Igor Sibaldi e Paolo Bianchi
Il mio principe azzurro

"Anche perché siccome sostanzialmente mi faceva un po' schifo il mondo vostro, e più passava il tempo e più lo vedevo come se fosse una cosa soltanto vostra e non mia, già allora, com'è e come non è finiva che più passava il tempo e più cose vedevo, dato che non avevo paura di vedere più niente."

Quotidianamente, giornali e televisione ci informano di episodi di violenza su bambini o ragazzi, notizie scarne, giudizi severi, ma tutto resta immutato: la cronaca non cambia la realtà, la fotografa. Forse neppure la letteratura può avere la presunzione di compiere rivoluzioni di costume, sicuramente però può creare quelle emozioni, quell'indignazione che permettono alle coscienze di avere maggiore attenzione a certi problemi, di rivolgere, pur nei limiti della pochezza di ognuno di noi, un diverso controllo su ciò che ci circonda e che spesso non siamo più capaci di vedere. Questo libro, capitato forse nella collana sbagliata, parla con la voce di una vittima e descrive un "normale" caso di abuso compiuto all'interno di una "normale" nevrosi familiare. Una madre, psicologicamente fragile in cura da uno psichiatra (ma la cosa è tenuta nascosta, perché questo tipo di problemi creano vergogna e vengono ben mascherati) è annientata dagli psicofarmaci, non ha alcuna relazione con la figlia, non sa nulla di ciò che avviene intorno a lei, è dominata dalla propria nevrosi e infelicità. Un fratello, un ragazzo che in sé ha solo tracce di fallimenti, è la voce violenta del gruppo: aggressivo e totalmente irrispettoso, capace solo di sfruttare e di irridere, suscita paura e disprezzo nella sorella, ma non ribellione. Un padre che nascondendosi dietro un apparente affetto, vede nella figlia solo una possibile fonte di denaro, vero scopo della vita, e mercifica il giovane corpo dell'adolescente, chiedendole quel sacrificio in nome dell'amore che la ragazza prova per lui, sapendo di essere il suo unico contatto affettivo all'interno della famiglia, e offrendole una prospettiva di benessere per tutti. Il romanzo è il lungo monologo della vittima, un resoconto doloroso e ingenuo di una vicenda squallida che la narratrice riesce a fare sotto la spinta di un amore salvifico, un "principe azzurro" che la può sottrarre a quell'incubo e che le può togliere il disgusto da cui si sente dominata. Al di fuori di quella famiglia patologica (ma quante ne esistono intorno a noi?) non c'è molto per lei: la scuola è un luogo di ulteriore violenza, i professori sono sanguisughe che succhiano dai ragazzi la vita, i compagni vivono ognuno chiuso nel proprio personale disagio senza saper costruire un briciolo di solidarietà. Ma avviene quello che pareva impossibile, il miracolo, l'incontro salvifico: è un uomo o un angelo che la sottrae all'inferno in cui è caduta? Forse, più laicamente, è solo uno psicologo e l'amore che le permette di parlare è una forma di transfert analitico. In ogni caso il romanzo si chiude con una nota di speranza, una salvezza possibile. Naturalmente la realtà è spesso peggiore della fiction, e non è facile per chi è dentro una morsa stritolante, trovare il proprio principe azzurro. Merito primario del libro è quello di aver dato voce a una vittima, anche se alcune "concessioni alla collana" avrebbero potuto essere evitate (certo compiacimento nelle descrizioni di episodi di sesso) perché nulla aggiungono alla tematica. In ogni caso i due autori mostrano di aver ben saputo fondere le loro diverse personalità in un'opera coerente e omogenea, di ben conoscere la psicologia giovanile e di avere saputo creare un impatto emotivo forte per il lettore.

Il mio principe azzurro di Igor Sibaldi e Paolo Bianchi
206 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Es (Biblioteca dell'Eros)
ISBN 88-87939-22-5


Le prime righe

CAPITOLO PRIMO
IL SENSO DELLA VITA

I

Dovresti raccontarlo, dici tu. Ma perché? Lo vedi il mondo com'è, a chi importa ancora degli altri? Invece è così bello stare qui noi due soli, a parlare di noi solamente. E poi non me ne ricordo niente, è lontano. Mi sembra di sapere soltanto com'è finito, ed è finito che siamo qui io e te, e io tra un po' appoggerò la fronte sul tuo petto, amore mio.
Invece no, dici tu. Se è successo a te - dici tu - in un certo modo è successo a tutti, e perciò bisogna raccontarlo anche a loro, perché se ne accorgano. Non la capisco io, questa cosa. A loro non hanno fatto le cose che hanno fatto a me. Ognuno ha la sua vita, i suoi papà e mamma. Loro hanno i loro casini, ognuno ha i suoi. E non i miei.
No, dici tu, racconta. E come? Da dove comincio?

2

Da quello che ti viene in mente, dici tu. A me viene in mente la Vale. Di quel tempo insensato e senza gioia che era la mia vita di allora mi viene in mente per prima lei, che entra in classe con il libretto delle giustificazioni. E col trucco azzurro sugli occhi: azzurro celeste fortissimo, come i vetri di una vetrata delle cattedrali - ma con la luce che veniva da dentro di lei, a far splendere quell'azzurro da cielo d'estate. La Vale, un mattino di marzo.
Va be', cominciamo da lì. Marzo; e che lezione era, chiedi tu.
Era matematica. Alla seconda ora, alle nove e mezza cioè. Quando la mattina si placa. Quando l'abisso del Sempre-Così ha già inghiottito la gente adulta, risucchiandola dalle strade dove fino a mezz'ora prima tutti si affrettano e si illudono che oggi chissà, magari oggi capiterà qualcosa di diverso, e invece no: oggi è sempre come sempre, e l'Abisso li sta digerendo senza che neanche se ne accorgano, neanche la luce della mattina ha più nessuno che la guardi, e si accovaccia malinconica come un gatto, mentre noi avevamo matematica con la Ievolo Martinez.
Racconta, dici tu.
Sì. Dunque la profe Ievolo Martinez era entrata in classe e si era appena seduta come sempre, con l'aria di chi si siede a tavola. Perché appunto questo veniva a fare: si sedeva e cominciava a mangiare quel cibo prezioso e delicatissimo che solo noi le offrivamo, e che solo le anime giovani offrono in tanta abbondanza. Tutti gli insegnanti lo fanno, non lo sai? Forse non te lo ricordi, amore mio.

© 2001 ES Edizioni


Gli autori

Igor Sibaldi è nato a Milano nel 1957. Scrittore e studioso di storia delle religioni è autore di romanzi e saggi, tra cui I maestri invisibili e Il frutto proibito della conoscenza. Ha tradotto il libro della Genesi e Guerra e pace.

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Fa il giornalista letterario a Milano. Ha scritto Avere trent'anni e vivere con la mamma e Uomini addosso.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


9 novembre 2001