Guillermo Cabrera Infante
Il libro delle città

"Venezia mi è venuta incontro avvolta nella nebbia. O meglio, nella pioggia. Complice il tempo, a prima vista Venezia sembra un capriccio. Cosa ci fanno lì tutti quei palazzi fatti di pizzo immersi nell'acqua?"

Che cosa c'è di più letterario del viaggiare? Nell'Ottocento era un'attività costitutiva della formazione di uno scrittore, era l'esperienza del mondo, era la conoscenza sul campo di uomini e storia. Grandi viaggiatori, grandi scrittori, ci hanno lasciato anche nell'ultimo scorcio del Novecento narrazioni ed impressioni di viaggio: visitare per la prima volta un paese descritto da Chatwin o da Sepulveda è per un lettore in realtà una riscoperta, una rivisitazione.
E così questo libro di Cabrera Infante ci conduce in molte città (gli uomini sono un prodotto di queste e non viceversa), ci accompagna non solo lungo strade, negozi, trattorie, ma ci fa attraversare anche anni cruciali, momenti che hanno visto delle trasformazioni straordinarie, come se le città narrate avessero improvvisamente cambiato d'abito, offerto un altro profilo, cambiato colore.
Londra è la prima città descritta e quella su cui maggiormente si sofferma: è colta nel momento in cui diventa il centro culturale delle giovani generazioni di tutto l'Occidente: è il tempo dei Beatles, di Mary Quant, di quando arrivarci era per un ragazzo toccare con mano un mito. Ma Londra è anche una specie di grande museo all'aperto, un itinerario letterario, da Shakespeare a Conan Doyle, disseminato di case che comunicano messaggi come fossero libri di testo. Ma come non vedere l'aspetto di costume, di cultura che ha rappresentato e rappresenta lo shopping? Merci e merci che catturano e avvolgono, vetrine in cui specchiarsi e da cui farsi divorare.
Il viaggio, o meglio l'incontro, prosegue in tante città d'Europa: Madrid che fiorisce, si libera, passa della cupezza austera del franchismo alla sfacciata vitalità degli anni Ottanta; Bruxelles: ricca di buona cucina e di musei; Torcello, magica bellezza, incanto distrutto dalle orde dei nuovi barbari, i turisti; San Sebastian, cinema e cultura, contraddizioni di un luogo di povertà e raffinatezza...
Quindi gli Stati Uniti, New York, Las Vegas, Miami (che tanto significa per un cubano!), i grandi spazi australiani e Rio de Janeiro con la sua sensuale colonna sonora e le belle donne.
"Ho cercato in altre città lo splendore che fu dell'Avana": questa è la molla di chi se ne è andato, ma ha vissuto in una delle città più belle del mondo segnata da anni di abbandono, fatiscente come un luogo irreale.
Enzo di Mauro ha recentemente osservato, parlando di questo libro, del continuo confronto a distanza tra l'autore, il fuggiasco e Fidel Castro, il tenace lider maximo. "Si fronteggiano, senza abbassare lo sguardo, da una parte la miscela esplosiva e rimata di stile e bile e dall'altra la sfida solitaria dell'ultimo orizzonte comunista". Da questo maestro della parola e dello stile quale Cabrera Infante è, giunge al lettore una sorta di astio represso, di estraneità nascosta: è infatti sempre e solo L'Avana il termine di paragone, talvolta non detto, ma denso di una incombente e amara nostalgia.

Il libro delle città di Guillermo Cabrera Infante
Titolo originale: El libro de las ciudades
Traduzione di: Silvia Sichel
219 pag., Lit. 30.000 - Edizioni il Saggiatore (Nuovi Saggi)
ISBN 88-428-0925-X


Le prime righe

Elogio della città

L'uomo non ha inventato la città, è stata piuttosto la città a creare l'uomo con le sue tradizioni. "Urbanità" deriva dalla parola latina che significa città. La città così come la conosciamo ha avuto probabilmente origine in Asia tra il sesto e il primo millennio a.C. Ma è in Grecia, con la città-stato o polis, che l'idea della città tocca l'apice realizzando ciò che Aristotele ha definito "una vita pubblica per un fine nobile". A Roma, creatrice dell'impero romano, la città, Roma stessa, che fu edificata senza seguire un progetto o un ordine prestabilito, crebbe fino a diventare un modello per altre città create a sua immagine e somiglianza. Sotto gli Antonini Roma arrivò ad avere quasi due milioni di abitanti; i ricchi vivevano nello splendore e i poveri in miseria, dando origine a quei casamenti popolari che ancora ai giorni nostri in spagnolo si chiamano cuarterías o solares.
Ma la città è stata distrutta più di una volta dall'uomo convinto di averla creata. Secondo la leggenda Nerone incendiò Roma, ma Roma fu ricostruita e vive ancora: l'unica città che è una lezione di storia. Le ere romane vivono tra le sue rovine. È, indubbiamente, la Città Eterna. Altre città, come Berlino e L'Avana sono state distrutte dalla guerra o dall'incuria di chi le governava. Di fatto, L'Avana oggi sembra una città demolita, non dal cielo (dall'alto) come Berlino, bensì dall'interno. Ma Berlino, al pari dell'antica Roma dopo l'incendio, è stata ricostruita, mentre L'Avana conserva una strana bellezza tra le rovine. E tuttavia, come Orazio, dico che le rovine mi troveranno impavido.
È così che ho cercato in altre città lo splendore che fu dell'Avana.

© 2001 Il Saggiatore


L'autore

Guillermo Cabrera Infante è nato nel 1929 a Cuba e ha iniziato a pubblicare racconti e recensioni cinematografiche a diciannove anni. Entrato nel 1950 alla scuola nazionale diu giornalismo, è approdato nel '59 alla direzione del settimanale di cultura Lunes de Revolución, chiuso due anni più tardi per ordine del governo. Ha lasciato l'isola nel 1965 e da allora vive a Londra. Tra le sue opere ricordiamo Tre tristi tigri e il saggio Mea Cuba.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


23 novembre 2001