NARRATIVA ITALIANA

Goffredo Buccini
Orapronò

"Non era la geometria di quanto si muoveva sul mare a pizzicarmi le corde più segrete, ma la matematica carnale di quello che il mare andava raccontando senza posa.
L'algoritmo criptato nelle terre sotto il vulcano che il mare bagnava."

L'arte del raccontare, così consona alla tradizione napoletana, ha in questo secondo romanzo di Buccini una bella testimonianza. Un intreccio che si arricchisce di storie parallele o tra loro intersecantesi, personaggi maschili e femminili, figure di giovani e di vecchi, di puri di cuore e di malavitosi, insomma una varia umanità che popola il paesino vesuviano in cui è collocata la vicenda. Lo stile complesso si muove su diversi registri: si passa dal tono favoleggiante al monologo interiore, dal commento di un narratore onniscente all'uso della prima persona, dall'andamento del racconto poliziesco a quello più ironico del commentatore/spettatore. Ermanno Rea, presentando il libro, lo dichiara "il romanzo dell'ambiguità assoluta" e non si può non concordare con lo scrittore napoletano che ha ben colto la duplicità delle figure principali in bilico tra l'essere benefattori o malfattori, capaci piuttosto di giocare entrambi i ruoli e, se è difficile, nella realtà, dividere nettamente il bene dal male lo è ancora di più in questo romanzo che intreccia passione e fantasia, realtà e favola.

Orapronò di Goffredo Buccini
423 pag., Euro 15.00 - Edizioni Frassinelli (Narrativa)
ISBN 88-7684-684-0

Le prime righe

3 gennaio 1971, a Pontaiatta
già faceva scuro di giorno...

Cavallo di spade.
(E quello ci mancava...)
Il brigadiere Catello Plinio, da due settimane comandante interinale della stazione di Pontaiatta, sbirciò la terza carta che teneva in mano del tanto necessario a prendere d'aceto.
Per un momento, solo per un momento, si distrasse a valutare il cavallo alla luce degli arcani minori, sua vecchia fisima occulta, e occultata appena aveva deciso di vestire la divisa dell'Arma, non volendo passare da stravagante.
Vediamo, vediamo, rimuginò in fretta, che cosa dicevano gli arcani del cavallo di spade? "Militare, uomo d'azione"... e fin qui c'eravamo, perché cos'altro era lui, perbacco, anche se l'azione fino ad allora s'era limitato a sognarla? "Inimicizia, collera"... e anche qui c'eravamo, perché proprio quelli erano i sentimenti che cominciava a nutrire verso la faccia stupidamente soddisfatta del suo diretto sottoposto, il carabiniere scelto Bastiano Rias, che gli stava seduto di fronte con il colletto sbottonato fra le stellette e i baffi a manubrio parecchio somiglianti a quelli del cavallerizzo moro in mezzo alla sua carta. "Pericolo di aggressioni"... e a questo punto Plinio fece spallucce nell'anima sua, perché quella casermetta che gli avevano affidato, dove l'indomani sarebbero tornati i colleghi dalle licenze natalizie e sarebbe infine arrivato un tenente dal capoluogo per la consueta ispezione d'inizio anno, era una specie di oasi di pace noiosa in mezzo a una terra inaridita dalla paura: il maresciallo che l'aveva preceduto al comando si sarebbe slogato le mascelle a furia di sbadigli, non fosse stato per la scomparsa mai chiarita delle statue di San Biagio Candeloro e Sant'Onofrio Sinoculi, che accompagnavano tradizionalmente la Vergine Bruna in processione ed erano svanite quattro anni prima dal magazzino che le custodiva.

© 2002 Edizioni Frassinelli


L'autore

Goffredo Buccini, giornalista, è attualmente inviato del Corriere della Sera a New York e ho scritto Canone a tre voci.


Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


15 marzo 2002