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Carlos Fuentes
Le relazioni lontane

"L'ho educato, Branly, perché ammirasse un'autorità piena di grandezza e di dignità e gli ho fatto notare la sua costante assenza; l'ho educato perché sognasse un paese ideale governato da una vera aristocrazia che disciplinasse allo stesso modo la massa degenerata dal vizio e dallo sfruttamento, e i volgari e rapaci sfruttatori del nostro paese."

Uno scrittore scomodo, impegnato civilmente, un uomo che ha rappresentato il suo Paese all'estero (in qualità di ambasciatore in Francia) ma che per coerenza profonda ha scelto di rinunciare al prestigioso incarico che gli era stato assegnato per non contaminarsi, non avere lo stesso ruolo dato a chi è da lui considerato un assassino: si dimette infatti quando Gustavo Diaz Orda (presidente del Messico nel 1968 quando venne perpetrato l'eccidio di Tlatelolco) nel 1977 è nominato ambasciatore in Spagna.
Una personalità così rigorosa trasporta nella scrittura la forza etica del suo pensiero anche quando tratta argomenti del tutto avulsi dalla problematica politica e sociale e osserva i complessi meandri della psicologia umana.
Interessante è in questo romanzo del 1980, solo oggi tradotto in italiano, l'attenzione alle diverse personalità, agli impulsi misteriosi che determinano i comportamenti dei suoi personaggi. Partendo dalla narrazione di un vecchio (e straordinaria è la capacità di descrivere da una parte l'indifferenza, dall'altra la maniacalità di certi gesti degli anziani) Fuentes racconta una strana vicenda in cui l'omonimia di due personaggi è centrale, ma allo stesso tempo fonte di un mistero che non ha, né interessa che abbia, soluzione. Che cosa hanno in comune questi uomini se non la loro stessa umanità, cioè l'ambiguità delle loro emozioni? In fondo è questa la tesi dell'autore: la vita è ambigua, va osservata come si fa per un romanzo giallo di cui non ci si può attendere una soluzione. Soltanto i più giovani, quelli che sono ancora bambini, hanno una spontaneità e una sincerità che affascina. Non è certo importante per il lettore che la vicenda abbia la caratteristica della verosimiglianza perché invece è l'intreccio di realismo (dei sentimenti) e fantasia degli eventi che caratterizza la scrittura di Fuentes e ne determina la grandezza.
Vincitore dei più importanti riconoscimenti del mondo letterario ispanico, lo scrittore messicano evidenzia anche un altro dato interessante, come non esista un unico filone narrativo dell'area culturale latinoamericana e come, in Italia in particolare, sia forse più conosciuto e popolare quello meno problematico e complesso.

Le relazioni lontane di Carlos Fuentes
Titolo originale: Una familia lejana
Traduzione di: Francesco Ciancabilla
247 pag., Euro 15.50 - Edizioni il Saggiatore (Scritture 112)
ISBN 88-428-1025-8

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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I


