La biografia
La bibliografia


Balthus
Memorie
Raccolte da Alain Vircondelet

"Nutro per l'Italia una tenerezza originaria, fondamentale, innocente. Ma al di là dell'Italia, ciò che amo in essa è la sua capacità di conservare qualcosa dell'unità primitiva, della freschezza delle origini. Sicché posso ritrovare l'Italia anche in un paesaggio cinese, come in esso posso ritrovare le leggi dell'armonia universale che un primitivo senese, per esempio, cercava di rappresentare."

"Queste Memorie sono il frutto di un lavoro durato due anni nel corso dei quali Balthus si è confidato come non ha mai fatto con nessuno durante la sua vita. Incontri che lo incantavano e lo rendevano molto felice. Voleva che venissero intesi come lezioni di vita, l'ultimo insegnamento di un pittore che pensava, come sosteneva Péguy, che soltanto la tradizione è rivoluzionaria e decisamente moderna". Così scrive Alain Vircondelet in una breve nota che accompagna il volume e ne chiarisce il contenuto.
Interpellato nel 1968 da un gallerista inglese che, allestendo una mostra a lui dedicata intendeva stampare sul catalogo una biografia dell'artista, Balthus rispose: "Scriva: Balthus è un pittore di cui non si sa nulla". Come può dunque un uomo così "essenziale" e schivo voler lasciare di sé una testimonianza forte come possono essere le Memorie? È una domanda ma è forse anche la chiave di lettura del libro, il modo per comprenderlo e apprezzarlo. Il desiderio di aprirsi finalmente al mondo e di lasciare una testimonianza, ma senza mai davvero "scoprire" l'anima. Non è necessario rivelare la propria intimità Sono sufficienti sprazzi di ricordi, sensazioni, incontri. Chi cercasse la storia completa della vita di questo artista non la troverà. Ma chi invece volesse leggere un libro di ricordi frammentari, da sfogliare come pensieri e aforismi, non sarà deluso. E incontrerà, qua e là nelle pagine, i grandi artisti del Novecento, i luoghi amati (dall'Italia, alla Francia alla Svizzera) e una chiave d'accesso per comprendere il lavoro di una vita.
Balthus, fuor di dubbio uno dei più schivi e originali artisti del XX secolo, ha segnato con la sua opera la storia dell'arte in particolare per la capacità di essere fuori dai "giri", dalle correnti e dai gruppi, coerente nel tempo solo con se stesso. Pensando a Balthus uomo, al di là dell'artista, vengono alla mente le immagini della sua splendida grande casa in legno di Rossinière, quel Grand-Chalet delle 40 elegantissime stanze (e delle 117 finestre aperte sulla natura circostante) attorno al quale aleggiava un'aria di mistero, della moglie giapponese (Tetsuko, erede di una antica famiglia di samurai di Kyoto), dell'originalità della figura e della sobrietà dell'abbigliamento zen, ma anche l'ambiguità di una personalità difficile, contrastata e di un uomo che, chiuso nel suo atelier (una vecchia stalla intrisa dell'odore delle vernici e dell'aura della genialità) creava opere destinate a musei, gallerie e collezionisti di tutto il mondo, ma prendendosi tutto il tempo necessario, anche anni, per terminare una tela. Le figure femminili adolescenti che compaiono così frequentemente nei dipinti sono sopravvissute alla sua scomparsa, testimoniando il suo modo molto personale di vedere la perfezione, superando l'idea materiale della vita, e cercando in essa costantemente un significato mistico rappresentato da un'arte "aristocratica" (e da un'aristocrazia dell'arte destinata a pochi eletti) che lo ha messo al centro di molte critiche, ma ne ha anche fatto un personaggio da non dimenticare.

Memorie di Balthus. Raccolte da Alain Vircondelet
Titolo originale: Mémoires de Balthus
Traduzione di: Fabrizio Ascari
250 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Longanesi (Il Cammeo)
ISBN 88-304-1949-4

Di Giulia Mozzato

le prime pagine
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1

BISOGNA imparare a spiare la luce. Le sue modulazioni, le sue fughe e i suoi passaggi. Fin dal mattino, dopo la prima colazione, dopo la lettura della posta, bisogna informarsi sulle condizioni della luce, apprendendo allora se quel giorno si dipingerà, se ci si addentrerà profondamente nel mistero del quadro. Se la luce dell'atelier sarà buona per mettervi piede.
A Rossinière tutto è rimasto immutato. Come un vero villaggio. Ho trascorso tutta la mia infanzia davanti alle Alpi. Davanti alla massa bruna e funerea degli abeti di Beatenberg, nel biancore immacolato della neve. In fondo, siamo venuti qui per la mia nostalgia della montagna. Rossinière mi aiuta ad avanzare. A dipingere.
Poiché proprio di questo si tratta. Potrei quasi dire, senza sembrare esagerato, unicamente di questo.
Qui regna una sorta di pace. La forza delle cime, il peso delle nevi tutt'intorno, la loro massa bianca, la bonomia degli chalet posati sugli alpeggi, il tintinnio dei campanacci, la regolarità della piccola ferrovia che serpeggia sulla montagna, tutto esorta al silenzio.
È opportuno verificare le condizioni della luce, dunque. Il giorno che viene farà progredire il quadro. Quello in lavorazione da tanto tempo. Forse un solo tocco di colore, e la lunga meditazione davanti alla tela. Solo questo.
E la speranza di domare il mistero.

