La biografia
La bibliografia


Daniel Picouly
Paulette e Roger

"Come l'eroe, uscito in cerca di erba cipollina, aiuta la madre a partorire, prima di essere arrestato dai tedeschi e messo in prigione a causa di una frittata."

I libri più riusciti di Picouly sono quelli che hanno un forte connotato autobiografico, forse in considerazione dell'importanza che nella vita di questo scrittore ha avuto la famiglia d'origine: essere l'undicesimo di tredici figli non è certo cosa da poco, e non sono in molti ad aver avuto esperienza di una infanzia così ricca di sollecitazioni, in un regime di vera autonomia "controllata" e di affettività diffusa.
La trovata di questo libro è molto curiosa (anche se un film, Ritorno al futuro, l'aveva già sfruttata): il protagonista (l'autore-narratore) immagina di essere catapultato sulla terra cinque anni prima della sua nascita e di assistere all'innamoramento e al successivo matrimonio dei suoi genitori.
L'epoca in cui si svolge l'azione è particolarmente drammatica, siamo cioè in piena Seconda guerra mondiale e, per quanto riguarda la Francia, in piena occupazione nazista. La futura madre, Paulette, è una giovane vedova francese, occhi azzurri e pelle candida, con ben dieci figli da accudire. Il futuro padre, Roger, è un bel ragazzo originario della Martinica dalla vellutata pelle nera, operaio in una officina della Air France.
La narrazione risponde a domande che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita: com'era il mondo prima di me? com'erano i miei genitori? come si sono conosciuti, innamorati, e sposati? insomma qual era la realtà che mi ha accolto? Questo figlio non ancora nato, per riuscire a rispondere a tutte queste domande, assume le sembianze di un ragazzino di dieci, undici anni, ed entra direttamente in contatto (dopo una serie di equivoci o di "errori di persona") con i futuri genitori, guidato da una forma tutta particolare di "memoria" come se prima di nascere in realtà possedessimo già coscienza di tutta la nostra vita futura. Sarà così un particolare odorino di bruciato che, dice Picouly, ha circondato ogni giorno della sua infanzia e impregnato ogni suo abito, libro o quaderno, a condurlo nella casa della sua mami. E sarà poi lei a metterlo in contatto con Roger che, prigioniero, svolge un'attività molto pericolosa, cioè rendere inoffensive le bombe inesplose. Ma centro di tutta la vicenda è solo in parte la storia privata di genitori e fratelli prima della sua nascita, piuttosto è quotidianità, inserita nella grande Storia, di chi si adoperava nella Resistenza a rischio della vita e tentava in ogni modo di mantenere una forma di normalità "anomala", di chi viveva sentimenti ed emozioni che prescindevano dalla situazione estrema a cui era costretto.
Ma la documentazione che ha certamente fornito materiale narrativo all'autore deve essere stata ben poca cosa rispetto al ricordo diretto dei racconti sentiti in casa fin da bambino, alle fotografie ritrovate negli album di famiglia, all'esperienza dei primi anni quando ancora "l'aria di guerra" si faceva sentire nelle case della provincia francese, così come in quelle italiane.
A tutto ciò si aggiunga il tono affettivamente commosso dell'autore, lo sguardo partecipe dell'adulto che ripensa con tenerezza ad una famiglia speciale, l'ironia di una scrittura e di un linguaggio diretto e colloquiale, reso con efficacia nella traduzione.

Paulette e Roger di Daniel Picouly
Titolo originale: Paulette e Roger
Traduzione di: Francesco Bruno
243 pag., Euro 13.00 - Edizioni Ponte alle Grazie
ISBN 88-7928-564-5

Di Grazia Casagrande

le prime pagine
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1

Ordine di missione

Come l'eroe viene paracadutato, cinque
anni prima della nascita, in una storia
sconosciuta dove incontra il generale de
Gaulle che gli fa una strana domanda.

