Antonio Gambino
L'imperialismo dei diritti umani
Caos o giustizia nella società globale

"Senza le condizioni di universalità e di imparzialità - anzi sotto il segno dell'improvvisazione, della unilateralità e appunto della 'contraddizione': tra ciò che si decide di fare in un momento e ciò che si fa, in un altro - non vi può essere, insomma, nessuna attuazione dei 'diritti' umani. Vi può essere, forse, occasionalmente, da parte di uno o più Stati, una politica che essi decideranno, più o meno in buona fede, di definire 'umanitaria'."

Un testo articolato, denso di riflessioni e un autore che ha privilegiato l'impegnativa strada della "dimostrazione documentata" e dell'elaborazione intellettuale alla facile penetrazione emotiva sul lettore e a forme, più o meno velate, di demagogia.
Quindi traendo spunto da alcune affermazioni, fatte in momenti e anni diversi, da Habermas e dalla sempre attuale lezione di Kant analizza il concetto stesso di "diritti umani", ne vede il cammino non sempre lineare e le profonde contraddizioni (tali da invalidare l'uso stesso del termine) con cui alcuni capi di Stato hanno pretestuosamente utilizzato questo concetto per giustificare azioni di politica estera. Ed è proprio sulla distinzione tra i termini "politica estera" (che può essere una scelta di sopraffazione e di potere tale da motivare l'uso della forza) e "diritti umani" che Gambino si sofferma nella parte iniziale del saggio. Questa analisi ha un senso profondo perché è il presupposto che giungerà a dimostrare, nella parte finale, come siano stati del tutto ingiustificati e incoerenti alcuni interventi se fatti in nome dei diritti umani.
"Un'azione che si dichiara ispirata alla volontà di eliminare una violazione dei diritti umani subita da alcuni individui non può in nessun caso realizzarsi producendo, contemporaneamente, una violazione degli stessi diritti in altri soggetti" e ciò proprio perché, come ha insegnato Kant l'uomo deve essere sempre trattato come "fine" e mai come "mezzo".
"Quale individuo, o gruppo di individui, può infatti, sia pure in una situazione drammatica, attribuirsi il compito di stabilire quali diritti umani devono essere realizzati, anche col ricorso alla forza, e quali invece, proprio per raggiungere lo stesso scopo, devono essere ignorati e calpestati?".
Eticamente l'impegnativo compito di separare i "salvati" dai "sommersi" può spettare, forse, unicamente a Dio: se invece è dato in mano agli uomini finisce col diventare una "clamorosa manifestazione di assurda esaltazione e di criminale perdita del 'senso del limite'", perché nessun uomo si deve poter assumere il ruolo di dispensatore di vita o di morte. Gambino porta due interessanti esempi: un'ambulanza che deve portare in ospedale un ferito, non può permettersi di investire i passanti per poter fare più in fretta; ugualmente un poliziotto non può, in un inseguimento, uccidere con la sua pistola le persone che gli intralcino la strada per liberarsi degli ostacoli che si frappongono tra sé e il criminale. Se comportamenti di questo genere venissero accertati sarebbero passibili di severa condanna penale. Così è più corretto parlare di "cinismo" e non di "tutela di sacri valori" quando si vedono alcuni interventi di tipo militare (tutti quelli degli ultimi dieci anni, ad esempio), a meno che non si dica con Philip Allot che i diritti umano sono "spiccioli burocratici", un bene "usa e getta" che vale in alcuni casi e in altri no.
Invece si è vista una versione personale e non disinteressata di quella che potremmo definire con l'autore "ingiustizia assoluta", cioè l'ostentata dichiarazione di fedeltà a certe regole, per trarne maggior profitto al momento di violarle: un vero "elogio dell'ipocrisia".
Crollato l'impero sovietico e il bipolarismo, "l'intero pianeta e l'intera umanità vengono lasciati aperti, come campo d'azione, agli interventi degli organi pubblici americani" che in effetti hanno compiute scelte, anche recenti, molto discutibili. Ad esempio la richiesta rivolta al governo afgano, pena una guerra, di consegnare il terrorista Bin Laden che si sospetta nascosto in quello Stato, da un punto di vista giuridico, è del tutto inaccettabile. Che cosa accadrebbe se un altro stato decidesse di adottare lo stesso criterio di azione nei confronti degli Usa? I governanti accetterebbero una tale violazione della loro sovranità? Così l'intervento militare a sostegno delle popolazioni albanesi del Kosovo non può avere come motivazione, la difesa dei diritti umani. Pochi anni prima si avevano avuto rapporti ufficiali di violenze accertate (massacri e deportazioni in massa) per l'80% provocate dal governo del Guatemala che avevano provocato un numero elevatissimo di morti e ben più documentate di quelle dei Balcani, eppure non c'era stato alcun intervento. E lo stesso vale per le stragi del Ruanda o per altre drammatiche situazioni che cadono nel più totale silenzio condannando parte dell'umanità a quello che si può definire l'"olocausto della noncuranza".
È necessario spostare il discorso dal piano del diritto a quello della pura potenza se i comportamenti mutano da situazione a situazione.
Si potrebbe affermare con Thomas Paine che "l'avidità di punire è sempre pericolosa per la libertà": le recenti immagini di stragi di prigionieri talebani o le testimonianze dirette di Gino Strada, che ha visto a Kabul prigionieri feriti lasciati morire di fame nelle carceri controllate dalle "forze di liberazione", non possono che creare indignazione se tutto ciò vuole apparire come "tutela dei diritti umani". Infatti è proprio di chi si ritiene colpevole anche dei peggiori diritti che ci si deve impegnare a tutelare vita e integrità se ci si dichiara civili: "Nessuno tocchi Caino", aveva già detto la Bibbia!
Ma allora quale può essere la definizione di diritti umani? Essi sono, indica Gambino, un "criterio, ideale e meta-giuridico, che nasce spontaneamente nella coscienza collettiva, nel momento in cui noi tutti ci rendiamo conto di essere gli ospiti di un pianeta infinitamente limitato".

