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Giuliano Vigini

Tra i maggiori esperti del mondo dell'editoria e della lettura, lettore onnivoro e nello stesso tempo selettivo, Giuliano Vigini mette a disposizione di Alice non solo la sua esperienza e la sua formazione culturale, ma anche alcune indicazioni di metodo per creare quella passione per il libro che è stata alla base della sua vita di intellettuale e di uomo.

Qualche notazione più generale sull'importanza della lettura.

Credo che, dopo le persone, a cominciare da quelle che ci hanno generato e dato la vita formandoci ed educandoci, ci siano i libri.

Parliamo delle letture che, nella memoria, hanno lasciato delle tracce importanti.

I libri sono legati per me a diverse stagioni a partire, come tutti, da quelli dell'infanzia...

Quali letture sono state tanto importanti da ricordarle ancora oggi con emozione?

Da bambino, i libri di tutti, Cuore, Pinocchio, ma soprattutto I ragazzi della via Pal. Quello che si ricorda però non è soltanto il libro, ma come i genitori (per quanto mi riguarda mio padre) ce lo hanno comunicato. Così quando uno ripensa a un libro ricorda anche la voce di chi lo leggeva, la passione con cui veniva trasmesso. Così il libro resta impresso insieme al volto di chi lo stava leggendo. Per qualcuno avviene la stessa associazione: quando ripensa alle fiabe che ascoltava da piccolo, risente nello stesso tempo il profumo del borotalco della nonna...

Quindi le prime letture sono stati i grandi classici destinati ai ragazzi?

Ho forti impressioni dell'infanzia e della prima giovinezza che non sono legate solo a questi titoli specifici: a mio padre piaceva molto De Amicis, ma era anche un grande lettore di letteratura russa. Così ricordo alcune letture che mi faceva, di Gorkij, in particolare La madre, di Dostoevskij, di Turgenev, Padri e figli, di cui rammento ancora la figura di questo personaggio che giocava a Wist in maniera esemplare, e perdeva sempre oppure certe pagine di Guerra e Pace.
Mi ha comunicato questa passione per il libro in generale, proprio perché il libro non è soltanto il contenuto di un racconto, ma è essenzialmente un travaso di emozioni, di passioni e sono queste, passioni ed emozioni, che durano nel tempo e che creano l'abitudine e la fedeltà al libro nel tempo. C'è un forte legame tra libro e la persona che lo ha raccontato.

Allora ha ragione Pennac quando dice che bisogna leggere ai ragazzi i libri a voce alta.

Certamente è fondamentale, perché il ragazzo assimila con la parola anche il gesto di chi legge. C'è in questo modo un passaggio di comunicazione. Così si può essere affezionati anche a una particolare edizione: io ricordo molto bene la rilegatura di un Pinocchio che leggevo o di un Cuore con illustrazioni che ho memorizzato. Ci si affeziona non solo a un autore. Nella letteratura italiana i miei preferiti sono i grandi, Dante, Petrarca e Manzoni, ma ad esempio il Manzoni dei Promessi Sposi nell'edizione della Bur che è piena di note, sottolineata, che ogni tanto ho il piacere di ritrovare, perché mi ricorda alcune particolari emozioni

E l'adolescenza?

E poi c'è stata la stagione dell'adolescenza, tra i sedici e i vent'anni, dove ho avuto un'esperienza direi onnivora, soprattutto di autori che successivamente ho quasi completamente abbandonato: i grandi della letteratura inglese e americana. Mi sono anche accostato a scrittori francesi, di cui sono diventato nel tempo uno specialista, ma al tempo ho letto tutto Steinbeck, Hemingway, e gli altri autori che fanno riferimento a quell'area. Poi sono avvenute delle vere scoperte: Agostino, in particolare Le Confessioni, e poi Pascal.

La scuola ha avuto una funzione?

