John Irving
La quarta mano

"Quando aveva incontrato la prima volta la signora Clausen, Patrick non sarebbe riuscito a figurarsi un futuro con lei; ma da quando se n'era innamorato, non era più riuscito a immaginare un futuro senza di lei."

Ironico e brillante questo romanzo di John Irving irride sia il mondo della comunicazione in generale e del giornalismo televisivo in particolare, che i tanti seduttori incalliti che poi cadono in innamoramenti improvvisi e difficili.
Questo tema centrale è giocato intorno ad un evento in realtà drammatico, ma trattato in modo tale da apparire comico o grottesco: un bellissimo giornalista di New York, Patrick Wallingford, dal fascino irresistibile per tutte le donne che gli capitano a tiro, durante una missione mette il microfono troppo vicino a una gabbia di leoni e, in diretta televisiva, un'imponente belva gli stacca la mano sinistra, bocconcino prelibato che verrà conteso per alcuni secondi, davanti agli occhi sbigottiti dei telespettatori e della vittima stessa, dai vari abitanti di sesso maschile di quella gabbia mentre le leonesse (vittime anch'esse del fascino di Patrick?) osservano quasi impietrite il volto stravolto del giornalista. Questa amputazione sensazionale verrà ritrasmessa mille volte dalla televisione e susciterà in tutto il pubblico femminile, ma in particolare nelle varie donne che nel tempo hanno saggiato le abilità amatorie di Pat, sgomento e angoscia. Non per tutti però il sentimento dominante è l'orrore per tanta bellezza deturpata: c'è il dottor Zajac, un grande chirurgo specializzato in trapianti, che vede in questo incidente la grande occasione della sua vita. Irving dedica a questo personaggio un grande spazio nel romanzo: viene descritta la sua vita, il fallimento del suo matrimonio, ma in particolare la nevrosi che domina questa figura quasi patetica. Alcune ossessioni (tra queste dominano quella relativa agli escrementi dei cani e la paura di avere un solo grammo di peso di troppo) condizionano tutti i suoi comportamenti: si ciba di pezzetti di carote crude, fa footing tenendo perennemente in mano un bastone con cui libera i marciapiedi da quello che i cani della zona hanno lasciato. Zajac inoltre ha intorno a sé una ex moglie che con ogni mezzo cerca di allontanare da lui il figlio amatissimo (e un po' anoressico) e una cameriera che s'innamora perdutamente di lui (e inizia, per piacergli, una ferrea dieta dimagrante) senza che per lungo tempo il distratto dottore ne abbia coscienza. La mano che il dottor Zajac trapianterà, con esiti non proprio positivi, a Patrick gli è offerta dalla moglie di un possibile donatore... quando però questo è ancora vivo. Vicende di ogni tipo si accavallano, ma quella più significativa è l'amore che invade la vita del giornalista monco: l'oggetto del desiderio è appunto la donna che gli ha fatto dono della mano del marito, improvvisamente e un po' misteriosamente deceduto.
Tra storie di sesso e disavventure professionali (il mondo del giornalismo è veramente dominato da pettegolezzi, antipatie o simpatie personali, e ben poco dalla professionalità!) il romanzo si chiude con un lieto fine davvero divertente.

La quarta mano di John Irving
Titolo originale: The fourth hand
Traduzione di: Gianni Pannofino
376 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Rizzoli (La Scala)
ISBN 88-17-86866-3


Le prime righe

Capitolo 1
Il tizio del leone

Immaginatevi un uomo, giovane, che stia per vivere in prima persona un evento di durata inferiore ai trenta secondi: la perdita della mano sinistra, ben prima del traguardo della mezza età.
Da piccolo era sempre stato uno scolaro promettente, un bambino gentile e amabile, senza picchi esagerati di originalità. I compagni di classe delle elementari e delle medie che avevano memoria del futuro beneficiario del trapianto di una mano non si sarebbero mai sognati di descriverlo come una persona audace. In seguito, al liceo, nonostante il suo successo con le ragazze, raramente si era mostrato spavaldo e ancor meno spericolato. Sebbene avesse senza dubbio un bell'aspetto, le sue ex fidanzate ricordavano come sua dote principale la mansuetudine.
Al college nessuno lo avrebbe detto destinato alla fama. "Era così poco stimolante", dichiarò una sua ex fidanzata.
Un'altra ragazza che lo aveva frequentato per un breve periodo, dopo la laurea, in una scuola di perfezionamento, ribadì: "Non aveva l'aria di uno che stesse per fare qualcosa di speciale".
Lui sfoggiava un perenne sorriso che lasciava un po' sgomenti: la faccia di chi sa di averti già incontrato da qualche parte, anche se non ricorda di preciso dove. Quasi stesse decidendo se l'ultimo incontro poteva essere avvenuto a un funerale o in un bordello, il che avrebbe giustificato la presenza, nel suo sorriso, di quella perturbante combinazione di cordoglio e imbarazzo.
Aveva avuto una storia con la sua relatrice, che era stata il riflesso o forse la ragione della sua irresolutezza come dottorando. In seguito lei - che era divorziata, con figlia già grandicella - avrebbe dichiarato: "Non è mai il caso di fidarsi di un uomo di così bell'aspetto. Era la classica persona che avrebbe potuto fare di più: non era il caso disperato che poteva sembrare in principio. Veniva voglia di aiutarlo, di farlo cambiare. Veniva una voglia irresistibile di andare a letto con lui".
E così dicendo negli occhi di lei sarebbe comparsa all'improvviso una specie di luce che prima mancava, che si manifestava e svaniva come il trascolorare del cielo alla fine della giornata, come se non esistesse distanza che tale luce non potesse coprire. Rilevando la "sensibilità di lui allo scherno", la donna avrebbe sottolineato quanto fosse "commovente" questa sua caratteristica.

© 2001 RCS Libri


L'autore

John Irving è nato a Exeter, nel New Hampshire, nel 1942. Fra i suoi libri ricordiamo: Il mondo secondo Garp, Hotel New Hampshire, Figlio del Circo, Libertà per gli orsi, Vedova per un anno. Ha inoltre dato alle stampe il racconto autobiografico Il mio cinema e nel 2000 ha ottenuto l'Oscar per la sceneggiatura del film Le regole della casa del sidro. Ha ricevuto importanti riconoscimenti dalla Rockefeller Foundation e dal National Endowment for the Arts.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


9 novembre 2001