Ernesto Ferrero
L'anno dell'indiano

"Ho capito che non siete voi l'attore, voi abbigliato del costume di capo indiano. Voi non vi travestite, non recitate. Gli attori, i poveri attori falliti siamo noi che vi guardiamo dal basso delle nostre esistenze immiserite, noi incapaci di slanci, di abbandoni, di generosità, di furore, di voglia di battersi per un ideale."

Quella di Cervo Bianco è una bellissima storia. Era già stata pubblicata nel 1980 da Mondadori nella collana Omnibus, ma molti non la ricordano e oggi Einaudi la ripropone in una nuova stesura (è importante sottolinearlo) e non in una versione economica, ma nella sua collana più prestigiosa. È un libro piacevole, divertente, brillante, che narra una vicenda reale dai contorni romanzeschi.
L'anno è il 1924. L'Italia è quella del primo fascismo abitata da una borghesia e un'aristocrazia un po' frenetiche, insoddisfatte, speranzose e molto ingenue. È l'anno dell'omicidio Matteotti, per il regime miracolosamente e insperabilmente offuscato in cronaca dalla presenza in Italia di una figura che subito diventa leggendaria: Cervo Bianco.
Chi era davvero Cervo Bianco? Il capo degli Irochesi Tuscarora. Il suo vero nome era Tewanna Ray, in inglese invece si chiamava Chief White Elk, che è l'equivalente del nome italiano, ma aveva anche un cognome americano: Laplante, quello del padre bianco. Una situazione "avveniristica", come la definisce una delle sue adoranti ammiratrici. In Europa era giunto per una tournée con gli Arapaho, per spettacoli consistenti essenzialmente nella presentazione in pubblico di queste esotiche creature e dei loro usi e costumi. E mentre i suoi compagni di avventura dimostravano nostalgia e insoddisfazione, Cervo Bianco diventava rapidamente il re degli incontri mondani, sempre disponibile a raccontare le proprie vicende e a cercare aiuti per i suoi "sudditi" rimasti in patria. Una celebrità destinata, come si diceva, a sviare l'attenzione del pubblico quando il caso Matteotti si impone con forza nelle cronache politiche.
Il suo show era "tranquillizzante" per gli europei. "Molti signori venivano a vedere lo spettacolo, ne erano entusiasti. Si congratulavano, facevano domande. Poi tornavano alle loro ville e ai loro alberghi, felici di poter vivere a Nizza, di non dover litigare con i governi, con la Società delle Nazioni; di non pensare alla durezza degli inverni. Non dovevano andare a pesca sui Grandi Laghi con i veleni o le frecce a punte multiple. Non si dovevano uccidere con gli Uroni e con gli Algonchini"
Alla fine dell'Ottocento c'era stato Buffalo Bill, con il suo Circo che aveva catalizzato l'attenzione dell'Europa. Depliant e manifesti avevano pubblicizzato l'evento e grandi folle riempivano con curiosità quasi morbosa i tendoni. Ma era un'altra cosa. Buffalo Bill era un bianco, cacciatore di bisonti e scout nell'esercito americano nelle guerre contro gli indiani, ancora presentati nei suoi spettacoli come esseri brutali e pericolosi di poco superiori agli animali. Sono ancora gli anni in cui (ricordiamo Cannibale di Didier Daeninckx che racconta un fatto realmente accaduto nel 1931 in Francia a un piccolo gruppo di kanak della Nuova Caledonia) il diverso viene considerato alla stregua di una bestia feroce da mettere in mostra dentro una gabbia. Ma Cervo Bianco è una figura che si allontana da questi stereotipi. Sa conversare e intrattenere piacevolmente i suoi interlocutori con un "torrente" di chiacchiere, fa innamorare le donne, suscita l'ammirazione degli uomini. A Napoli apprezza con gusto la cucina locale; a Trieste dimostra un'inimmaginabile dimestichezza con la carta dei vini francesi; in tutta l'Italia dimostra generosità e dichiara di possedere una grande ricchezza e giacimenti di petrolio; anche nell'udienza con Mussolini il suo comportamento risulta esemplare... Ma allora chi era davvero Cervo Bianco? E perché venne processato e condannato? Questo non lo raccontiamo. Non vogliamo rovinare il piacere di scoprirlo con troppe anticipazioni. "Gli italiani avevano proiettato su di lui il loro confuso desiderio di fasto e d'avventura", e per un po' erano riusciti a sognare.