5 novembre 1943

Mi spingono attraverso la carlinga. Il paracadute mi sfonda le scapole, mi aggrappo ai tubolari. Mi fanno mollare la presa. Mi tirano. Il portello dell'aereo è aperto. Una stupida bocca spalancata. Lasciatemi. Non voglio buttarmi. È un suicidio, questa missione. Ci rinuncio. Che idea! Farsi paracadutare, un 5 novembre 1943, sulla storia d'amore dei propri genitori. In piena guerra. In piena Francia occupata. Non ce la farò mai. Non alla mia età.
Non cinque anni prima d'essere nato.
Go!
Una violenta pedata nelle reni mi scaglia in pieno volo. Il freddo e il buio si avventano su di me. Un'imboscata bella e buona. Vengo ghermito al volto, colpito allo stomaco, aspirato nel vuoto. La paura mi prende al cavallo dei calzoncini e mi rivolta come una sciacquatura di napoletana. I fondi mi tornano in gola, mi riempiono la bocca, mi fanno ballare i denti. La mia strizza ha un sapore di cicoria acida. "Cicoria Leroux, chi può darti di più?" Fracassarsi a terra recitando uno slogan. Che fine ridicola!
Smetti di piagnucolare. Frena la caduta. Allarga le braccia. Addolcisciti la morte. Cadi da 20.000 piedi. Approfittane. Prendila con calma. Una caduta libera va gustata. Una caduta libera di cosa? La parola "caduta" e la parola "libera" non dovrebbero mai accoppiarsi. Ne esce sempre la stessa cosa.
Intanto, cado.
L'istruttore di lancio mi aveva avvertito. "Vedrai, figliolo, quando il paracadute non si apre, il tempo per arrivare a terra sembra lunghissimo. Se riesci a contare fino a tre, vuol dire che sei morto. In caso contrario, è peggio ancora. La Flack, la contraerea tedesca se preferisci, ti accoglie col 37 mm, il mazzo di violette dell'epoca. Buchi nel cuore grossi come piatti di porcellana".
Stringo al ventre ciò che mi fa da paracadute di emergenza: una valigia di legno. Quella della soffitta dei genitori. C'è dentro un tesoro. Gli archivi della famiglia, sistemati meglio che una cassetta da tipografo. Foto, lettere, medaglie, portafortuna, carte stradali, una bussola. Tutto ciò che può essermi utile nella mia missione. E anche un cronometro. Mi piace da matti premere il pulsante. Stop! Fermare la lancetta. Guardare il tempo infilzato come una farfalla. Che riparte soltanto se lo voglio io. Sono io che gli faccio battere le ali.
Stop! Due secondi di caduta.
Mi bolle il cervello. L'istruttore di lancio mi aveva avvertito. "Attento al velo malva, figliolo! Una specie di euforia non molto diversa dal delirio che ti prende mentre cadi". Quanto a me, la mia euforia è la strizza. Ogni volta che mi prende al cavallo, devo raccontare per liberarmene. Inventare. Enumerare, recitare. Devo farle girare la testa, alla paura. Ubriacarla. Il rumore del motore sopra di me si allontana. Pare proprio che mi abbiano mollato senza tanti complimenti.
Stop! Due secondi e mezzo.
Questa caduta non finisce più.
Speriamo poi che la ragazza, sicuramente bella e in corpetto bianco, che ha piegato il mio paracadute non sia innamorata di un pilota in missione. "Sai, figliolo, i dispiaceri d'amore, hanno abbattuto più ragazzi della Flack".
Stop! Tre secondi di caduta.
È la fine. Secondo il manuale sono morto.
Mi vergogno. Giù come un fuso alla mia prima missione. Cosa penseranno di me i miei genitori? Già una volta, mentre sul tetto del garage giocavamo al Gran Circo, e io facevo Pierre Clostermann, eroe francese della RAF. che porta a spasso le due sorelline nel suo Spitfire, attaccato dalla caccia tedesca, sono state Maryse e Martine a saltare per prime dall'aereo in fiamme.
Mi domando se sono coraggioso.
Stop! Non ha più importanza, ormai.

© 2002 Ponte alle Grazie

biografia dell'autore
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Daniel Picouly è nato a Villemoble, alla periferia di Parigi. Undicesimo di tredici figli, di padre della Martinica operaio nelle officine Air France, e di madre bianca. Dopo essersi laureato in economia, ha insegnato in un liceo di Parigi. Ha scritto: Il campo di nessuno, L'ultima estate e Il ragazzo leopardo.


8 febbraio 2002