Cécile Ines Loos
La morte e la bambola

"Con gli occhi sgranati la bambina fissa immobile il pastore, gli occhi, il naso, le rughe, la bocca, i baffi che spiovono storti. Ma non c'è alcuno spiraglio. Solo il peccato e la legge."

Con un linguaggio evocativo e poetico, il libro descrive l'infanzia e l'adolescenza di una bambina adottata, in un periodo in cui l'adozione creava comunque una certa marginalità sociale. La famiglia che aveva accolto la piccola Michaela era ricca, ancorata a forti principi religiosi e molto rigorosa nell'educazione ma, pur con la costante affermazione della sostanziale estraneità della bambina al nucleo familiare, si era presa cura della piccola con amore e attenzione. La bambina così può trascorrere con serenità i suoi primi anni di vita, anche se nella sua mente c'è il disagio di non essere la vera figlia di quei genitori tanto amati e l'idea che è necessario per lei (cosa che non sarebbe necessaria a una figlia carnale) conquistarsi sempre il loro affetto. Tra i vari doni che riceve, dai parenti e dagli amici della famiglia, c'è una bambola bellissima, del tutto particolare: il viso e le mani di porcellana attaccate ad un corpo di pelle, i lunghi capelli neri, un abito russo che ricorda una paese lontano di cui la bambina studia la lingua. Quella bambola sarà l'unico elemento di continuità per tutto il periodo della vita di Michaela che l'autrice descrive. Due eventi traumatici spezzano improvvisamente quella serenità: prima di tutto la morte della madre adottiva. È l'impatto con un mistero che la bambina non può e non riesce a capire. Come può un essere amato sparire e non tornare più? La tomba non può sostituire di certo una presenza, né gli altri parenti lo possono fare anche perché lo choc di quella perdita ha creato delle difficoltà di comportamento nella piccola che non riesce più ad essere "perfetta". E così interviene il secondo evento che scatenerà tutto il successivo susseguirsi di fatti dolorosi: uno scherzo ingenuo, palline di pane buttate addosso a un ricco vicino di casa, e il disordine creato volutamente tra i libri e i quaderni della scuola sono giudicati peccati gravissimi, passibili di punizioni esemplari. La bambina si sente costretta a mentire, ma la cosa le crea un disagio così profondo che la allontana sempre di più dagli altri membri della famiglia. Il secondo matrimonio del padre poi, con una donna arrivista e arida, segna il destino della piccola: un istituto in cui subisce innumerevoli vessazioni. La bella bambola russa la seguirà sempre e sarà per lei la salvezza quando la disperazione sembrerà avere la meglio.
Non è nella storia però il merito del libro, vicende simili sono già state descritte, e personaggi con analoghe caratteristiche sono già apparsi in letteratura. L'interesse, autentico, che questo primo romanzo tradotto in italiano di Cécile Ines Loos, una delle maggiori scrittrici svizzere, nasce dalle modalità di narrazione, dal linguaggio e dalla capacità di analisi della sensibilità infantile che l'autrice dimostra.
Ecco quelli che sono, a mio parere, i pregi del romanzo: è narrato in terza persona, ma tutto (si direbbe con linguaggio cinematografico) "in soggettiva"; è scabro ed essenziale anche nel descrivere episodi emotivamente molto intensi; è permeato dal disagio, presente anche nel periodo felice, dell'estraneità; è attento all'impossibilità che un bambino ha di capire alcuni meccanismi mentali, o morali, degli adulti; è dominato da una sensazione di colpa antica che quasi tutti i personaggi denunciano in frasi o in comportamenti apparentemente crudeli; è infine capace di unire elemento fantastico e realtà, così come solo avviene nella testa di un bambino, grazie a un forte lirismo, sempre contenuto e mai retorico.

La morte e la bambola di Cécile Ines Loos
Titolo originale: Der Tod und das Püppchen
Traduzione di: Gabriella de' Grandi
216 pag., Lit. 26.000 - Edizioni Casagrande (Scrittori)
ISBN 88-7713-343-0


Le prime righe

I.

In colui nel quale la conoscenza è luce,
tutto l'essere è luce.

Nel mondo arriva una bambina. Nel mondo va in una città, nella città in una casa. Nella casa trova persone che l'aspettano, preparate al suo arrivo. Con queste persone che l'aspettano, la bambina deve dare inizio al gioco, ma nessuno sa dirle come. Ogni mossa è un rischio. A volte la bambina trova genitori, nonne, zie e anche domestiche. Trova anche fratellini, oppure no. Non può scegliere nessuno, deve giocare con quelli che ha intorno. Ma anche se ha dei veri genitori, nemmeno loro sanno dirle come dare inizio al gioco. E per di più, deve concluderlo come lo ha incominciato. Non può superare gli ostacoli successivi in modo diverso da come ha superato i primi. Può agire un po' più in fretta o un po' più lentamente, tutto qui, perché questo è il suo destino. Così la bambina è sola nel mondo, circondata dalle sue stelle. Anche il mistero della sua origine non cambia nulla. I misteri che ci circondano sono troppo profondi, non possono servirci. Anche per il più vecchio degli adulti, i misteri che lo circondano sono troppo profondi. Se gli dicessero: "Tu non sei nato sulla terra, ma su una stella, che gira con altre stelle nello spazio intorno a un sole", non saprebbe che farsene. La sua vita rimarrebbe la stessa. In realtà andiamo vagando tra semplici supposizioni, non sappiamo neppure che cosa sia una rosa, un'ape, una spirale d'oro.
Nel salotto della casa in cui è entrata la bambina, alle finestre sono appesi ampi tendaggi di felpa verde, e i vetri sono nascosti da un leggero reticolo di trine con gale increspate. C'è il divano di velluto verde, che accoglie sul bracciolo un cuscino di seta nera, ricamato al centro con nontiscordardimé. Il cuscino di seta è adagiato sul bracciolo del divano, accanto al grosso rouleau di felpa, da cui pende una pesante nappa intrecciata. Davanti al sofà c'è un tavolo che regge in palmo di mano una ciotola dipinta. Nella piccola cristalliera lì accanto ci sono due alte coppe d'oro, tempestate di pietre verdi, blu e rosse, e intorno all'orlo delle coppe sono incise lettere lucenti, di tale inaudita saggezza che nessuno riesce a leggerle. Sono lettere russe, e probabilmente a queste coppe bevono lo zar e gli angeli. Questo immagina la bambina.

© 2001 Edizioni Casagrande


L'autore

Cécile Ines Loos nasce a Basilea nel 1883 e muore nel 1959, povera e dimenticata. A due anni perde la madre e viene adottata da una famiglia di amici. Finirà in un orfanotrofio protestante, costretta a lavorare duramente e picchiata. Adolescente, lavora come cameriera e poi come bambinaia in Inghilterra. Verso i trent'anni finirà nel gorgo della follia, con vari ricoveri. Madre di un figlio che ripudierà, combattente nelle file dei comunisti e dei pacifisti, François Bouvet lotterà tutta la vita con la miseria e la malattia. Ha pubblicato una decina di romanzi. Viene tradotta in italiano per la prima volta.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


30 novembre 2001