Tullio Kezich
Il campeggio di Duttogliano
e altri ricordi-racconti

"Anch'io, come la maggior parte dei clienti della sua Libreria Antica e Moderna in via San Nicolò 30, sono stato bersagliato dalle maledizioni di Umberto Saba quando, da ragazzo, mi attardavo troppo a curiosare fra gli scaffali. Curvo sulla macchina da scrivere a battere le schede del catalogo, il poeta mi lanciava occhiate di fastidio, sbuffava, brontolava fra i denti."

Il primo dei racconti che compongono questo volumetto è il più lungo e quello che gli ha dato il titolo. Non è la prima volta che viene pubblicato (se ne ricordano un'edizione de Lo Zibaldone nel 1959-60 e due edizioni di Studio Tesi attualmente introvabili, pur essendo ufficialmente ancora in commercio) ma mantiene inalterati l'interesse storico e la curiosità letteraria. Scritto nel 1956, narra brevemente l'esperienza della Gioventù Italiana del Littorio, quella fatta da una generazione ormai anziana, cresciuta con esperienze e miti comuni. Un ragazzino partecipa a un campeggio estivo organizzato per balilla, marinaretti e avanguardisti a Duttogliano, un paese all'epoca italiano e oggi sloveno. Ma dopo l'entusiasmo iniziale, subentra la delusione e lo sconforto. Il cibo è pessimo, gli organizzatori e gli avanguardisti (i ragazzi più grandi a cui spetta il compito di guidare i più piccoli) sono arroganti e ottusi e la vacanza è scandita da riti e obblighi di tipo militare che al bambino risultano insopportabili. Si salva il mite professor Manzoni, accompagnatore ufficiale del suo gruppo scolastico, comunque obbligato a far seguire regole ferree ai propri alunni. Il campeggio diventa una sorta di iniziazione alla vita, che il protagonista non si sente pronto ad affrontare. E rientra avventurosamente in famiglia, tra le braccia di un padre affettuoso.
I racconti che seguono sono brevissimi, poco più di malinconici ricordi che per un attimo ritornano alla mente. Gli anni sono ancora quelli del fascismo, le cui regole e i cui protagonisti incombono costantemente sulle vicende quotidiane; la città è Trieste, luogo di confine dove gli eventi possono prendere pieghe impreviste. L'ultima parte è dedicata a rapidi ritratti di "triestini d'epoca", come li chiama lo stesso Kezich: Angelo Cecchelin, Giani Stuparich, Umberto Saba e il suo lavoro di libraio, Anita Pittoni.

Il campeggio di Duttogliano e altri ricordi-racconti di Tullio Kezich
137 pag., Lit.15.000 - Edizioni Sellerio (La memoria n.521)
ISBN 88-389-1725-6


Le prime righe

Adesso Duttogliano si chiama Dutovlje e fa parte della Repubblica Slovena. Ma una volta, parlo degli anni prima della guerra, lassù c'era il Regno d'Italia e le bettole del Carso erano piene di gitanti triestini. Negli stanzoni c'era odore di pollo fritto, i bicchieri di terrano lasciavano cerchi scuri sui tavoli e il prosciutto color corteccia veniva tagliato a grosse fette. I ricordi devono accettare quella dimensione e quei colori, che poi non abbiamo più potuto correggere o sostituire perché è venuta la guerra, e quasi subito l'altopiano si è allontanato da noi come l'Africa o la Grecia. Al capolinea dei tram di periferia ci accoglievano ormai sguardi di stranieri, peni di odio.
Quando il Federale decise di mandare i balilla a Duttogliano c'erano ancora le macchine dei cittadini sulle carrarecce polverose, le cresime dei s'ciavi, le tavolate nelle osterie. Manzoni, il nostro professore di ginnastica, ci comunicò la notizia nello spogliatoio prima che entrassimo in palestra. Era un uomo anziano e grasso: lo chiamavano Budda, perché si muoveva poco e a fatica. All'adunata i cadetti parlavano di lui con l'aria di sfottere. Un giovanotto della Farnesina, che aveva sostituito Manzoni durante una malattia, si era presentato dicendo:
- Non dovete credere di aver ancora davanti un panzone che sta seduto a battere il tempo. Con me è diverso, bisogna scattare!
Durante le lezioni di ginnastica, nella vecchia palestra fredda e male illuminata, eravamo presi da una vaga sonnolenza che ci faceva sordi e pigri. La voce chioccia di Manzoni e il suo ansimare mentre arbitrava una partita di pallavolo, ci arrivavano attutiti attraverso una coltre di noia. L'ora trascorreva lentamente senza novità: chi riusciva a saltare un metro e venti, bravo; chi non ci riusciva, bravo lo stesso. Bastava mettersi da una parte con aria contrita e alla fine del trimestre tutto si accomodava, i sette e gli otto di sprecavano: Manzoni era di manica larga.

© 2001 Sallerio editore


L'autore

Tullio Kezich è critico cinematografico del Corriere della Sera, saggista e drammaturgo. È nato a Trieste e vive a Roma. Tra i suoi libri: Cento film (in vari anni), De Lullo o il teatro empirico, Da Roth a Olmi, Fellini, Primavera a Cinecittà, Giulietta Masina.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


2 novembre 2001