Il pallore del mio amico non era insolito. Con il passare degli anni, la pelle del volto si era unita all'osso e quando muoveva le mani magre la luce le attraversava senza sforzo.
Lo avevo rivisto quando era tornato da un viaggio in Messico e allora il suo aspetto di fantasma civilizzato si era dissolto. Il sole gli aveva conferito densità, presenza carnale. Quasi non lo riconoscevo.
Adesso, che aveva recuperato il suo pallore abituale, me lo ricordavo chiaramente; eppure, nei suoi modi c'era qualcosa di singolare. Ero andato a salutarlo quando lo avevo visto solo al tavolo della sala da pranzo del club, e gli avevo proposto di pranzare insieme.
"Purché lei venga qua" disse guardando i tavoli lontani dal suo.
Il suo sguardo si era perso in una lontananza più profonda di quella della vasta sala da pranzo in penombra. I tavoli migliori, però, erano situati a fianco del grande balcone che si apre su place de la Concorde. Sono i tavoli privilegiati del ristorante del club ed è naturale che se li accaparrino i soci più anziani. Avevo accettato l'invito per quello che era: una gentilezza nei miei confronti, suo amico più giovane.
"Non la vedevo da quando è ritornato dal suo viaggio" gli dissi.
Continuò a leggere il menù, come se non mi ascoltasse. Stava leggermente curvo, di spalle alle finestre. La luce azzurrognola di quel pomeriggio precoce di novembre illuminava il profilo della testa calva e lucida. All'improvviso la sollevò, ma non per guardarmi. Si era arrestato, immobile, con gli occhi fissi sul punto più distante della piazza, vicino al fiume.
"Ordini per me" disse quando si avvicinò il cameriere. Lo aveva detto con quell'urgenza precisa che cominciavo a notare in tutti i suoi movimenti. Mi chiedevo se quella era sempre stata una sua caratteristica, sebbene l'avessi notata solo in quel momento. Percorse con gli occhi piccoli e vivaci la piazza, indugiando a lungo sulla prospettiva del viale delle Tuileries.
"Sa" disse alla fine, quando ci avevano già servito il vino su cui i suoi occhi inquieti avevano trovato riposo "stavo scommettendo con me stesso se qualcuno si sarebbe avvicinato per salutarmi o no; se avrei avuto o meno la possibilità di raccontare a qualcuno la mia storia."
Lo guardai perplesso. "Non sono qualcuno, Branly. Penso che siamo vecchi amici."
Toccò leggermente la mia mano, mi chiese scusa e disse che quando tutto fosse terminato avrebbe dovuto fare un nuovo bilancio della sua vita, cosa che risultava molto faticosa per una persona della sua età.
"No" aggiunse "non cadrò nei luoghi comuni; non dirò che a ottantatré anni ho visto tutto. Solo coloro che non hanno mai visto niente, lo dicono".
Gettò indietro la testa ridendo e, con un solo movimento, sollevò le mani dicendomi che era presunzione credersi al riparo da qualsiasi sorpresa. Forse, più che un'aspirazione, sarebbe stata semplicemente una stupidaggine. Solo una profonda insicurezza avrebbe potuto costringerci a soffrire di una perdita così insensata come quella della nostra innata capacità di meravigliarci. Disse che la morte vince solamente chi non ne è sorpreso; la vita, anche. Batté più volte le palpebre, come se quella luce, più pallida delle sembianze stesse del mio amico, lo ferisse.
"Fino a prima della visita, credevo di aver raggiunto un meritato equilibrio" mi disse, coprendosi gli occhi con le dita.
Dopo, scostò la mano con un gesto grazioso e frivolo, come per allontanare qualsiasi solennità dal suo discorso; sorrise:
"Per Dio! Ho vissuto tutte le epoche, belle e brutte, tutti gli anni, folli e ragionevoli, due guerre mondiali e una gamba ferita a Dunkerque, quattro cani, tre mogli, due castelli, una biblioteca fedele e alcuni amici che le assomigliano, per fedeltà, intendo, come lei".
Sospirò, allontanò da sé il calice e fece qualcosa di straordinario. Mi dette le spalle, girò la sedia e guardò direttamente place de la Concorde, quasi intendesse parlarle. Preferii pensare che si stesse rivolgendo a me in un modo singolare, volendo sottolineare il carattere poco comune del nostro incontro e anche della storia che mi aveva annunciato: alla fine rimasi (per mia tranquillità) con l'impressione che il mio amico volesse parlare alla piazza e a me, al mondo e a quella pluralità che io rappresentavo in quel momento e che si nasconde, ironica e nemica, nel noi delle lingue romanze, noi e altri, io e i più.
Parigi e io, Branly tra noi. Soltanto questa interpretazione tutelava il mio amor proprio un po' maltrattato dallo strano comportamento del mio amico.
"Questo secolo è un fratello per me" disse allora "abbiamo vissuto insieme. È anche un figlio; lo precedo di quattro anni e la prima cosa di cui ho memoria, si figuri!, è la sua nascita, dominata da un'immagine, inutile a dirlo, indimenticabile: l'inaugurazione del ponte Alessandro III. Lo ricordo come un arco di acanto teso sulla Senna per me, affinché io, bambino, imparassi ad amare questa città e a percorrerla."

© 2002 Il Saggiatore Edizioni

biografia dell'autore
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Carlos Fuentes (1928) è considerato uno dei maestri della narrativa messicana e uno dei più importanti romanzieri contemporanei. Ha vinto il Premio Cervantes, massimo riconoscimento per un autore di lingua spagnola, e il Premio Príncipe de Asturias de las Letras. Fra i suoi romanzi ricordiamo: La morte di Artemio Cruz, Aura, L'ombelico della luna, Gli anni con Laura Díaz. Ha svolto anche un'importante opera di giornalista e saggista ed è ambasciatore del Messico in Francia.


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29 marzo 2002