Zoë Jenny
La stanza del polline

"Staccava con le unghie i lunghi stami e li metteva tutti insieme. Poi andava nella stanza del polline e faceva cadere la polvere. C'era polline dappertutto, sul pavimento e sui davanzali delle alte finestre dello scantinato."

Si tratta di un romanzo d'esordio, scritto da un'autrice giovanissima, che ha suscitato molto interesse alla sua uscita in Germania nel 1997.
Non racconta una storia eccezionale, non ha particolari colpi di scena, non narra un'avventura. Si potrebbe definire forse un romanzo di formazione, anche se la protagonista, Jo, una bambina che diventa donna sul filo della memoria, è in realtà molto matura e strutturata, sebbene la sua storia personale non sia facile; ad essere infantili, incoscienti e superficiali sono i genitori. Il padre, un uomo distratto dalle sue attività e dai suoi legami sentimentali, non riesce a rappresentare una figura di riferimento. La madre Lucy, ambigua e sfuggente, scappa tutta la vita da lei, malgrado i continui tentativi di Jo di raggiungerla, di afferrare la sua esistenza e condividerla. La storia percorre sempre più i meandri dei sentimenti che legano una figlia ai propri genitori, in particolare alla madre, incuneandosi nelle fessure più nascoste dell'animo umano. Il rapporto madre-figlia quasi s'inverte e Jo dimostra equilibrio, tolleranza, comprensione nei confronti di una donna debole che avrebbe dovuto starle al fianco, farle sentire tutto il suo amore e che invece non solo l'ha abbandonata da bambina, senza più incontrarla per molti anni, ma tuttora, malgrado si trovi davanti una persona ormai adulta, continua ad allontanarla e a rifiutare il suo amore. L'assoluta mancanza di dialogo e l'immaturità della madre prendono definitivamente corpo nel momento in cui, morto il precedente compagno, Lucy si lega a un altro uomo cui non vuole confessare di avere una figlia, pregandola di mantenere il segreto e di presentarsi come sorella minore. Malgrado i tanti tentativi di riavvicinamento, tra le due donne non può stabilirsi un vero rapporto. La madre parte improvvisamente per un viaggio all'estero e Jo ritorna dal padre e dalla sua compagna, che nel frattempo è rimasta incinta. Estranea in ogni luogo, la ragazza vive la condizione di molti figli di separati, che vedono i genitori allontanarsi sempre più da loro. Solo il suo grande equilibrio e la maturità, raggiunta forse proprio attraverso la sofferenza psicologica, le permettono di superare questi traumi affettivi e di prendere la propria strada, abbandonando definitivamente quella dei genitori.
Un romanzo che scatena una reazione nel lettore è sempre un'opera riuscita. E qui si alternano diverse impressioni: rabbia nei confronti della madre, solidarietà verso Jo, indifferenza per quel padre quasi inesistente. Il tutto espresso con semplicità e intelligenza.

La stanza del polline di Zoë Jenny
Titolo originale: Das Blütenstaubzimmer
Traduzione di: Bice Rinaldi
107 pag., Lit. 22.000 - Edizioni Fazi (Le strade)
ISBN 88-8112-201-4


Le prime righe

I

Quando mia madre se ne andò in un'altra casa, a qualche isolato di distanza, io rimasi con mio padre. La casa in cui vivevamo puzzava di umido. Nella lavanderia c'era una macchina tipografica. Mio padre di giorno ci stampava i libri. Quando tornavo dall'asilo, andavo sempre da lui nella lavanderia, poi salivamo insieme e ci preparavamo il pranzo. La sera, prima che mi addormentassi, si metteva accanto al mio letto e disegnava figure nel buio con la sigaretta accesa. Mi portava il latte caldo col miele, poi si sedeva al tavolo e cominciava a scrivere. Io mi addormentavo al mormorio regolare della macchina da scrivere e quando mi risvegliavo vedevo nella porta i suoi capelli da dietro, sotto la lampada, circondati da un alone luminoso, e tantissimi mozziconi di sigaretta che, uno accanto all'altro, orlavano il tavolo come piccoli soldati.
I libri che pubblicava mio padre non li comprava nessuno, per cui accettò un lavoro come autista notturno. Così di giorno poteva continuare a stampare i libri, che si accumularono prima nello scantinato e in soffitta, poi per tutto l'appartamento.
La notte dormivo un sonno agitato. Frammenti di sogni mi passavano davanti come pezzetti di carta in un fiume in piena. Poi quel rumore metallico mi svegliava del tutto. Guardavo le ragnatele sul soffitto e sapevo che in quel momento mio padre era in cucina e aveva messo il bollitore sul fornello. Appena l'acqua bolliva, partiva un breve fischio e lo sentivo scostare frettolosamente il bollitore. Bastava che l'acqua cominciasse a gocciolare nel termos attraverso il filtro perché l'odore di caffè di diffondesse per la casa. Seguiva una rapida successione di rumori attutiti, poi un breve attimo di silenzio. Cominciavo a respirare più veloce e mi si formava un nodo alla gola, sempre più soffocante, finché dal letto vedevo mio padre, avvolto nella sua giacca di pelle, chiudere piano la porta di casa dietro di sé. Un rumore appena percepibile. Clac. Uscivo dal mio rifugio sotto le coperte e mi precipitavo alla finestra. Contavo uno, due, tre... lentamente. Al sette lo vedevo camminare per strada a passo veloce, immerso nel giallo smorto del lampione. Al dieci arrivava sempre al ristorante all'angolo, dove svoltava.

© 2001 Fazi Editore


L'autore

Zoë Jenny è nata nel 1974 a Basilea, dove vive. La stanza del polline è stato il caso editoriale di lingua tedesca più clamoroso degli ultimi anni, ed è stato tradotto in ventiquattro paesi.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


23 novembre 2001