La biografia
La bibliografia


David Leavitt
Martin Bauman

"Così cominciò la mia carriera d'imbroglione: una carriera che, come la mia omosessualità, non avrei confessato nemmeno di fronte alla prova più schiacciante, e per la quale sentivo ben poco rimorso in quanto, finché rimaneva segreta, finché non venivo scoperto, per me non era reale."

La società che David Leavitt ci propone nei suoi romanzi è sicuramente più libera e disinibita di quella che in Italia siamo abituati ad osservare: forse da noi un certo provincialismo continua a dominare, oppure una particolare forma di puritanesimo regola, con grande ipocrisia, i rapporti sociali. Di certo neppure in ambiente letterario, pur essendo presente una realtà gay piuttosto consistente, la letteratura che tratti questo tema ha trovato una corretta collocazione nell'Olimpo letterario. Non restano testimonianze autorevoli, al di fuori, mi pare, di Tondelli, che solo dopo la morte ha trovato una specie di legittimazione se non addirittura di culto, o di Aldo Busi, scrittore che pur nella particolare ricerca stilistica, nell'eccezionalità della sua immagine pubblica e nella reale e coerente battaglia per l'affermazione dei diritti civili non viene, del tutto ingiustamente, considerato uno dei maggiori scrittori italiani viventi. E così leggere la naturale coesistenza e interazione di una realtà omo e di una eterosessuale appare già di per sé fonte di interesse sociologico.
Altro elemento di interesse è, nel libro, la descrizione della comunità letteraria newyorkese, un mondo in un certo senso chiuso, molto competitivo e ben poco solidale, pur nella creazione di lobby al loro interno coese. Appartenervi o esserne esclusi significa per uno scrittore anche l'affermazione della propria produzione o il silenzio su di essa da parte della critica "che conta".
Una particolarità nella formazione degli scrittori (di cui in Italia solo da pochi anni si è iniziato a parlare) è il peso che hanno, a livello accademico, i corsi di scrittura creativa. Ma Leavitt non attira i lettori unicamente per queste motivazioni di tipo extraletterario, quanto per la maestria nel trattare personaggi e storie e per l'abilità di presentare, attraverso i diversi punti di vista, le figure che man mano propone e che vanno a costituire la trama di relazioni del protagonista. Classico romanzo di formazione, mostra tutta l'originalità della situazione nel centrare su di una figura diversa da Martin (della cui vita si parla), che è solo saltuariamente presente nella trama, l'attenzione del lettore. È Stanley Flint a dominare nel romanzo, è lui che funge da giudice, è il Maestro, il termine di paragone, l'ideale di perfezione. Ci viene descritto nelle prime pagine anche fisicamente e (assumendo il punto di vista del protagonista) anche i difetti sembrano trasformarsi in elementi di fascino: ogni suo movimento, ogni sfumatura della voce, ogni espressione del volto, vengono puntualmente annotati, tanto è il potere che esercita sui suoi alunni, tanta l'attrazione timorosa che provoca in Martin. Il giudizio di quel docente è in grado di determinare il successo o la sconfitta degli aspiranti scrittori che si affidano a lui e Flint, davanti a una pagina mal scritta, sembra soffrire come di una pugnalata, così come invece appare estasiato da una frase o da un passaggio felice: scrivere (e leggere) è qualcosa di carnale, di fisico che crea piacere o sofferenza. Ma il successo, quando giunge, a volte è frutto anche di astuzie e scorrettezze: Bauman dichiara, spregiudicatamente, di aver usato tutte le armi, anche quelle meno lecite, per trarre dalla propria scrittura, prima il denaro per sopravvivere, poi la notorietà. Nella mondanità newyorkese si evolve, insieme alla maturazione letteraria, anche quella umana del protagonista. La presa di coscienza della propria omosessualità, l'amore, le gelosie, i meccanismi sentimentali che provocano sofferenza, il timore del rifiuto, il desiderio della stabilità sentimentale: tutto ciò con un equilibrio e una serenità di fondo nel narratore che evidenzia le notevoli qualità di Leavitt e la sua maturità letteraria.

Martin Bauman di David Leavitt
Traduzione di: Delfina Vezzoli
449 pag., Euro 17.60 - Edizioni Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 88-04-48859-X

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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1
Il primo principio di Flint


