Luisa Adorno e Daniele Pecorini Manzoni
Foglia d'acero

"Povera umanità. Non esistono abbastanza cause di morte sulla terra per aggiungervi anche i cannoni? Dai campi di battaglia i feriti sono portati ai chirurghi che si affannano a salvare chi poco prima è stato esposto deliberatamente alla morte."

Aprendo un volume appena acquistato abitualmente si leggono, magari con superficialità, le note riportate sul risvolto di copertina relative alla storia e al suo autore. Aspettandomi di trovare indicazioni bibliografiche riguardanti i due autori cui il volume è intestato, mi stupisco nel vedere la scheda relativa unicamente a Luisa Adorno. E Daniele Pecorini Manzoni? Per capire meglio perché lui non compaia è utile leggere brani dalla parte introduttiva che precede la storia. Daniele è lo zio di Luisa, un parente lontano anche nel tempo, di cui lei ha solo sentito narrare le gesta leggendarie. Vissuto all'inizio del secolo, Daniele (partito da Padova in bicicletta verso la fine del XIX secolo e giunto in Inghilterra, dove era diventato funzionario e diplomatico) ha avuto avventure fantastiche in estremo Oriente, di cui ha riportato impressioni (pubblicate nel 1937) e oggetti preziosi. Elementi sufficienti per suscitare la curiosità di una nipote colta e preparata come Luisa Adorno. Ripescato dal passato quel libro di memorie, intitolato proprio Foglia d'acero, l'autrice ne ripropone qui il testo, inframmezzandolo tuttavia con commenti molto personali, come in un dialogo diretto con l'avo mai conosciuto con cui però entra in un contatto ideale, scoprendone affinità di pensiero inaspettate.
Gli eventi riguardano il periodo storico della guerra russo-giapponese 1904-1905, i luoghi sono la Corea e il Giappone. La cultura è quella del misterioso mondo orientale con tutto il fascino di abitudini e costumi totalmente differenti dall'occidente d'inizio secolo, ma già fonte da tempo d'ispirazione per artisti e letterati. Comandanti e geishe, bonzi, marinai e coloni europei: tantissimi sono i personaggi che compaiono nella storia, dove si dipana anche una vicenda amorosa importante.
Gli autori dunque sono due, ma la vera artefice del libro è la nostra contemporanea, che ha saputo cogliere l'interesse sociologico e storico di questo racconto e ne ha accompagnato la narrazione con piacevoli commenti.

Foglia d'acero di Luisa Adorno e Daniele Pecorini Manzoni
204 pag., Lit. 18.000 - Edizioni Sellerio (La memoria)
ISBN 88-389-1709-4


Le prime righe

Novembre

A Padova devo scendere e fiondarmi al decimo binario dov'è in partenza il treno per Bassano. Per fortuna ho solo una borsa, ma devo ricordarmi che alla mia età le vecchie si rompono i femori.
Verrà a prendermi alla stazione l'amica veneta che passa lì, nella casa paterna, le vacanze dei Morti. Se non ci fosse lei, mi chiedo, sarei lo stesso qui? Nonostante la mia avversione per gli alberghi in solitudine penso proprio di sì. Mi muove una curiosità intensa, la ricerca di verità su una persona e la storia di un'altra da tempo scomparsa, solo da questa conosciuta.
"Ma cosa te ne importa?!" mi diceva ieri mia cugina Dinda raggomitolata in un'antica familiare poltrona. "Non sai niente degli zii di tuo padre e ti vai a sbattere là per sapere qualcosa di uno zio della tua matrigna?!". "Non è uno zio qualunque" mi sono difesa fiacca, rassegnata a non convincerla. "È presente nelle case dei suoi giovani ignari discendenti e, dacché è mancato mio fratello Enrico, anche nella mia, con piccoli oggetti raffinati, preziosi. La Treccani dedica pagine intere di fotografie alla collezione di giade che porta il suo nome, eppure finora nessuno si è preoccupato di sapere altro di lui. Nemmeno perché questo 'zio Daniele' vivesse in Oriente...". Solo il signore che incontrerò a Bassano lo ha conosciuto, da bambino, e ne parlava quest'estate al telefono, quando lo abbiamo chiamato dalla Calabria, con un'ammirazione e un rispetto che suonavano eco di un entusiasmo infantile. Anche questo mi ha toccato, perché si tratta proprio del giovane che Pietro, il fratello della mia matrigna, dopo la guerra trovò in casa della vecchia contessa, a Bassano del Grappa, dove si era recato per rinverdire la parentela in attesa di divenirne l'erede.
Sento ancora la voce di Enrico bambino quando ci raggiungeva, l'estate, come una terra promessa, esultare in quei racconti intrisi delle gelosie, le rivalità, i sospetti dei familiari della madre riuniti a vivere giù, al sud, nel fosco palazzo del nonno e tutti da lui mantenuti.
"Lo zio Pietro è andato a ricercare una vecchia zia... nel Veneto... sai, per l'eredità... e l'ha trovata che ha un giovanotto in casa!" squillò quella volta. Ci sguazzammo un po' tutti.
"Ecco, mi dico, fu considerato un magnaccia e magari era il figlio del fattore, cresciuto in casa, a cui la vecchia contessa, sorella dello scomparso Daniele, vedova, sola, si era attaccata molto più che al lontano nipote del ramo della famiglia trapiantato in Calabria".


© 2001 Sellerio Editore


L'autore

Luisa Adorno è nata a Pisa e vive a Roma. Ha collaborato a "Il Mondo" di Pannunzio e a "Paragone". Ha scritto: L'ultima provincia, Le dorate stanze (Premio Prato-Europa e Premio Pisa), Arco di luminaria (Premio Racalmare-Leonardo Scaiscia e Premio Viareggio 1990), La libertà ha un cappello a cilindro, Sebben che siamo donne (Premio Vittorini). Con Jyrina Stastná ha curato la traduzione del romanzo di Helena Stastná LA fermata del treno dei boschi.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


16 novembre 2001