Gianni Riotta
N.Y.
Undici settembre
Diario di una guerra

"L'undici di settembre 2001 la Storia ha davvero voltato pagina. Credo che nessuno di noi, ancora, riesca a comprendere fino in fondo come la nostra vita non sarà mai più uguale."

Tra le molte voci che quotidianamente sentiamo nei dibattiti televisivi, tra le migliaia di parole scritte che ogni giorno leggiamo su quotidiani e riviste, alcune si distinguono per la capacità d'analisi e l'equilibrio. Come la voce e la scrittura di Gianni Riotta. Giornalista da tempo legato agli Stati Uniti (a Manhattan vive la sua famiglia) Riotta ha saputo fotografare, realizzare un'istantanea della situazione di New York dopo l'11 settembre, offrendoci questa immagine in un libro piccolo nelle dimensioni ma straordinariamente denso di contenuti. Sono pagine nate come un diario tenuto su La Stampa dal momento dell'attacco a New York e Washington in avanti. Per questo motivo mantengono un taglio giornalistico particolarmente efficace.
Riotta esordisce con un momento di autobiografia, raccontando l'esperienza vissuta in prima persona il 10 settembre (l'ultima giornata "normale"), in quelle strade di New York, con la figlia al primo giorno di scuola e il taxi multato per eccesso di velocità. Partono i ricordi di quasi vent'anni di frequentazioni americane... Passa la notte e siamo all'11 settembre. Il primo aereo è già dentro la torre, arriva il secondo. Riotta riporta il pensiero di Renzo Piano, esperto consapevole degli effetti devastanti di quell'impatto, che attende con ansia l'inevitabile, e poi, con ritmo giornalistico, gli eventi che si succedono: dallo schianto sul Pentagono al crollo del World Trade Center alla caduta del quarto aereo a Pittsburgh. E ancora via via, le informazioni che arrivano dai centri della crisi. In un mosaico di notizie che si susseguono con ritmo vorticoso. Ma come in un fermo immagine televisivo, l'autore fissa alcune figure tratte dalla folla dei vivi e dei morti: i passeggeri di quel quarto aereo destinato a schiantarsi su qualche obiettivo primario, che hanno democraticamente votato e deciso di intervenire contro i dirottatori, "per chi, a New York e fuori, si è dimenticato quanto fragile e preziosa sia la democrazia, il voto nascosto dei passeggeri è lezione straordinaria"; Berry Berenson, sorella di Marisa, figlia del grande critico d'arte Bernard, ex-moglie di Anthony Perkins; Sonia Puopolo, ex ballerina arrivata a New York da Portorico; Daniel John Lee, uno dei tecnici di palcoscenico della band musicale di Backstreet Boys; Arcangel Vazquez, meccanico al WTC; Adianes e Felipe Oyola, cassiera e cuoco in un fast food, che volevano risparmiare e aprire un ristorante in Florida per far studiare il fratellino tredicenne... Non possiamo ovviamente riportare l'elenco che Riotta fa in queste pagine, anch'esso, inevitabilmente, incompleto, ma incisivo. La seconda metà del libro riporta la faticosa ricerca di un perché, la ricostruzione dei fatti e la caccia ai colpevoli, la volontà di ricominciare a vivere, il sentimento di orgoglio che pervade gli americani e l'antiamericanismo presente in tanti contesti internazionali. Qui il condirettore de La Stampa analizza direttamente la situazione culturale, politica e sociale di un'America divisa tra le metropoli e le comunità di provincia, ne vede le differenze, cerca di capire i pericoli che ne possono derivare e la forza dei valori che ne sono alla base. Poi analizza il nemico, individuato in Osama Bin Laden, e quella "guerra asimmetrica" che gli è stata dichiarata. E raccoglie le voci dentro e fuori il territorio americano, pro e contro la politica statunitense verso gli altri paesi... Non è possibile dire di più. Eventi così sconvolgenti, così fondamentali per la storia dell'umanità non possono essere raccontati in una recensione. Dovete leggere il libro.

N.Y. Undici settembre. Diario di una guerra di Gianni Riotta
139 pag., Lit. 16.000 - Edizioni Einaudi (Gli struzzi)
ISBN 88-06-16205-5


Le prime righe

I.
C'è chi dice che si sia avvertito
un gigantesco cigolio

Manhattan nel pomeriggio caldo di lunedì 10 settembre. È il primo giorno di scuola di mia figlia Anita. Debutta alla scuola Chapin, una delle più antiche di New York, fondata all'inizio del secolo dalla signora Chapin, per educare le ragazze allora destinate al ricamo, al matrimonio, ai figli. Jacqueline Bouvier aveva studiato tra quei grembiulini verdi prima di diventare signora Kennedy.
Il mio tassista è pakistano. L'urdu è la lingua più parlata sulle gialle automobili che percorrono frenetiche Manhattan. Salite sull'Empire State Building e vedete i taxi snodarsi indolenti lungo le Avenue. Salite sulle Torri Gemelle del World Trade Center e la sottile linea gialla va dal Battery Park a Midtown, formichine toste. Il tassista è multato per eccesso di velocità, speeding, quaranta miglia l'ora anziché trenta sulla rampa. Il poliziotto è corpulento, indisponente come solo gli uomini in blu del New York Police Department sanno essere con un tassista. Controlla i documenti, license, registration?, con cura metodica e mi lancia occhiate di sottecchi. Sono arrivato a New York nel 1982, per passare gli esami di ammissione alla Columbia University Graduate School of Journalism. Da allora ho incontrato gli uomini e le donne in blu centinaia di volte. Ero con una squadra speciale del Nypd nell'autunno del 1985, quando la banda di Fatso, il grassone, decise nel gelo della metropolitana di Rockaway che quel reporter ficcanaso italiano era di troppo. Me le diedero di santa ragione, seguì processo, Fatso finì per anni in galera e il quotidiano popolare "New York Post" ebbe occasione per un titolo spiritoso, Segugio italiano le prende brutte in metropolitana. Per anni ho girato in città con la Press card, la tessera da giornalista della polizia. È uno scudetto identico a quello dei detective, mio figlio Michele colleziona quelli vecchi per gioco. Serve a passare le police lines, i cavalletti di legno azzurro o le strisce di plastica gialla che separano manifestazioni, scene di delitto, incidenti tragici dai comuni passanti. Basta esibire lo scudetto del Nypd e gli agenti, pur brontolando come ossessi, aprono un varco.

© 2001 Giulio Einaudi Editore


L'autore

Gianni Riotta è nato a Palermo. Laureato alla Columbia University, ha lavorato al "manifesto", "l'Espresso", la Rai ed è stato a lungo inviato ed editorialista da New York per il "Corriere della Sera". Attualmente è condirettore de "La Stampa". Tra i suoi libri ricordiamo Cambio di stagione, e il romanzo Principe delle Nuvole. Viaggia tra l'Italia e gli Stati Uniti dove, a Manhattan, vive la sua famiglia.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


6 dicembre 2001