da bambino?

Da bambino mi sono piaciute soprattutto le favole: la mia favola preferita è comunque sempre stata Pinocchio.

Le leggeva o le piaceva farsele leggere?

No, preferivo leggerle da solo. Non mi piaceva stare fermo ad ascoltare. Ho sempre coltivato, fin da piccolo, la lettura: stavo spesso per conto mio, chiuso nella mia stanza, ero un bambino molto appartato, timido e introverso. Leggevo tantissimo. Ma Pinocchio è in assoluto la favola che sempre ho amato e che continuo ad amare.

E nell'adolescenza? Ci parli di un libro che l'ha colpita.

È un libro che ho letto a 14 anni. Mi era stato regalato da una signora, un'amica di famiglia e sono i racconti di Conan Doyle su Sherlock Holmes.
Era bellissimo anche come "oggetto", un'edizione di fine Ottocento con stupende illustrazioni d'epoca, splendidi caratteri di stampa. Dopo averlo letto sono partito per la tangente perché ho deciso di leggere solo libri da "grandi". E tra le numerose letture quello che più mi ha colpito, avevo quindici anni, è stato Delitto e castigo di Dostoevskij. Mi ero molto esaltato per questo personaggio, mi ci ero quasi identificato. È facile per un adolescente farsi coinvolgere dal personaggio di Raskolnikov. Mi ricordo di aver poi letto molta poesia perché già a quell'epoca volevo fare l'attore. Scoprii naturalmente come tutti l'Antologia di Spoon River e poi ho cominciato a leggere prestissimo Kafka che mi piace ancora tantissimo. Credo di aver letto la sua opera completa.

Ed è ancora il suo autore preferito?

Io penso, senza togliere nulla a Proust, a Thomas Mann, o a Joyce (di cui andrebbe letta in realtà l'opera completa in lingua originale e io invece ho letto in italiano il solo Ulisse), ritengo Kafka uno scrittore in qualche modo profetico: ha anticipato tutto quello che sarebbe diventato l'uomo e la sua vita negli anni futuri. In questo senso è non solo modernissimo ma, come dicevo, un anticipatore. Se pensiamo che ha scritto La Metamorfosi intorno al 1910, 1912, la cosa è sensazionale. Il protagonista del Castello, una specie di essere proteiforme, si riallaccia a certe tradizioni della Praga magica, esoterica. Ci sono delle curiose analogie con un pittore che amo molto: si chiama Alfred Kubin e ha scritto un unico romanzo, L'altra parte, in cui ci sono una serie di elementi che ritroviamo nel Castello. La matrice comune, l'humus culturale è per entrambi quello mitteleuropeo. Però Kafka, da un punto di vista strettamente letterario, è assolutamente geniale.

Una curiosità, lei ha fatto l'Accademia?

Si.

Che testo ha presentato?

Ho presentato come tema d'esame Le donne curiose uno dei testi meno praticati di Goldoni. Poi ho detto una poesia di Montale, Dora Markus e ho letto un brano dei Promessi Sposi, l'incontro fra Don Rodrigo e Fra Cristoforo.

Perché questa scelta?

La scelta della lettura è dovuta alla bellezza del dialogo stesso, di grande effetto, Dora Markus è una poesia intensissima e infine la scena me la suggerì la signora che mi insegnava dizione e recitazione. Mi propose un Goldoni, ma un aspetto meno noto di questo grande del teatro.

Oggi quali sono le letture che lei preferisce fare?

Credo che vadano riscoperte certe cose, come per esempio la Gerusalemme Liberata: anche letta oggi appare veramente un capolavoro assoluto. Sa tracciare con inaudita intensità la crisi del Cinquecento, il passaggio all'angoscia che segnerà tanto Seicento. Leggere il poema sotto questo aspetto è veramente interessante, mostra di essere un perno fondamentale. Poi, a cinquant'anni ho letto finalmente Guerra e pace.
A vent'anni avevo provato a leggerlo ma, arrivato a un certo punto, mi ero bloccato. A quell'età non si può capire la complessità di quel romanzo, così straordinario, perché composito, pieno di tematiche...

Quindi crede che si debbano leggere soprattutto i grandi classici?

Sì, così come credo che, nel cinema, la vera rivoluzione sarebbe ritornare al cinema muto: bisogna tornare indietro, i grandi maestri ci sono già stati, non si inventa più nulla, purtroppo.

A cura di Grazia Casagrande


5 aprile 2002