La biografia
La bibliografia


Sándor Márai
I ribelli

"Può darsi che l'attore sperimentasse i movimenti più autentici della sua vita solo mentre stava in scena; così come i ragazzi avevano la sensazione che la loro vita dietro lo schermo del reale fosse più autentica di ogni realtà."

Il romanzo, scritto nel 1930 non venne più ripubblicato fino al 1988 quando Marai, dopo una accurata revisione, lo pose come preambolo del ciclo L'opera dei Garren. Le varianti dell'edizione più recente, vengono indicate in calce al romanzo e segnalano alcune scelte compiute dall'autore tese a dare maggiore asciuttezza ed equilibrio alla tematica. Ad esempio l'aver voluto espungere dal testo alcuni passi che si soffermavano eccessivamente sulle pulsioni omosessuali ben presenti nel testo, volevano con ogni probabilità impedire che l'attenzione del lettore si concentrasse su questo tema che, pur presente, non è sostanziale all'economia del romanzo.
Ciò su cui punta l'abile penna dell'autore è l'analisi di una intera generazione di adolescenti che apparentemente non è toccata dalla guerra (siamo nella primavera del 1918 in una città ungherese non meglio specificata), così come tutta la società che li circonda perché il campo di battaglia è lontano e la vita sembra proseguire con i ritmi e le modalità abituali. In realtà quello sfondo drammatico segna profondamente i rapporti, così come determina molti comportamenti (esempio classico ed evidente le insperate promozioni a scuola ottenute grazie ad un particolare lassismo dei docenti consapevoli della precarietà della vita in un momento del genere), modificando anche i ruoli parentali all'interno delle famiglie che vedono l'assenza del padre chiamato alle armi.
Protagonisti sono un gruppo, "una banda" così si definiscono, di ragazzi intorno ai diciotto anni. La tensione comune è quella di ribellarsi ad ogni forma di imposizione, di legge o regola, di norma sociale e morale, di subalternità e di dipendenza: i gesti, anche quelli meno leciti, tendono a differenziarli in modo sostanziale dal mondo adulto, vissuto come ostile, avverso, da battere. Il gruppo è formato da ragazzi per lo più abbienti, con un'unica eccezione, figli di borghesi, di commercianti, di militari, che non hanno ancora sperimentato in autonomia quasi nulla della vita e che si lanciano in modo furibondo in una ricerca di libertà interiore che li svincoli dai lacci psicologici che la famiglia, attraverso l'amore o la paura (i due termini non sono tra loro in contraddizione), ha stretto intorno a loro. Il furto, il possesso del denaro rappresenta una prima tappa: furti compiuti prevalentemente all'interno della famiglia e che poi si allargano ad un orizzonte più ampio. L'uso di queste "ricchezze" indica, soprattutto nella prima fase, il carattere dimostrativo dell'azione: si ruba per acquistare scarpe o vestiti estrosi e immettibili, per liberarsi cioè dai vincoli sociali che imponevano un aspetto "normale" e accettabile. La merce impone poi, e questo è un passaggio decisivo, un luogo in cui nasconderla, si passa così a costruire una "tana" per questo branco di ribelli. Nella nuova "casa" dei ragazzi, che sostituisce psicologicamente quella familiare in cui pure continuano a vivere, è possibile da una parte ritrovare (giocando con i mille travestimenti di cui sono padroni) l'aspetto ludico, infantile della vita, che la loro età di passaggio rendeva socialmente riprovevole e, cosa ancora più intrigante, liberare il proprio cuore dalle angosce profonde mai prima confessate. Il luogo si presta a momenti che, in termini attuali, chiameremmo di "autocoscienza", ammissioni sincere e imbarazzate, legate a ricordi dell'infanzia che avevano segnato la psicologia di ognuno, paure, orrori, sensi di colpa, amori che ogni adolescente nasconde dietro la sua aria spavalda.
Questa dimensione tutta generazionale vede l'intromissione di una figura adulta, che si dimostrerà solo molto dopo, devastante. Un attore patetico a vedersi, con parrucca e busto per mimetizzare i difetti più visibili, che i ragazzi accolgono proprio perché così diverso dall'immagine di adulto che loro hanno.
Per altro il mondo dei "grandi", dei padri e della madri, traspare sostanzialmente solo dai discorsi dei figli e da pochi momenti descrittivi in cui Marai ne segnala, con brevi cenni, soprattutto il carattere di finzione e di artificio.
Il romanzo non si conclude con una reale maturazione o evoluzione del gruppo (e per questo non parlerei di romanzo di formazione) quanto con un fatto traumatico, una sconfitta, una perdita. Il tradimento, che non poteva essere previsto all'interno di quella comunità irregolare, diventa in fondo il vero ingresso nel mondo adulto. Nel romanzo c'è, come c'è nell'esperienza adolescenziale, un erotismo diffuso, una pulsione spesso frustrata di sensi all'erta e ancora indeterminati nel proprio oggetto: un amore omosessuale, che fin dal primo incontro segna un ragazzo, ma che a lungo è inconsapevole; una verginità protratta risolta nel modo più banale; i discorsi che millantano avventure erotiche e che vengono dichiarati pure fantasie in momenti di sincerità disarmata. Non c'è moralismo, né giudizio da parte dell'autore, c'è prevalentemente la capacità di osservare (e con quanta modernità!) una fase travagliata della vita, resa ancora più difficile e complessa da un momento crudele della grande storia dell'umanità, momento di passaggio epocale, fine della grande illusione ottocentesca, in fondo specchio di una adolescenza collettiva che si scontra con un mondo malvagio, ma che è incapace di prospettarne uno migliore.