Direi che sono state scoperte più personali, cresciute con la maturazione individuale quando ho preso determinate direzioni e ho approfondito soprattutto il discorso formativo e spirituale. E già in quegli anni c'è stato l'approfondimento di alcune opere, ad esempio dei Vangeli oppure dell'Imitazione di Cristo, così come, su un altro versante, mi sono accostato alle tematiche di Seneca. C'è stato poi l'ambito della specializzazione, quindi ho letto molta letteratura francese: oltre a Pascal , i Saggi di Montaigne o le Massime di La Rochefoucault , quindi tutta la letteratura francese novecentesca da Péguy a Claudel a Bernanos. Maturando, sono andato sempre più verso l'approfondimento. Ho abbandonato quasi completamente, salvo qualche raro caso di scrittore italiano, il romanzo per curare un particolare tipo di letture e la cosa è diventata in qualche modo vincolante: i libri che leggo corrispondono anche agli argomenti sui quali scrivo e sono prevalentemente di tipo specialistico.

Che cosa resta in noi di ciò che leggiamo?

Quello siamo : se siamo, culturalmente parlando, una addizione di anime è proprio nel senso di tutti i libri che ci hanno formato e hanno lasciato una traccia durevole e profonda.

Qualche nome di autore italiano?

Ricordo volentieri, perché è stato molto importante in una certa fase della mia vita, Primo Mazzolari di cui credo di aver letto tutti i libri ed è stata una esperienza formativa davvero importante.

Oggi quale lettura si potrebbe consigliare a un ragazzo per appassionarlo all'universo dei libri?

Tutti i libri possono appassionare, purché siano opere letterariamente valide: si può cominciare col Piccolo Principe e giungere a Harry Potter della Rowling, da Munari a Piumini o a Bianca Pitzorno, tutti autori di qualità che hanno saputo raccontare con originalità delle storie. Importante è il modo in cui si riesce a creare nel ragazzo il clima in cui collocare la lettura.

Di chi è prioritariamente questo compito?

Prima di tutto della famiglia e poi della scuola. Se la scuola è soltanto un luogo di istruzione, cosa che andava bene fino a vent'anni fa, allora ha perso gran parte della sua funzione: deve essere un luogo di formazione, anche un laboratorio in cui si insegna l'esperienza creativa, in cui, oltre a insegnare come si studia, un metodo, si comunichi la passione intellettuale, la curiosità che diventa stimolo alla ricerca, voglia di conoscere, volontà di apprendere. Bisogna abbandonare un po' l'istruzione, che oggi si può ottenere in vari modi anche fuori dalla scuola, con corsi a distanza, internet, cd rom ecc., ci si può istruire addirittura standosene a casa propria, mentre quello che non si può ottenere è proprio la formazione, il rapporto personale tra insegnante e studente, il modo in cui un professore insegna a leggere, sa comunicare ad esempio l'intensità della Divina Commedia, cosa che il libro da solo non può fare, anche se si può essere affezionati a un determinato commento, (io ad esempio sono legato al commento della Divina Commedia di Carlo Grabher), ma la cosa importante è il concetto della formazione, saper creare stimoli.

E il ruolo dei genitori?

I genitori hanno responsabilità estremamente importanti perché è la prima comunicazione che passa a un bambino. La scuola deve avere anche degli insegnati che abbiano capacità, sensibilità, passione. Sono quelli i testi che un ragazzo non dimenticherà più perché oltre che letti, sono stati comunicati, assimilati. Il libro non è più visto come un oggetto arido, che si legge per dovere, ma si arricchisce di qualcosa che va oltre la scuola. Il vero insegnante è quello che sa farsi dimenticare, sa insegnare ciò che poi il ragazzo può continuare a elaborare da solo. Perché se il ragazzo identifica il libro con la scuola, nel momento in cui la termina, cessa anche di leggere. Bisogna insegnare a leggere oltre la scuola per far sì che questa passione continui per tutta la vita e faccia capire come il libro aiuti a vivere, arricchisca di sensazioni, di emozioni, di curiosità, di un patrimonio inesauribile che ogni uomo si porterà dietro nel tempo.

A cura di Grazia Casagrande


14 dicembre 2001