Conobbi Stanley Flint nell'inverno del 1980, quando avevo diciannove anni. Allora era in fase di stallo tra un prestigioso lavoro editoriale e l'altro, appena licenziato dalla famosa rivista ma non ancora assunto dal famoso editore. Per guadagnarsi da vivere viaggiava da un'università all'altra, offrendo il suo celebre seminario di Scrittura Creativa, che si teneva una sera alla settimana e durava quattro ore. Su questo seminario circolavano le voci più disparate. Si diceva che alla fine del trimestre Flint inducesse i suoi studenti a mettere per iscritto i loro segreti più profondi, più intimi e più sporchi e poi li leggesse ad alta voce a uno a uno. Si diceva che chiedesse loro se erano pronti a dare un braccio o una gamba pur di scrivere una riga bella quanto quella d'apertura di Ritratto dell'artista da giovane. Si diceva che avesse con sé una pistola e sparasse un colpo ogni volta che uno studente leggeva una frase che lui giudicava formidabile.
A quell'epoca, come ex responsabile della pagina letteraria della rivista "Broadway", Flint era già abbastanza conosciuto, anche se la sua era, stranamente, una notorietà più che altro di riflesso, dovuta all'aver pubblicato, durante gli anni trascorsi alla rivista, i primi racconti di alcuni scrittori che in seguito erano diventati grandi, talmente grandi, in effetti, che le loro aureole fiammanti brillavano a ritroso, per così dire, illuminando la faccia di Flint lo Scopritore, Flint l'Indovino, che aveva avuto l'acume non solo di riconoscere il genio nella sua forma più grezza, ma di estrarlo dal mucchio, nutrirlo e perfezionarlo. Ben presto godeva di una tale reputazione che, si diceva, gli bastava fare una telefonata per procurare a uno scrittore un contratto con una casa editrice, così sui due piedi, fino a quando il direttore di "Broadway", vuoi per gelosia, vuoi perché Flint aveva avuto una storia con la sua segretaria (la versione cambiava a seconda della persona a cui lo chiedevi), lo licenziò. Ne seguì un gran cancan dei media, ma nessuna offerta di lavoro, e Flint si mise a fare l'insegnante, ruolo nel quale si ammantava di un'aura di autorità mistica; per esempio, si diceva che avesse procurato a uno dei suoi studenti un anticipo da sei cifre sulla base di un unico paragrafo, il che probabilmente era la vera ragione per cui trecento persone avevano fatto domanda per i quindici posti del suo corso.
Ho un ricordo molto nitido della stanza in cui veniva tenuto il seminario. Situata appena dietro la biblioteca di uno dei pensionati, era stretta e oblunga, con radiatori che gorgogliavano e scaffali carichi di libri troppo oscuri e insignificanti perché valesse la pena di catalogarli. Sulla lavagna - a ricordo della lezione di italiano che si era svolta nel pomeriggio - era scritta in bella calligrafia la coniugazione del verbo mangiare. La prima sera, dato che ero arrivato in anticipo di venti minuti, trovai solo un'altra persona seduta al vecchio tavolo di quercia, una ragazza con occhiali rotondi e filiformi trecce bionde, china con aria accigliata sui fogli di un compito di tedesco. Non volendo sembrare pigro davanti a tanta operosità, mi affrettai a sistemare il mio cappotto e le sciarpe sullo schienale di una sedia (era gennaio), dopodiché presi un libro a caso sullo scaffale e cominciai a leggerlo; il libro era Down To Sunset, ed era stato pubblicato nel 1904. Sul frontespizio l'autore aveva scritto la seguente dedica: "Con molto affetto, da uno che ha passato i suoi anni formativi sotto le tue mura di edera, James Egbert Hillman, '89. Sorrento".
"Firenze!" cominciava il primo capitolo.

Spalancando le tende, Dick Dandridge guardò con meraviglia la piazza nella luce mattutina. Che fervore di attività! Era giorno di mercato, e dietro le bancarelle vecchie donne vestite di nero vendevano mele e patate. Due cavalli con i paraorecchi tiravano un carretto carico di botti di vino davanti alla pittoresca chiesa medioevale. Italia, pensò Dick, ricordandosi, per un momento, sua madre che piangeva mentre la nave partiva da New York, e poi le sue avventure a Londra, a Parigi, alla dogana di Chiasso. Non vedeva l'ora di uscire nella piazza e, strappandosi la camicia da notte dalla testa, gridò al suo amico Thornley: "Alzati, dormiglione! Firenze ci aspetta!".

Entrò una ragazza ispanica con la fronte coperta da una frangia e dall'acne e occupò uno dei posti; poi un paio di ragazzi impegnati in una fitta conversazione; infine un ragazzo con un braccio rattrappito che avevo conosciuto durante un corso sulla poesia moderna del semestre precedente. Ci scambiammo un vago saluto. La ragazza con le trecce e i grossi occhiali mise via i fogli del suo compito.
Cominciò una conversazione. Al di sopra delle voci di Dick Dandridge e del suo amico Thornley, uno dei due ragazzi disse: "Io non ero sulla lista, ma spero che mi lascerà rimanere lo stesso".
(A quest'ultima osservazione sorrisi tra me. Sebbene fossi al secondo anno di college, io ero sulla lista.)

© 2002 Arnoldo Mondadori Editore

biografia dell'autore
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David Leavitt è nato a Pittsburgh nel 1961, ma ha vissuto infanzia e adolescenza a Palo Alto, in California. Si è rivelato a soli 23 anni con i racconti di Ballo di famiglia. Nel 1987 ha pubblicato La lingua perduta delle gru, il suo primo romanzo, a cui hanno fatto seguito Eguali amori, i racconti di Un luogo dove non sono mai stato, Mentre l'Inghilterra dorme (romanzo che è stato al centro di una vivace polemica) e La trapunta di marmo.


22 febbraio 2002