SAGGI

Sabriye Tenberken
La mia strada porta in Tibet

"Credo che non riescano a immaginare che un cieco riesca ad affrontare da solo un simile lavoro".
Ero delusa, ma non mi volli lasciare scoraggiare. Forse c'era una strada per riuscire a superare anche questi ostacoli.

Esistono drammi grandissimi che colpiscono molti esseri umani e di cui nessuno mai ci dà notizia. Personalmente non conoscevo, ad esempio, la realtà tragica di molti tibetani: la cecità dovuta ai raggi solari d'alta quota e alla carenza di vitamina A. È Sabriye Tenberken, una giovane e bella donna tedesca non vedente, a raccontarcela. Sabriye ha lanciato un sfida all'handicap fondando la prima scuola tibetana per bambini ciechi e creando un alfabeto Braille adattato alla lingua locale. Con forza d'animo non comune ha affrontato viaggi disagevoli, spesso a cavallo, e difficoltà pratiche e burocratiche di ogni genere, per dare vita a un centro specializzato a Lhasa destinato ad offrire un'opportunità a bambini viceversa condannati a essere tagliati fuori dalla struttura sociale. La mia strada porta in Tibet narra questa straordinaria esperienza attraverso la voce privata della protagonista e quella corale di coloro che l'hanno aiutata nell'impresa e, soprattutto, dei bambini che ha incontrato. Alcune belle fotografie ci permettono, infine, di entrare meglio nel mondo straordinario di questa donna ed ammirarne ancor più il coraggio e la determinazione.

La mia strada porta in Tibet di Sabriye Tenberken
Titolo originale: Mein Weg führt nach Tibet
Traduzione di: Sergio Vicini
267 pag., ill., Euro 15.50 - Edizioni Corbaccio (Exploits)
ISBN 88-7972-485-1

Le prime righe

1

"Kelsang Meto! Kelsang Meto!"
Il richiamo arriva dal basso. Faccio muovere il cavallo. Tranquillo e sicuro appoggia gli zoccoli sul pendio sassoso. Non c'è un sentiero vero e proprio, e l'animale di tanto in tanto si ferma, per valutare quale spaccatura nella roccia possa offrire l'appoggio più sicuro.
"Kelsang Meto! Torna indietro!" Le voci terrorizzate sembrano ormai lontanissime.
Ma ora non voglio tornare indietro. Non devo distrarre il cavallo, senza contare che il ritorno, forse, potrebbe essere ancora più pericoloso. Le pietre rotolano verso di noi con fragore e il cavallo, a volte, è costretto a fare un balzo rischioso per evitare i massi che cadono. È un piccolo cavallo di montagna, che conosce perfettamente l'arte dell'arrampicarsi.
Mi avevano messa in guardia. Il maschio è aggressivo e spesso, impennandosi, cerca testardamente di liberarsi del cavaliere. Anche io ero testarda e avevo deciso di fidarmi di questo "demonio". E adesso ne sono felice. Perché il cavallo, che il suo padrone chiama Nagpo (Nero) è tranquillo e concentratissimo. Fin da bambina avevo imparato a trattare con cavalli considerati difficili e focosi.

© 2002 Corbaccio Editrice


L'autore

Sabriye Tenberken è nata in Germania, vicino a Bonn nel 1970. A due anni le è stata diagnosticata la malattia che l'avrebbe resa cieca. Ha studiato tibetologia, filosofia e sociologia e ha fondato a Lhasa la prima scuola per ciechi. Per questo suo impegno ha vinto il premio Norgall dell'International Woman's Club. Oltre a questo libro, del quale Hollywood ha acquistato i diritti cinematografici, la Tenberken è autrice di un libro per bambini


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


22 marzo 2002