Michèle Roberts
Sante impossibili

"I libri erano la loro droga, il tappeto volante che le portava via; i libri le sollevavano come mani carezzevoli, forti, e le cullavano come fanno le madri, come se loro fossero bambine da tenere in braccio e imboccare."

Un libro originale, strutturato come una raccolta di racconti, che collega la tradizione con l'invenzione, l'originalità e la creatività con il canone. Come in una Leggenda aurea minore, l'autrice (novella Jacopo da Varagine) si diletta a raccontare le vite di sante sconosciute, tenute in secondo piano rispetto alle grandi figure della storia della Chiesa cattolica. A ognuna dedica un capitolo, narrandone l'esistenza, letteralmente "vita, morte e miracoli". Solo a Josephine, curioso personaggio al limite dell'eresia, l'autrice riserva più parti del libro, seguendone la maturazione intellettuale e spirituale. Ecco Santa Tecla e Santa Taide, Santa Dympna e San Marino... che naturalmente si rivela essere Marina, ma solo dopo la morte. In tutte queste esistenze (undici in totale, escludendo Josephine), i temi principali sono quelli che gli studiosi hanno evidenziato in questi anni. La santità è spesso accompagnata e manifestata da elementi di forte disagio fisico e psicologico: dal difficile rapporto con il cibo al complesso edipico, dalla volontà autolesionista alle allucinazioni visionarie. Le sante di Michèle Roberts seguono regolarmente questo cammino di esperienze e di sensazioni, che sfociano poi in misticismo e spiritualità spesso esasperati, ma curiosamente hanno anche vite normali dove trovano spazio regolari rapporti di coppia (anche con uomini sposati) e lavori manuali, spesso umili. Essendo sante minori, abitualmente vengono sepolte in fosse comuni e anche quelle alle quali viene concesso l'onore della venerazione delle reliquie, per vicende alterne perdono presto questo privilegio. Per farci ricordare, mentre si procede nella lettura, che le storie sono frutto della sua fantasia, l'autrice osserva le sue protagoniste con sguardo ironico e disincantato, spesso collocando le storie nella contemporaneità, pur mantenendo una struttura narrativa che ricorda la fiaba popolare. Il risultato è una parodia perfetta del misticismo popolare.
"Prima di tutto c'era Dio - scrive raccontando la vita di Josephine - Non c'era nulla e nessuno prima di lui. Dio era un uomo. Uno spirito senza corpo, eppure maschile. Si muoveva nell'oscurità, così delicatamente che non lo sentivi aprire la porta e camminare verso il letto. Se ne stava là, ad ascoltare il tuo respiro, mentre tu restavi immobile, e sapevi che era Dio". "Che oppressione", potremmo dire, rubando la battuta di un testo teatrale di Annibale Ruccello.

Sante impossibili di Michèle Roberts
Titolo originale: Impossible Saints
Traduzione di: Giorgia Sensi
279 pag., Lit. 25.000 - Edizioni Luciana Tufani
ISBN 88-86780-40-0


Le prime righe

LA CASA D'ORO

Nella casa d'oro si conservavano le ossa.
La camera d'oro. Una stanza dentro l'altra, come lo scrigno di un gioielliere. La casa d'oro era una cappella costruita nel massiccio muro laterale della cattedrale nel centro della città. Non ci si accorgeva che ci fosse. La porticina alla fine della navata poteva sembrare un'altra uscita, poteva portare verso il sole e l'aria fumosa, luminosa. Invece, quando si appoggiava la mano sul freddo catenaccio di ferro per sollevarlo e la porta dall'arco appuntito si spalancava, si scendevano due scalini e ci si trovava in quella casa d'oro piena di ossa. Mentre si credeva di uscire, si entrava in quella casa disordinata piena di donne morte.
Un posto subdolo. Quadrato, soffitto a volta; ad una prima occhiata, le pareti, con le loro file di scomparti foderati di velluto, facevano l'effetto di un teatro; ogni piccola cornice ricoperta d'oro rivelava il busto di una bella signora coi capelli e gli abiti d'oro. A una seconda occhiata si vedevano file di armadietti senza porte, traforati e dorati, pieni zeppi di maestose sculture lignee. Quercia, ciliegio, noce: ce n'era per tutti i gusti. Busti in legno di donne dai riccioli intagliati, labbra sottili modulate al sorriso, un tocco di rosa sulle guance.
Ciascuna di queste dorate signore che ti fissavano dalle loro finestre d'oro con la fissità del ritratto aveva un'etichetta, un nome: Santa Paula, Santa Barbara, Santa Petronilla, Santa Tecla e così via. Sante con una storia, un pedigree; nomi che si potevano consultare nei libri, e storie che si potevano verificare. La leggenda dorata delle loro buone azioni scorreva lungo le quattro mura della casa d'oro. Dentro ciascuna donna: poche ossa. Ogni giovane dorata era un piccolo contenitore di reliquie. Una piccola casa di ossa. La si poteva scuotere come una saliera e ne sarebbe rotolata fuori la sua storia, un po' di polvere d'ossa.
Al di sopra di queste file di reliquiari, di queste bambole morte, a un altro livello, erano esposte le ossa di quelle senza nome, delle donne senza identità. Nessuno sapeva a chi appartenessero questi resti di ossa. Erano state selezionate e classificate soltanto secondo la forma e l'aspetto, e poi disposte in un mosaico che ricopriva i due terzi della parte alta della cappella fino al soffitto e ne riempiva le arcate della volta.

© 2001 Luciana Tufani Editrice


L'autore

Michèle Roberts è diventata in questi anni una delle scrittrici più apprezzate dalla critica e dal pubblico inglese. In italiano sono stati tradotti: Figlie della casa - vincitore del W.H.Smith Literary Awar e finalista del Booked Prize e Lo scambio. Per metà inglese e per metà francese, Michèle Roberts divide il suo tempo tra Londra e Mayenne, Francia.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


9 novembre 2001