Dovid Bergelson
La fine del canto

"Mirele rientrò velocemente nella sala da pranzo, si avvolse in uno scialle e si distese sul canapè. Si sentiva così oppressa e nauseata nell'animo, come se le avessero preso il cuore per immergerlo in qualcosa di sporco. Da sotto il cielo nuvoloso faceva capolino una nuova domenica triste diffondendo nella stanza un solo pensiero uggioso: - Una nuova settimana... una settimana triste, una settimana vuota."

Ecco un romanzo che rientra a pieno titolo nella tradizione letteraria mitteleuropea di origine ebraica. Per l'ambientazione, uno shtetl dell'Europa orientale all'inizio del Novecento, per la piacevolezza narrativa in un perfetto equilibrio tra descrizioni e dialoghi, per il senso di insoddisfazione e di fuga (dal paese natio, dalla condizione sociale, dalla monotonia) che in qualche modo ricorda l'eterna ricerca dell'ebreo errante. Bergelson, si legge nella Postfazione, "scriveva molto lentamente e dilatava il processo creativo per anni prima di dare alla luce uno dei suoi romanzi o una delle sue novelle". Questa elaborazione complessa gli ha forse fruttato la definizione di "scrittore impressionista" e lo ha certamente avvicinato alla tradizione letteraria russa anche non ebraica, seppure il destino gli abbia giocato un terribile scherzo per la sua appartenenza alla cultura yiddish, proprio nell'amata terra russa: dopo anni di completa adesione al regime stalinista fu fucilato nel 1952.
Protagonista del romanzo è una giovane donna, Mirele. La sua principale dote è la bellezza, molto apprezzata dagli uomini, ma nel suo animo questo non è certo sufficiente a darle serenità. Mirele si "lascia vivere" per delusione, per noia, per mancanza di iniziativa. L'unica scelta che può fare è il matrimonio con Shmulik Saidenovski, ma anche questo si rivela un "passo falso". Persino il trasferimento in una città più grande e attiva non porta con sé una maggiore soddisfazione, perché non si traduce in quel cambiamento di vita e di abitudini che la giovane donna si illude di attuare. È lo specchio di una società che cambia, di un mondo che si sta esaurendo, ma che ancora non conosce il proprio futuro. Mirele è un personaggio destinato a perdere, ma la sua eccezionalità è l'essere una donna non passiva, ma comunque spinta dalla necessità del cambiamento e dall'urgenza della modernità.

La fine del canto di Dovid Bergelson
Tirolo originale: Noch alemen
Traduzione di: Alessandra Luise e Daniela Mantovan-Kromer
362 pag., Lit. 34.000 - Edizioni Marsilio (Romanzi e racconti)
ISBN 88-317-7694-0


Le prime righe

PARTE PRIMA

1.

Quattro anni andarono avanti le trattative di matrimonio tra i due giovani della cittadina per poi concludersi nel modo seguente: lei, Mirele, figlia unica di reb Gdalje Hurvitz, rimandò indietro il contratto di fidanzamento e riprese ad andare a passeggio con Lipkes, lo studente zoppo.
Il padre del promesso sposo, un nuovo ricco, alto di statura e nero di capelli, un uomo di scarsa cultura ma dai modi raffinati, che a quarantotto anni aveva cominciato a recarsi anche nei giorni feriali nel vicino besmedresh per la preghiera del pomeriggio e della sera, già allora era molto faticoso, rispettabile e taciturno. Usava camminare sempre su e giù per il suo studio con una sigaretta in bocca, pensando alle sue tre grandi proprietà e che forse non gli si addiceva far menzione del contratto di fidanzamento tornato indietro, con la firma del padre dell'ex fidanzata di suo figlio.
La madre, una donna piccola e rozza, che per un difetto d'asma respirava affannosamente come un'oca da ingrasso, venne a conoscenza della cosa solo tempo dopo, quando, con il viso abbronzato e l'umore intristito, fece ritorno da un soggiorno all'esterno che non le era stato di giovamento alcuno. Malinconica, inveì sottovoce allo stesso tempo contro la promessa sposa e contro quella maledetta Marienbad che le aveva assorbito inutilmente tanta energia. Mentre le malediva dondolandosi e massaggiandosi un piede reumatico, borbottava pensierosa tra sé: - Dio sa se sarebbe riuscita mai a vedere le nozze di suo figlio.
Una volta, di sera, con la casa piena di ospiti, scorse attraverso la finestra aperta Mirele che passeggiava a fianco dello studente zoppo. Non riuscì a trattenersi; sporse la testa fuori dalla finestra gridando con voce roca e affannata:
"Ormai suo padre è un pezzente, lo sanno tutti che è in miseria, dove corre in giro, come un cane al guinzaglio quella...!?"
E lui, ventisettenne, un bel ragazzo alto, non riuscì a tollerarlo e apostrofò subito la madre dicendo:
"Sst! Sst! Smettila di far commenti!"

© 2001 Marsilio Editori Editore


L'autore

Dovid Bergelson nacque a Okhrimovo, in Ucraina, nel 1884. Benestante, figlio della borghesia ebraica russa, è considerato uno dei grandi scrittori della moderna letteratura yiddish. Fu autore di romanzi e racconti, pubblicista, ideatore del gruppo letterario di Kiev, editore di riviste. Nel 1926 si allineò con le posizioni ufficiali del nuovo stato sovietico e nel 1934 si stabilì definitivamente a Mosca dove fu membro del comitato antifascista. Arrestato nel 1949 con altri illustri componenti della vita culturale yiddish, nel 1952 fu fucilato dalla polizia stalinista.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


14 dicembre 2001