Cees Nooteboom
Il giorno dei morti

"Guardò la statua di Atena, ma la dea guardava al di là di lui. Gli dei non ti guardano mai, a meno che non sia loro intenzione farlo."

Una copertina intensa, triste nelle sfumature di bianco e nero e nel soggetto cimiteriale, presenta questo romanzo datato 1998 e scritto da uno dei maggiori autori olandesi contemporanei. L'approccio potrebbe scoraggiare chi nella lettura cerca evasione e divertimento, amore più che morte. Ma sarebbe un errore farsi condizionare da una grafica tutto sommato fuorviante. Nel lavoro di Nooteboom si trovano rappresentati tutti i sentimenti umani, dall'allegria alla disperazione, dal dolore alla spensieratezza, sempre mediati dalla consapevolezza che è arduo ricercare il senso dell'esistenza. E la morte, pur tema centrale del libro, diventa parte di un insieme complesso di relazioni interpersonali, di considerazioni e pensieri: quelli che costruiscono l'animo umano e il vissuto di ognuno di noi.
Personaggio centrale del romanzo di Nooteboom è Arthur Daane, un cineasta olandese che ha perduto moglie e figlio in un incidente aereo e che vive ora nella Berlino post-unificazione, una città che deve fare in conti col passato, ma che si proietta positivamente verso il futuro. Daane frequenta un gruppo di persone interessanti: Victor Leve, uno scultore, Zenobia Stejn, scienziata con la passione per la fotografia, Arno Tieck, filosofo e Erna, l'amica più cara. Il suo lavoro, incentrato sull'immagine, condiziona in parte la sua percezione della realtà, e qui Nooteboom riprende il tema dell'importanza della visione soggettiva, già affrontato in precedenza in Mokusei, il cui protagonista è un fotografo olandese in viaggio non a caso in Giappone, paese la cui cultura si fonda su una conoscenza incentrata proprio sull'immagine. Rappresentare la realtà attraverso il particolare, il piccolo evento della quotidianità, come il passaggio delle stagioni attraverso la visione di un solo albero o la trasformazione delle nuvole nel cielo, è l'ossessione di Daane, che ne fa uno scopo di vita, trasformando un lavoro nell'unico modo per superare il lutto. È difficile dopo aver tanto amato accettare la morte. Ed è difficile per tutti i personaggi del romanzo trovare un equilibrio che permetta di trascorrere un'esistenza serena. È giusto farlo elaborando le esperienze attraverso la memoria, per introiettarle e superarle definitivamente. Scrive nella Postfazione Fulvio Ferrari: "Riflessioni tormentate e rapide banalità, serrate sequenze di pensieri e sensazioni, statiche contemplazioni e rapimenti mistici, scontri drammatici, lunghi attimi di assaporamento di una salsiccia, mulinelli di disquisizioni: tutto si dipana lungo il filo della narrazione, trascinando il lettore in un percorso di esitazioni, di smarrimenti, di contraddizioni in cui anche gli interventi del 'coro', la voce ultraterrena che interrompe il racconto e lo accompagna, rifiuta di fornire risposte. Romanzo del tutto sui generis, Il giorno dei morti nega del resto già nelle sue premesse ogni possibilità di risposta, di finale, di risoluzione."
La scrittura di Nooteboom è complessa, articolata, profonda. I suoi romanzi non sono mai opere leggere, letture d'intrattenimento. Sono un momento di riflessione, un universo di pensieri. E se, abitualmente, i suoi lavori sono piuttosto brevi, questa volta la scelta è stata di ampliare e dilatare la storia in un romanzo di più ampio respiro. E non fermatevi alla copertina.

Il giorno dei morti di Cees Nooteboom
Titolo originale: Allerzielen
Traduzione di: Fulvio Ferrari
394 pag., Lit. 36.000 - Edizioni Iperborea
ISBN 88-7091-099-7


Le prime righe

Qualche secondo dopo essere passato accanto alla libreria, Arthur Daane si rese conto che la parola Geschichte, storia, gli era rimasta impigliata nei pensieri, e che nel frattempo l'aveva tradotta nella propria lingua in modo che, all'istante, aveva assunto il suono geschiedenis, meno minaccioso che in tedesco. Si domandò se fosse dovuto a quell'ultima sillaba. Nis: una parola stranamente breve, non volgare e aspra come altre parole brevi, anzi, rassicurante. Nis voleva dire "nicchia", un luogo in cui si poteva cercare rifugio, o dove si poteva trovare qualcosa di nascosto. Altre lingue non l'avevano. Provò a liberarsi di quella parola accelerando il passo, ma ormai non era più possibile, non in quella città che ne era impregnata. Gli rimase impigliata. Negli ultimi tempi gli capitava, con le parole. In questo senso "impigliata" era l'espressione giusta: si impigliavano in lui. E risuonavano. Anche se non le pronunciava ad alta voce, le sentiva lo stesso, a volte sembrava addirittura che rimbombassero. Non appena le si staccava dal filo delle frasi cui appartenevano assumevano, se si aveva la sensibilità giusta, una nota spaventosa, una estraneità su cui non ci si doveva soffermare troppo a riflettere, altrimenti il mondo intero avrebbe cambiato di posizione. Troppo tempo libero, pensò, ma era così che si era organizzato la vita. Su un vecchio libro di scuola aveva letto una volta la storia del "giavanese" che appena guadagnava un quarto di fiorino si metteva a sedere sotto una palma. Evidentemente in quei tempi lontani si poteva campare molto a lungo con un quarto di fiorino, perché il giavanese, secondo quel racconto, si rimetteva a lavorare solo dopo avere speso tutti e venticinque i centesimi. Il libercolo se ne scandalizzava, in quella maniera, infatti, uno non poteva fare strada nella vita, ma Arthur Daane si era detto che il giavanese aveva ragione. Faceva documentari televisivi che ideava e produceva da solo; se il soggetto gli interessava lavorava anche come operatore e, di tanto in tanto, se capitava o se aveva davvero bisogno di soldi, girava uno spot per la ditta di un amico. Se non lo si faceva troppo spesso era divertente, e poi per un po' non lavorava. Aveva avuto una moglie e aveva avuto un figlio, ma poiché erano morti in un incidente aereo aveva ormai solo delle foto, su cui, ogni volta che le guardava, apparivano sempre più lontani.

© 2001 Iperborea Edizioni


L'autore

Cees Nooteboom, nato all'Aja nel 1933 è uno dei più grandi scrittori europei, di quelli che conservano l'idea che la letteratura possa essere strumento di riflessione e di conoscenza.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


23 novembre 2001