José Saramago
L'anno mille993

"È stato deciso che oggi si combatterà una grande battaglia e nonostante il numero dei morti previsto così si farà. Mai la certezza dei morti ha evitato una guerra e tanto meno nel mille993 quando gli scrupoli non sono né prigione né impedimento."

Pubblicato in Italia per la prima volta nel 1993, con il medesimo titolo, dalla case editrice pisana ETS, viene oggi riproposto questo piccolo e particolare libro di Saramago nella collana I coralli della Einaudi. Immaginato nel 1974, alla vigilia della "rivoluzione dei garofani" portoghese, e pubblicato in lingua originale più di dieci anni dopo, L'anno mille993 è un concentrato di pensieri, considerazioni, impressioni espressi in forma narrativa, metaforica e a volte quasi poetica. Il volume è scandito da trenta capitoli, brevissimi. È evidente il riferimento politico di molti testi, dove l'opinione negativa di Saramago sul potere traspare con grande chiarezza attraverso metafore "scoperte": la presenza nelle metropoli di topi, ragni, serpenti che tutte le notti "fanno la conta" degli abitanti autorizzati a vivere in quei luoghi, o l'alternanza tra uomini e lupi nel governo della città, o, ancora, alla mutazione genetica degli esseri umani, costretti sotto terra, in creature simili alle talpe. I racconti formano un insieme unitario, che si va scoprendo via via che prosegue la lettura. Alcuni capitoli sono altamente drammatici, come quello che colloca nell'anno 1993 una ipotetica guerra che potrebbe concludersi in modo feroce e inaspettato grazie a una trasformazione fisica delle donne: un racconto di una durezza impressionante, pervaso di pessimismo tragico. Come lo è un'altra immagine che Saramago dipinge con pochi, efficaci tratti: animali degli zoo uccisi con potenti sostanze chimiche, svuotati dalle viscere e riempiti con circuiti elettronici programmati per distruggere gli uomini "si era detto che l'elefante era la macchina più terribile di questa guerra - scrive verso la fine del capitolo l'autore - Chissà forse perché molte volte era stato addomesticato ed esposto al ridicolo nei circhi quando con la sua gran mole stava in equilibrio su un pallone assurdo". Gli oppressi che si ribellano, gli emarginati che si vendicano, i perdenti che fuggono. E nasce la necessità di "imparare nuovamente lo scarno linguaggio della fame e del freddo". "Verrà un tempo in cui l'umanità dovrà tornare nelle caverne a leccarsi le ferite" (scriveva recentemente Altan)... "per cominciare di nuovo la dolorosa nascita d'una prima parola" pare rispondergli Saramago. L'umanità dunque cade e rinasce dalle sue stesse ferite, ripercorrendo la storia: dalla nascita del mito all'embrione di una nuova religione, dai riti sacrificali alla costruzione di un nuovo ordine sociale.
1993 è un anno simbolico, lontano nel tempo, ma non troppo, al momento in cui Saramago ha ideato questa storia. Esattamente come il 1984 di Orwell o il 2001 di Arthur Clarke. Ora che abbiamo superato quella data, sembra davvero profetico il suo racconto: il futuro sarà ancora tragico a lungo, ma poi verranno "i tempi più felici del duemila93", almeno per i figli dei nostri figli.

L'anno mille933 di José Saramago
Titolo originale: O ano de 1993
Traduzione di: Domenico Corradini H. Broussard
75 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Einaudi (I coralli)
ISBN 88-06-15484-2


Le prime righe

E immortale è la speranza

Queste parole sulla soglia d'un libro scritto quasi vent'anni fa, e dunque estemporanee nel senso più stretto del termine, si sottopongono al rischio d'una severa critica da parte dei lettori, che sono abbastanza arguti da comprendere che la modestia generalmente usata in simili circostanze è, quanto meno, un semplice gioco. Loro sanno che uno scrittore, pur sospinto lontano dalla sua sincerità, non avrebbe mai il coraggio di rinnegare pubblicamente la propria opera. E anche sanno che uno scrittore, nonostante venga applaudito per il suo genio o conosciuto per la sua vanità, non oserebbe mai lodarsi e firmare la lode. A ciò si aggiunga la ripetuta affermazione dei teorici della letteratura, secondo i quali lo scrittore è colui che meno degli altri conosce il suo lavoro.
Per questa traduzione italiana, che è la prima mondiale dal portoghese, e che a me sembra mantenere intatto il carattere "fluviale" del mio linguaggio e concedere al lettore la più ampia libertà di ricrearne il ritmo, sono stato invitato a intervenire, dall'amico Domenico Corradini H. Broussard, con alcune righe introduttive. Ed è comprensibile che io mi limiti a raccontare come e perché sia nato L'anno mille993.
Ecco i fatti.
Un mese prima della rivoluzione del 25 aprile mille974, che ha aperto al Portogallo la porta della democrazia, e non sapevamo allora che la democrazia perfetta è irraggiungibile e che dopo quella porta tante altre ce ne sono lungo un cammino senza fine, un piccolo gruppo di militari tentò invano, da una città di provincia, di rovesciare il governo e cambiare il regime. Questo accadeva il 16 marzo, e fu sotto l'effetto d'un profondo senso di frustrazione che scrissi, il giorno stesso, il primo dei trenta componimenti poetici in cui il libro si divide.
Ho cercato di esprimere in questi componimenti l'angoscia e la paura, e anche la speranza, d'un popolo oppresso che a poco a poco vince la rassegnazione e organizza la resistenza fino alla battaglia decisiva e alla ripresa della vita, pagata al prezzo di migliaia di morti. Ho spostato nel futuro la storia di questo popolo, il popolo d'un paese mai nominato, immagine di quanti hanno subito e subiscono la tirannide, e pensavo che forse mi ero messo a narrare le ultime sofferenze degli uomini, che lentamente avrebbero appreso la felicità, e sapevo però che niente di noi un giorno rimane sotto l'ombra che ciascuno va proiettando sul suolo che calpesta.
Scrivo queste parole nel mille993.
Le sofferenze non sono finite, né la felicità è cominciata. E proprio adesso, frase per frase, sillaba per sillaba, quanti popoli del mondo, qui e in ogni dove, non leggerebbero questo libro come il libro del loro grande dolore e della loro immortale speranza?

Lanzarote, 20 ottobre mille993

© 2001 Giulio Einaudi Editore


L'autore

José Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Delle sue opere ricordiamo: La zattera di pietra, L'anno della morte di Riccardo Reis, Cecità, Viaggio in Portogallo, Storia dell'assedio di Lisbona e Teatro.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


23 novembre 2001