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Mompracem!

"Era stato un ragazzo salgariano, poi un giovane, poi un uomo. Infine, di colpo, era ridiventato salgariano, erano tornate le belve, la giungla e la legittimità dei sogni. Fu quando si accorse che altrimenti sarebbe diventato vecchio."

Ecco perché tutti noi che abbiamo letto o leggeremo questa raccolta di racconti, non possiamo "non dirci salgariani" (come recita l'occhiello del volume): perché non si può non amare chi ha inventato un animale velenosissimo, dall'evocativo nome di "biscobra", assolutamente inesistente. Perché almeno una volta nella vita, saliti su una barca, abbiamo provato il desiderio di gridare "Coraggio, prodi di Mompracem, ai nostri pezzi! Spazziamo il mare dai prepotenti, fuoco a volontà su quei miserabili", come il Lu Purk che la Ballestra invoca. Perché avevamo sognato un'ultima avventura, mai raccontata, del Corsaro Nero popolata di belle creole, anche se intorno a noi vedevamo guerre e orrori miserabili. Perché abbiamo tifato per nuovi pirati che, navigando ben più che per Sette Mari nella Grande Rete, vanno all'assalto di potentati economici. Perché nei tratti somatici di tanti immigrati riusciamo a scoprire la bellezza immaginata dei volti degli eroi dello scrittore veronese e l'attore indiano, protagonista del racconto di Enrico Brizzi, con la sua povertà e il suo nobile aspetto, è un'autentica Tigre della Malesia. Perché il kriss, che fa zampillare il sangue della vittima sacrificale, è l'arma di una giustizia primitiva e quasi il riscatto dall'infelicità, ma è anche l'arma della vendetta, l'arma dell'amore tradito. Perché, parlando di Kammamuri e delle lacrime del Corsaro Nero, un grande editore è stato in grado di condurre per mano il giovane scrittore alla fiducia nella propria arte e oggi questo, Marco Buticchi, può fare omaggio al "maestro" Spagnol di un racconto che ha per protagonista il mitico Tremal-Naik. Ed è proprio Sandokan e il suo sguardo di ghiaccio e di fuoco che affascina serpenti e donne che fa sì che il mito di Salgari resti immutato negli anni: ben lo sa Mauro Covacich scrivendo Labuan Pearl Club.
Ma chi è questo signore dai baffi a spazzola e dallo sguardo triste che "ha vinto a una a una le sue battaglie con l'impeto dei suoi Tigrotti"? è il vicino di casa, dice Ferrero, e la scrittura "è la sua vita, la sua droga", ma è anche la nostra, l'estasi di tante infanzie e adolescenze. Ed ecco perché lo sceneggiato televisivo e lo sguardo ammaliatore del Sandokan degli schermi è entrato nella vita di Aldo Nove e ne ha accompagnato la fantasia dai nove anni ad oggi.
E anche la scrittura elegante di Romagnoli o quella aspra della Santacroce recano il loro tributo a questo provinciale dallo spirito indomito. Infine noi lettori cogliamo l'occasione di una lettura che, oltre al dovuto omaggio agli eroi della fantasia, ci dà succosi assaggi della scrittura dell'ultima generazione di autori italiani.

Mompracem! A cura di Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli
269 pag., Euro 12.60 - Editore Mondadori (Strade Blu)
ISBN 88-04-50352-1

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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Perché non possiamo
non dirci salgariani

Did You See The Tiger?