L'anno dell'indiano di Ernesto Ferrero
204 pag., Lit. 30.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-15957-7


Le prime righe

Rideva. Rideva con tutto se stesso, il petto, i muscoli, le viscere, ogni intima fibra. Rideva della contentezza di esistere e di essere amato. Rideva per conto del mondo, anche di quelli che al riso non vogliono abbandonarsi. Era un riso d'artista e d'atleta, insieme convulsivo e armonico, animale e filosofico, spontaneo e riflessivo. Ogni volta sembrava che eseguisse la sua risata come il trapezista il salto mortale, o il discobolo il lancio dell'attrezzo. Dopo ogni risata si guardava in giro per controllare se il suo numero aveva avuto successo.
Adesso è facile capire che era teatro, lo spettacolo messo in scena per noi, gli italiani del 1924, il suo pubblico adorante. Che importa? Possiamo rinunciare a tutto, non alla nostra antica fame di favola, d'incantamento. Il burattinaio americano ci ha nutrito per un anno intero. Ci ha divertito, rallegrato, esaltato. Cos'altro dobbiamo chiedergli? Quanti altri sono stati altrettanto generosi con noi?
Ci fu poco da ridere, quell'anno, come ogni anno. Di certo a casa mia, a Trieste, non si rideva. Non mio padre, che passava le giornate festive a sistemare la contabilità dei suoi clienti, per lo più bottegai e commercianti; non mia madre, la testa china sui ricami mal retribuiti con cui contribuiva al bilancio domestico. Quanto a me, le rare fotografie che sono state scattate al bambino che ero mi ritraggono con gli angoli della bocca voltati all'ingiù, come se stessi contemplando lo spettacolo di futuri disastri. Le sonore risate dell'uomo s'allargavano nel mio cuore come il vento sulle acque degli oceani, e disegnavano ventagli di fiori.
Per anni mi hanno chiesto perché l'ho seguito così a lungo e così fedelmente. Lo chiedevano senza attendere la risposta. Mi guardavano con aria di commiserazione, quasi a dire: meglio essere vittime che complici. Perché rideva anche per conto mio, avrei dovuto rispondere. Perché riusciva a regalare un provvisorio sorriso a chi sapeva soltanto digrignare i denti.
Per questo mi manca. A tal punto che per riempire il vuoto della sua assenza non mi resta che raccontare la storia di quell'anno di follia: l'anno dell'Indiano, come lo chiamava mia madre. Quel modo di dire è rimasto in famiglia a significare un periodo di confusione, di mondo alla rovescia: di buffonerie incomprensibili. Quando mia madre non riusciva a venir a capo di qualche imbroglio, o fiutava trappole, si guardava attorno costernata, e mormorava scuotendo la testa:
- Che fufignez! che caligo! Par l'ano de l'Indiàn!

© 2001 Giulio Einaudi Editore


L'autore

Ernesto Ferrero lavora nell'editoria dal 1963 e oggi è direttore della Fiera del libro di Torino. Tra i suoi libri, un Dizionario storico dei gerghi italiani, una biografia per immagini di Italo Calvino (Album Calvino, con L. Baranelli), un'antologia della critica su Primo Levi, una biografia di Barbablù. Il suo romanzo N. (Premio Strega, Premio della Società dei lettori di Lucca, Premio Alassio) è in corso di traduzione in Francia, Olanda, Spagna, Portogallo e Grecia. Traduttore di Céline e Flaubert, collabora a "La Stampa".
Il presente romanzo è apparso nel 1980 in una diversa stesura e con il titolo Cervo Bianco.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


2 novembre 2001