Tim Parks
Destino

"Abbiamo vissuto in una specie di limbo, rifletto, non sapendo come scandire le nostre vite senza le visite settimanali a Marco, lontani dall'ambito familiare di casa, per quanto odiassi quella casa, per quanto fosse ormai mezzo distrutta. Marco offriva una specie di zavorra che teneva la barca in equilibrio. Non ero tanto stupido da non accorgermene."

Molte opere tradotte in italiano di questo autore inglese, trasferitosi ormai da tempo vicino a Verona, avevano la leggerezza e l'ironia di tanta parte della tradizione letteraria inglese. Così quest'ultimo romanzo appare davvero scioccante. Si tratta di un lungo monologo interiore di un uomo a cui è stato annunciato, con una frase fredda e senza addolcire il messaggio con nessun giro di parole, il suicidio del figlio schizofrenico Marco, chiuso a Torino in una casa di cura specializzata in malattie psichiche.
Sono le settantadue ore che Chris Burton (un giornalista inglese che aveva vissuto a lungo in Italia e che da alcuni mesi era tornato con la moglie in Inghilterra alloggiando in un albergo) trascorre da quell'annuncio: comunica alla moglie il tragico evento; cerca di tornare precipitosamente in Italia superando gli innumerevoli ostacoli sorti per ottenere il biglietto aereo; affronta l'ultimo incontro con il corpo del figlio e con i medici che lo avevano in cura; ritrova la figlia, unica persona per cui sa di provare un affetto profondo e ricambiato; va infine a Roma dove ha da tempo un impegno professionale delicatissimo: un'intervista ad Andreotti, sostanziale per completare un'immensa opera saggistica che ha per tema il carattere nazionale dei popoli, in particolare degli italiani. Ma tutte queste azioni vengono presentate attraverso i pensieri che le muovono, la sofferenza, l'angoscia, il dolore (anche fisico) che Chris prova. Come prima reazione, lo spietato annuncio gli suscita un pensiero che attraverserà tutto il libro: con quel suicidio anche il suo matrimonio è finito, quella morte ha spezzato un inganno che da troppo tempo durava e che resisteva solo per la presenza di Marco. L'occhio impietoso con cui guarda la moglie e tutta la sua vita, il tentativo di svelare la malafede propria e della donna, di leggere la loro storia e il percorso, fino alla dissoluzione, del loro rapporto: tutto è trascritto dal protagonista, emozione dopo emozione, pensiero dopo pensiero. Così, anche se può apparire del tutto fuori luogo in un momento profondamente intimo, vengono annotate tutte le varie considerazioni relative alla sua professione, dal bisogno di produrre un'opera di vaste dimensioni alle considerazioni su Andreotti e sulla recente vicenda politico-sociale italiana. È insensato che non venga disdetta l'intervista? È segno di aridità e di anaffettività annotare le domande, spedirle via fax e infine presentarsi all'incontro con l'uomo politico? Non è così: lavoro e vita privata si fondono in riflessioni amare e senza spiragli di speranza. Le contraddizioni e le bassezze degli uomini e delle donne che lo circondano, del tutto prevedibili per chi osserva con occhio lucido, drammaticamente conseguenti ai loro limiti, sono anche quelli che determinano gli eventi maggiori, la storia, i caratteri nazionali.
Gli unici esseri che si salvano sono la figlia, adottata da piccola e sempre amata (in totale scontro con la moglie che la accusa da tempo di avere "rovinato" il fratello) e le nipotine, che rappresentano il futuro, l'ingenuità e la purezza. Le ultime pagine aprono a una possibile rinascita, alla voglia di tentare una nuova intesa con la moglie, avendo sgomberato il terreno dalle ambiguità e dalle falsità di tanti anni.
Un libro drammatico e denso di angoscia, condotto con grande abilità dall'autore che proprio nella freddezza e nel distacco, sa creare un effetto emotivamente intenso, così come sa ben miscelare l'analisi intimistica e il giudizio storico osservando come è lo sguardo che unifica, non tanto quello che si osserva.

Destino di Tim Parks
Titolo originale: Destiny
Traduzione di Giovanna Granato
Pag. 275, euro 15,49 - Edizioni Adelphi (Fabula 140)
ISBN 88-459-1665-0

Le prime righe

I

A tre mesi dal ritorno in Inghilterra, dopo aver finalmente completato - con l'incresciosa eccezione dell'intervista ad Andreotti - la raccolta di materiale che, una volta riunito in volume, servirà a trasformare una carriera di tutto rispetto in un monumento - qualcosa di così esauriente e definitivo, stando al mio progetto, da risultare assolutamente inconfutabile -, ho ricevuto, mentre per puro caso mi trovavo alla reception del Rembrandt Hotel di Knightsbridge, luogo emblematico, se vogliamo, del mio successo in un campo come del mio fallimento in un altro, la telefonata che mi informava del suicidio di mio figlio. "Mi dispiace" ha detto la voce italiana. "Mi dispiace moltissimo". Posando il ricevitore, e prima ancora che il dolore o il rimorso venissero a offuscare il rapido lavorio della mente, mi sono reso conto, con chiarezza quanto mai inquietante, che questo significava la fine per me e mia moglie. La fine della nostra vita insieme. Non c'è motivo, mi sono detto, sconvolto dalla rapidità e dalla chiarezza con cui ero giunto a una simile conclusione, perché tu e tua moglie continuiate a vivere insieme ora che vostro figlio è morto. Specie poi ora che vostro figlio si è suicidato. Tanto che, portando uno sguardo vacuo sulla moquette spessa e sul legno lucidato di quell'atrio inutilmente sontuoso, proprio come adesso, con i biglietti in mano, poso uno sguardo vacuo sull'atrio partenze dell'aeroporto di Heathrow bloccato da uno sciopero, mi sembrava, e mi sembra ancora, che fosse questa l'unica notizia importante che la telefonata mi aveva comunicato: non già la morte di mio figlio, che era morto ormai da tempo, bensì l'imminente separazione da mia moglie. D'un tratto non riuscivo a pensare ad altro.
Non bastava lo sciopero bianco dei controllori di volo - in Francia e in Italia -, ci si metteva anche la metropolitana. Mia moglie era completamente inebetita. L'ho portata in fretta e furia alla stazione di South Kensington, sapendo che avremmo fatto prima che in taxi. Mi dispiaceva moltissimo per mia moglie, anche se già sentivo crescere il timore di una sua eventuale reazione. Che di sicuro sarebbe stata punitiva. La gente turbinava intorno alle sbarre d'ingresso, mentre ogni due o tre minuti l'altoparlante ripeteva che a St James's Park una handicappata si era incatenata a un treno. Dobbiamo prendere un taxi, ho detto. Cosa insolita, mia moglie si lasciava guidare come un bambino. Di un taxi libero, inutile dirlo, nemmeno l'ombra.

© 2001 Adelphi Editori


L'autore

Tim Parks è nato a Manchester e vive vicino a Verona. Di lui sono apparsi Lingue di fuoco, Fuga nella luce, Adulterio. Destino è stato pubblicato per la prima volta nel 1999.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


18 gennaio 2002