L'imperialismo dei diritti umani. Caos o giustizia nella società globale
195 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Editori Riuniti
ISBN 88-359-5121-6


Le prime righe

Prefazione

Questo libro è stato scritto negli ultimi tre anni, ed era già in stampa quando, l'11 settembre scorso, una devastante azione terroristica ha colpito New York e Washington. Poiché il suo tema è quello dei diritti umani, tra i quali quello alla vita è evidentemente il primo ed il più fondamentale, quanto avvenuto quel giorno lo riguarda direttamente. Tre osservazioni appaiono quindi opportune.
La prima è che proprio dal punto di vista dei diritti umani - e non solo da quello di un generico sentimento di umanità - lo spettacolo che abbiamo visto svolgersi davanti ai nostri occhi rappresenta un'azione che va condannata nel modo più assoluto, senza alcuna possibilità di ricorso, non diciamo a una giustificazione, ma anche ad una qualsiasi attenuante. Lo stesso criterio (quello secondo cui nessun uomo può essere stato trattato come un "mezzo") che, nelle pagine che seguono, ci spingerà a considerare inaccettabile il comportamento di chi, al fine di punire un governante che ha violato alcuni diritti umani, ritiene di essere autorizzato a compiere interventi che tolgono la vita a una parte dei suoi concittadini, deve portare ad un rifiuto totale di un'iniziativa in cui migliaia di individui sono stati uccisi come rappresaglia per gli orientamenti politici del loro Stato, e alcune centinaia sono stati addirittura usati come "proiettili umani".
La seconda osservazione è che in più di una delle pagine di questo libro si potranno trovare degli accenni agli immensi pericoli insiti nello squilibrio della attuale scena internazionale, a sua volta legato, almeno in parte, ad una gestione arbitraria della concezione dei diritti umani. E, in effetti, la mia convinzione è che, se un impero mondiale è stato sempre irrealizzabile (non per nulla Adriano, volendo stabilizzare quello romano, decise di ritirarsi dalla Persia), esso si presenta ancora più improponibile in un mondo quale quello attuale, i cui connotati più specifici sono una comunicabilità-mobilità immediata di tutti i suoi aspetti (che rende internamente fragili anche gli Stati militarmente più forti) ed una partecipazione sempre più ampia ai processi politici e sociali, da parte di tutte le componenti umane. Con la conseguenza che impegnarsi in un simile progetto sostanzialmente autoritario - come gli Stati Uniti hanno fatto a partire dalla seconda metà degli anni '90 - appare del tutto privo di fondamento.

© 2001 Editori Riuniti


L'autore

Antonio Gambino è nato a Roma nel 1926. Giornalista (è stato nel 1955 uno dei fondatori del settimanale l'Espresso) e saggista, ha pubblicato tra l'altro Storie del dopoguerra. Dalla Liberazione al potere Dc, Vivere con la Bomba, Il mito della politica (Premio Viareggio per la saggistica), Inventario italiano.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


21 dicembre 2001