di Antonio Franchini


Era una specie di belvedere e la balaustra di rami dava sulla pozza dello stagno bordata da una macchia di erbe alte. Nella stagione calda doveva essere infestata dalla malaria, ma adesso l'atmosfera s'era già rifatta opaca. D'inverno il sole viene fuori tardi a bucare la coltre di nebbia e presto nel pomeriggio vi si lascia riassorbire in una vampa umida, lattiginosa.
All'alba era stato più impressionante perché avevano sentito piovere fitto e l'uomo salgariano, risvegliato da quel vero e proprio fragore, aveva detto "è strano, non dovrebbe essere la stagione delle piogge". Poi gli spiegarono che non era la pioggia ma la condensa dell'umidità, che ricadendo dall'alto sulle foglie della foresta produceva un rumore simile a quello di un acquazzone.
Benché la temperatura di giorno fosse calda, al crepuscolo un boy in livrea gli portava nel bungalow due scaldini roventi da infilare nel letto - o si sarebbero addormentati in mezzo a lenzuola bagnate fradice - e poi ritornava con un braciere fumante da piazzare nel centro della stanza.
Il jeep driver del villaggio era stato assalito dalla tigre in mezzo a quelle erbe alte esattamente due anni prima. Si erano chiesti dov'è il jeep driver perché dalla mattina non lo vedevano; poi avevano riconosciuto una striscia di sangue in un tunnel scavato in mezzo alle erbe e alcuni lembi della sua camicia attaccati agli arbusti come fossero quelle piume di uccellino che denunciavano il furtivo pasto di un gatto.
Il jeep driver era un Tharu del villaggio vicino. Alla fine del mese di gennaio i Tharu hanno il permesso di sconfinare nel parco per tagliare le erbe alte e infatti il giorno del loro arrivo le avevano viste ammonticchiate sulla spiaggia del fiume, legate in covoni, e si erano chiesti che tipo di raccolta fosse.
I villaggi dei Tharu stanno in mezzo alle risaie, fuori dal parco forestale. Le loro capanne sono di paglia e fango, ma i bambini vanno a scuola con la divisa come in un college inglese e al mattino li si vede procedere ordinatamente a gruppi in una pianura che è simile in tutto a certi paesaggi del vercellese.
Solo che qui anche la tigre spesso ha sconfinato e ha ucciso nel sonno gli abitanti dei villaggi trascinandoli fuori dalle capanne.
Il riso e quell'erba sono le loro uniche ricchezze. Quando vanno a tagliare l'erba i Tharu cercano di stare in gruppo, ma se si trovano da soli non vanno prima a cercare compagnia e soli come sono s'inoltrano nella giungla. Portano il khukuri, il coltello ricurvo che gli serve da attrezzo agricolo e da difesa. Se mentre falciano vengono morsi dal cobra o dal krait, il bungaro, un serpente a fasce gialle e nere, d'indole sonnolenta ma più velenoso del cobra, con il khukuri, senza aspettare un solo istante, si tagliano via il pezzo di carne addentato, il più possibile vicino all'osso. Per questo in giro se ne vedono tanti con le carni scavate sugli arti. È l'unica possibilità che hanno. All'ospedale, se ci fosse, non arriverebbero vivi.
Quando chiesero come mai i Tharu facessero una vita tanto grama e non pensassero di andarsene altrove, la guida rispose oh, they don't care.

Sul ciglio della Buddha Highway, che a rotta di collo precipita dall'altipiano di Kathmandu alla pianura, si conta più d'una carcassa di corriera o d'autocarro finiti fuori strada. Sono i resti dei camion indiani colorati come i carretti siciliani, con l'unica differenza che al posto di panoplie d'agrumi, fiammeggiare di vulcani e gesta di paladini portano dipinte sui pannelli delle fiancate le immagini raggianti di Shiva col tridente o le sagome paciose dei Ganesh elefantini.
Erano scheletri carbonizzati di corriere come la loro, che invece sfrecciava cigolando in mezzo alla strada in uno sferragliare di giunti mai oliati, di freni che chissà se prendono, di musica indiana sparata a palla da un impianto gracchiante e nel fracasso di un clacson doppio, perché se non basta quello dell'autista tenuto costantemente schiacciato ogni volta che il mezzo irrompe sulla piazza di un villaggio, ce n'è ancora un altro incastrato in un angolo dove il bigliettaio s'accanisce con foga raddoppiata dallo scarso impegno richiesto dal suo ruolo e dalla naturale propensione di queste genti a fare bordello.

© 2002 Arnoldo Mondadori Editore



1 marzo 2002