I ribelli di Sándor Márai
Titolo originale: A zendülok
A cura di: Marinella D'Alessandro
275 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Adelphi (Biblioteca Adelphi)
ISBN 88-459-1609-X

Di Giulia Mozzato

le prime pagine
------------------------
DUE ASSI ROSSI

Ábel, il figlio del medico, era steso sul letto con le membra rigide e contratte. Aveva il corpo madido di sudore e si sentiva la febbre addosso. Fissava il riquadro della finestra, dove le sagome spigolose della strada - un albero, il tetto di un edificio, tre finestre - sfumavano lentamente nella penombra. Dal comignolo della casa di fronte un sottile filo di fumo saliva dritto verso l'alto. A quell'ora, nella stanza dal basso soffitto a volte, l'oscurità del tramonto era più densa di quanto non lo fosse all'aria aperta. Dalla finestra spalancata entrava a ondate il caldo afoso dell'estate incipiente, e i lampioni a gas emanavano una luce verdognola tra i vapori del crepuscolo. Nelle serate primaverili cala talvolta una di queste nebbie invisibili che tinge di verde le luci della strada. La domestica stirava in cucina e cantava. Sul vetro inclinato della finestra balenava un cerchio di fuoco e si udiva crepitare la brace nel ferro da stiro, come quando si strofina al buio uno zolfanello contro un pezzo di legno: era la ragazza che sollevava la scatola di ferro arroventata e la scuoteva per rimescolare la carbonella. Ábel giaceva rigido, con lo sguardo vacuo, in preda alla nausea. La banda era andata via già alle tre. Di colpo gli sembrò di essersi appena svegliato da un sogno orribile; fra un istante ogni cosa sarebbe tornata al suo posto, bastava svegliarsi del tutto, uscire, affrontare la vita e diventare qualcuno, mostrandosi garbato e diligente. Abbozzò un sorrisetto forzato. Poi si tirò su lentamente, mentre il suo corpo, un membro dopo l'altro, riacquistava coscienza di sé; quindi rimase lì con le gambe penzoloni, guardandosi intorno con occhi smarriti. Si trascinò giù dal letto a fatica, si accostò al lavabo, cercò a tentoni la brocca dell'acqua nell'oscurità, chinò il capo sulla bacinella e si bagnò i capelli sudati e la fronte con il liquido caldo e stagnante. Si avviò alla cieca, gocciolante d'acqua, in direzione della porta e individuò l'interruttore con le dita. Andò a sedersi davanti al tavolo e cominciò a strofinarsi distrattamente i capelli con l'asciugamano soffice e spugnoso.
La sveglia ticchettava sul comodino. Erano le sette; ormai lo stavano aspettando. Era rimasto sdraiato in quel modo, immobile e rattrappito, per quattro ore. Girò la testa di qua e di là, come uno che abbia una camicia stretta di collo e tenti di alleviare il senso di oppressione infilandosi un dito nel colletto. Inghiottì a vuoto con sforzo. Si accostò al lavabo, si lavò le mani, versò del collutorio in un bicchiere e si sciacquò la bocca. La ragazza, di là dall'uscio della cucina, doveva essersi accorta della luce accesa nella camera dello studente, perché smise di cantare. Ábel si sbottonò il colletto e cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza. Sua zia non sarebbe tornata a casa prima delle otto.
