Ilide Carmignani

Una famosa traduttrice, che ha saputo con straordinaria sensibilità offrire ai lettori italiani le opere di scrittori come Sepúlveda, Carlos Fuentes, Almudena Grandes, Octavio Paz o Pérez Reverte. Le abbiamo chiesto di parlarci delle sue letture e di come sia giunta alla professione che esercita con competenza e intelligenza.

Quali sono i libri che leggevi da piccola e quali leggi oggi ai tuoi bambini?

Da piccola leggevo qualunque cosa mi capitasse fra le mani. A scuola facevo sempre la bibliotecaria, così ogni mattina prendevo un libro e lo leggevo di nascosto sotto il banco. Sicuramente ho letto tutto Salgari e Verne e anche Kipling, ricordo ancora Rikki Tikki Tavi, avrei dato qualunque cosa per avere una mangusta. Piccole donne crescono lo trovavo disgustosamente sdolcinato, Incompreso mi conquistò dopo la nascita di mia sorella, mentre Cuore era stato messo all'indice da mio padre perché troppo filisteo. E poi Pippi Calzelunghe e moltissime raccolte di fiabe, prima fra tutte Le mille e una notte. Ma il libro che leggevo e rileggevo senza posa era Mary Poppins, una vecchia edizione azzurra in due volumi.
Ora lo sto leggendo ai miei figli. Il più grande impazzisce per Harry Potter e per tutte le storie di magia. Un altro libro meraviglioso che mi piace leggere ai bambini è Pinocchio: mi diverte la lingua, che è molto toscana, la stessa che parlano i vecchi dalle mie parti; i miei figli invece quasi piangono, ci sono passi così crudeli, ma il più piccolo non si stanca mai di ascoltarla. E poi naturalmente abbiamo letto e riletto La gabbianella e il gatto.

Nell'adolescenza c'è stato per te un "libro rivelazione"?

Sì, è Dialoghi con Leucò di Pavese, un libro che ancora oggi amo moltissimo. Naturalmente all'epoca rimasi colpita anche dal Mestiere di vivere, è un passaggio obbligato per la crisi esistenziale dei sedici anni.

Hai avuto un'esperienza di lettura che ti ha fatto scegliere la professione che eserciti?

No, credo di no. Credo abbia contato di più l'idea generale che avrei potuto passare le mie giornate a leggere e a scrivere. Tradurre in fondo è questo. Devo però ammettere che mi era capitato di leggere testi spagnoli così belli da pensare: questo devo assolutamente tradurlo. Tradurre è un modo per possedere un testo, per renderlo tuo, anche se per farlo devi diventare una sorta di sosia dell'autore, altrimenti lo tradisci e non è più quello.

Che cosa cerchi quando leggi un libro in traduzione?

Non sono molto originale: cerco di uscire dai miei confini, di conoscere meglio altre realtà, e anche di conoscere meglio la mia grazie al confronto. Come dice Paco Taibo II, senza traduzioni saremmo tutti più lontani e più soli. Sono esigenze diffuse, credo: due terzi dei romanzi venduti in Italia sono tradotti. Forse, visto il mio mestiere, ho qualche inquietudine in più durante la lettura, so che il passaggio da una lingua all'altra non è affatto meccanico e spesso, purtroppo, neppure indolore. Solo l'editoria più raffinata sembra disposta a investire nella traduzione.

Quali scrittori ti sembrano più "difficili" da rendere in italiano?

Quelli più bravi, anche se per assurdo qualcosa della loro bravura traspare sempre, anche se tradotti malamente, e quelli peggiori, perché anche in mano al miglior traduttore restano una disgrazia per tutti. Se invece vogliamo fare un discorso più generale, è chiaro che più le culture sono distanti, più è difficile tradurre, anche se al tempo stesso più si traduce, più le culture si avvicinano.

Quale invece, tra quelli che hai tradotto, ha rappresentato per te un'esperienza non solo culturale, ma anche umana?

Sarò un'inguaribile idealista, ma penso che ogni libro, sia pure in modo impercettibile, cambi la nostra visione del mondo e quindi anche noi come persone. Se poi su quel libro ci passi mesi e mesi della tua vita...

A cura di Grazia Casagrande


12 marzo 2002