2
L'ATELIER è il luogo del lavoro, e anche della fatica. Il luogo del mestiere. Nella mia attività è essenziale. È lì che mi raccolgo, come in un luogo di illuminazione. Ricordo quello di Giacometti. Magico, ingombro di oggetti, di materiali, di carte, e l'impressione generale di essere vicinissimo ai segreti. Nutro molta ammirazione e molto rispetto per Giacometti, e anche affetto. Era un fratello, un amico. Ecco perché ho questa fotografia di lui, non so chi l'abbia scattata e da dove venga, ma lavoro così, all'ombra di Alberto, sotto il suo sguardo, benevolo, incoraggiante.
Bisognerebbe dire ai pittori di oggi che tutto si gioca nell'atelier. Nella lentezza del suo tempo.
Amo le ore trascorse a guardare la tela, a meditare davanti a essa. A contemplarla. Ore incomparabili nel loro silenzio. D'inverno, la grossa stufa borbotta. Rumori familiari dell'atelier. I pigmenti mescolati da Setsuko, lo strofinio del pennello sulla tela, tutto viene riassorbito dal silenzio: prepara all'entrata delle forme sulla tela nel loro segreto, alle modifiche spesso appena abbozzate che fanno fluttuare il soggetto del quadro verso qualcos'altro di illuminato, di sconosciuto. Dalla vasta vetrata dell'atelier si contempla l'immagine tutelare delle vette. Dal castello di Montecalvello, che possiedo nel viterbese, si vedono all'orizzonte il Cimino e i suoi sentieri di abeti neri che sembrano trattenere i fianchi della montagna. Qua o là è sempre la stessa storia di forza e di mistero che si rappresenta. Come un mondo aperto alla propria notte. E in cui so che bisogna attardarsi per raggiungere la meta.

3
INTENDO questa idea del tempo, che bisogna saper domare e adattare, nella prospettiva di trarne un significato. Grazie al tempo concesso alla tela, spero di giungere alla possibile rivelazione, di trovarla. In tale disposizione, in tale atteggiamento. La mia opera si fa, si è sempre fatta, sotto il segno della spiritualità. Ecco perché mi aspetto molto dalla preghiera: chiede di condurvi sulla buona strada. Sono un cattolico fervente. La pittura è un mezzo per accedere al mistero di Dio. Per trarre qualche raggio di luce dal suo Regno. Non c'è vanità in questo. Umiltà, piuttosto. Per mettersi in condizione di catturare un frammento di luce. Amo l'Italia per questa ragione. L'ho visitata da giovanissimo, a sedici o diciassette anni, e ho subito amato questo Paese, la gentilezza delle persone, la tenerezza dei paesaggi. Ho sempre considerato l'Italia una terra spiritualizzata. Carica di spirito. Da tutte le finestre di Montecalvello è un quadro quello che si offre al nostro sguardo. Un quadro o una preghiera sono la stessa cosa: un'innocenza finalmente raggiunta, un tempo strappato al disastro del tempo che passa. Un'immortalità catturata.
Ho la fama di fare un quadro in una decina di anni. So quando è finito. Cioè quando è compiuto. Quando più nessun tocco, nessuna traccia di colore verranno a correggere il mondo finalmente raggiunto, lo spazio segreto finalmente percepito. Fine della lunga preghiera proferita in silenzio nell'atelier. Fine della contemplazione silenziosa. Si è conseguita un'idea della bellezza.

© 2001 Longanesi Editore

biografia dell'autore
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Balhus (1908-2001), pseudonimo di Balthasar Klossowski de Rola, nacque a Parigi da nobile famiglia polacca. Appena tredicenne, pubblicò un libro di disegni che ebbe la prefazione di Rainer Maria Rilke. Dopo aver trascorso l'infanzia e l'adolescenza tra Francia, Svizzera e Germania, nel '24 si stabilì nella capitale francese, dove dieci anni dopo espose nella sua prima mostra personale. Considerato l'ultimo grande maestro del '900, e tra i pochissimi artisti che abbiamo esposto al Louvre in vita, i suoi quadri si trovano nei musei e nelle collezioni più importanti del mondo.

Alain Vircondelet è scrittore e biografo di Marguerite Duras, Pascal, Camus e Sain-Exupéry. Laureato in Storia dell'arte, è docente di letteratura francese alla facoltà di Lettere dell'Institut Catholique de Paris.
bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Balthus , Memorie, a cura di Vircondelet A., tr. di Ascari F., 2001, 250 p., Lit. 30000, "Il Cammeo" n. 377, Longanesi (ISBN: 88-304-1949-4)

Balthus - Rilke Rainer M., Mitsou, tr. di D'Attanasio M., 1997, 80 p., ill., Lit. 16000, "Lo zibaldone", Archinto (ISBN: 88-7768-217-5)

Balthus , Riflessioni di un solitario della pittura. Intervista con Francoise Jaunin, tr. di Morpurgo A., 2000, 80 p., Lit. 12000, "Le vele", Archinto (ISBN: 88-7768-279-5)



23 novembre 2001