In passato, quando era bambino, la zia aveva promesso che un giorno gli avrebbe lasciato il suo patrimonio. A quanto diceva lei, il "patrimonio" era stato riposto in un nascondiglio sicuro, dove "gli agenti di borsa e le spie" non lo avrebbero mai scovato. La zia odiava la borsa, ma non aveva mai spiegato fino in fondo i motivi della sua avversione. Nella fantasia del bambino la borsa era rimasta un antro oscuro dall'ingresso dirupato, dinanzi al quale Alì Babà e i quaranta ladroni si scontravano con un pugno di uomini onesti e coraggiosi che difendevano il loro denaro armati fino ai denti. Nel racconto della zia, ogni volta che accennava al patrimonio, figurava anche il significato infausto della giornata di venerdì. Ne parlava spesso, con aria allusiva, specificando ogni tanto di aver controllato il patrimonio nel "posto sicuro" e di essersi accertata che tutto fosse in ordine; Ábel non doveva darsi pensiero del futuro, un giorno il patrimonio sarebbe passato a lui, sicché non avrebbe avuto più nulla di cui preoccuparsi per il resto della sua vita. Un giorno il ragazzo aveva ispezionato di nascosto il "posto sicuro" - una scatola di latta in fondo a un cassetto dell'armadio della zia -, e aveva trovato soltanto vecchi titoli di credito fuori corso, alcune banconote di Kossuth e dei biglietti della lotteria scaduti. Nelle condizioni in cui si trovava, il patrimonio della zia non poteva essergli più di nessuno aiuto. Si mise davanti allo specchio e diede una fuggevole occhiata al proprio viso disfatto. Non è detto, pensò, che a questo punto il denaro possa ancora servire a qualcosa. Può darsi che in certi casi il denaro, e tutto ciò che il denaro è in grado di offrirci - libertà, viaggi, lontananza, salute -, non ci aiuti minimamente.

© 2001 Adelphi Edizioni

biografia dell'autore
------------------------

Sándor Márai (1900-1989) ha scritto: Le braci, L'eredità di Eszter, La recita di Bolzano. I ribelli apparve a Budapest nel 1930 e non fu più ripubblicato finché, nel 1988, Sándor Márai ne fece una sorta di preambolo all'ampio ciclo L'opera dei Garren, e lo rimaneggiò apportandovi parecchie modifiche. Su questa stesura si è fondata Marinella D'Alessandro, offrendo però al lettore in appendice i passi espunti.
bibliografia
------------------------

I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Marai Sandor, Le braci, a cura di D'Alessandro M., 18 ed., 1999, 181 p., Lit. 25000, "Biblioteca Adelphi" n. 358, Adelphi (ISBN: 88-459-1373-2)

Marai Sandor, L'ereditàdi Eszter, a cura di D'Alessandro M., 1999, 137 p., Lit. 22000, "Biblioteca Adelphi" n. 373, Adelphi (ISBN: 88-459-1455-0)

Marai Sandor, La recita di Bolzano, tr. di D'Alessandro M., 4 ed., 2000, 264 p., Lit. 28000, "Biblioteca Adelphi" n. 388, Adelphi (ISBN: 88-459-1529-8)

Marai Sandor, I ribelli, a cura di D'Alessandro M., 2001, 275 p., Lit. 28000, "Biblioteca Adelphi" n. 418, Adelphi (ISBN: 88-459-1609-X)



6 dicembre 2001