Amitav Ghosh
Il Palazzo degli specchi

"Il palazzo sorgeva esattamente al centro di Mandalay, nel cuore della città fortificata, un'irregolare distesa di padiglioni, giardini e corridoi raggruppati intorno alla grande pagoda a nove tetti dei re di Birmania."

L'11 settembre 2001 è apparsa sulle pagine de La Repubblica l'intervista di Irene Bignardi ad Amitav Ghosh su questo epico romanzo. Strana combinazione per un libro che narra, come lo stesso autore afferma, "la mia India in un secolo di avventure", in gran parte segnate dal colonialismo inglese e dalla dolorosa lotta per liberarsene, ancor più dolorosa perché spesso combattuta contro gli indiani stessi, "collaborazionisti" convinti. Nulla è stato più lo stesso dopo quell'11 settembre e forse oggi Ghosh parlerebbe diversamente del suo rapporto tra l'essere indiano, nato a Calcutta, e il vivere a New York (dove insegna Comparative Literature alla City University), tra la sua cultura d'origine e quella d'acquisizione. Forse in qualche modo è stata toccata anche quella comunità felice di cui parla nell'intervista: "a Brooklyn, dov'è la nostra casa, c'è una bella comunità internazionale di amici scrittori, da Paul Auster a Jumpa Lahiri ad Anita Desai. Sono quello che in inglese si chiama una family man, e penso che per i miei figli la cosa migliore, per ora, sia di crescere negli Stati Uniti". Forse sarà influenzata la sua scrittura per i romanzi a venire. Oggi ci confrontiamo con questa recente opera, Il Palazzo degli specchi: un grande romanzo, intenso e complesso, scritto con una apparente facilità, scorrevole sebbene denso.
Un tuffo nell'India popolosa, di cui sentiamo suoni, voci e perfino profumi, circondati da centinaia, migliaia di personaggi che appaiono e scompaiono alla vista proprio come se stessimo percorrendo un'affollata strada di Bombay, Calcutta o Delhi. Ma anche un affresco di altri paesi in cui la storia comune del Novecento si confonde con quella personale dei protagonisti. Le vicende dei regnanti birmani si intrecciano con quelle di un poverissimo emigrante indiano: Rajkumar, un orfano dodicenne alla disperata e semplice ricerca della sopravvivenza. Ma per lui il destino riserva un'insperata ricchezza, regalatagli dalla fortuna, dall'intelligenza e dal commercio del tek; una moglie desiderata, Dolly, ancella del Palazzo dei regnanti che Ghosh ci fa conoscere sin da giovanissima e ci fa seguire nella sua intricata esistenza parallela a quella di Rajkumar; una vecchiaia di rimpianti, nostalgie e povertà.
Il clima umido e il paesaggio verde della Birmania, della Malesia, la carestia del Bengala, la guerra interna in India, i grandi protagonisti della storia, come il Mahatma Gandhi: le vicende internazionali si sovrappongono a quelle personali di Rajkumar, dando vita a una saga plurifamiliare (molti altri personaggi sono seguiti da Ghosh lungo tutta l'esistenza) che si tramuta anche nella fotografia di una parte del mondo che nel Novecento ha rivoluzionato la sua vecchia strada, ma che non ha ancora trovato una nuova via. Il romanzo si chiude infatti sul figlio di Rajkumar, Dinu, che non percorrerà la strada del padre, né quella dell'amico Ajun, ufficiale dell'Esercito nazionale indiano, ma che cercherà attraverso la libertà offertagli dall'arte, un nuovo modo di vivere.
Ancora una volta da sottolineare come la professionalità di una traduttore, in questo caso Anna Nadotti, sia una delle chiavi più importanti per accedere alla narrativa straniera. La complessità dell'opera di Ghosh è accompagnata da un linguaggio semplice, reso (ne siamo certi) con completezza nella sua forma italiana.

Il Palazzo degli specchi di Amitav Ghosh
Titolo originale: The Glass Palace
Traduzione di: Anna Nadotti
502 pag., Lit. 36.000 - Edizioni Einaudi
ISBN 88-06-15939-9


Le prime righe

Parte prima
Mandalay

Capitolo primo

Soltanto una persona nel chiosco sapeva esattamente cosa fosse quel rumore che rimbombava attraverso al pianura, lungo la curva argentea dell'Irrawaddy, fino alle mura occidentali del forte di Mandalay. Si chiamava Rajkumar ed era un ragazzino indiano di dodici anni: di certo non una fonte attendibile.
Era un rumore sconosciuto e inquietante, un tuono lontano seguito da gravi, intermittenti brontolii. A tratti sembrava uno schiocco, improvviso e inaspettato, come lo spezzarsi di ramoscelli secchi. E poi, di colpo, si trasformava in un boato profondo, che scuoteva le fragili panche del chiosco e faceva traballare la pentola di zuppa fumante. Le due panche del chiosco erano così affollate che bisognava stringersi per riuscire a stare seduti. Faceva freddo, il breve ma rigido inverno della Birmania centrale era appena cominciato e il sole non si era ancora levato abbastanza da asciugare il vapore che all'alba si sprigionava dal fiume. Quando i primi boati raggiunsero il chiosco cadde il silenzio, seguito da un turbine di domande e risposte sussurrate. La gente si guardava intorno sconcertata. Che cos'è? Ba le? Che cosa può essere?
Poi la voce acuta ed eccitata di Rajkumar si aprì un varco nel brusio delle congetture. - Cannoni inglesi, - disse, nel suo birmano corretto ma dal forte accento indiano. - Sparano da qualche parte a nord del fiume. Vengono in questa direzione.
Lo sforbiciare delle bacchette cessò di colpo. I volti di alcuni clienti si accigliarono quando scoprirono che a parlare era stato l'inserviente, un kalaa d'oltremare - un indiano con denti tanto bianchi quanto di un lustro color mogano erano pelle e occhi. In piedi al centro del chiosco, reggeva una pila di ciotole scheggiate sorridendo timidamente, come se l'ostentazione della sua precoce competenza lo imbarazzasse.
Il suo nome significava principe, ma la maglietta chiazzata d'unto, il longyi sciattamente annodato e i piedi nudi con la pianta ispessita dai calli non gli conferivano certo un aspetto principesco. A chi gli chiedeva quanti anni avesse diceva di averne quindici, a volte anche diciotto o diciannove, un'esagerazione che gli dava un senso di potenza, consentendogli di spacciarsi per un uomo maturo e forte nel corpo e nel giudizio mentre era, in realtà, poco più che un bambino. Gli avrebbero creduto anche se avesse detto di avere vent'anni, perché era grande e robusto, più alto e largo di spalle di molti uomini adulti. E dato che aveva la pelle molto scura, era difficile notare che il suo mento era liscio come il palmo delle mani, privo di qualunque traccia di peluria.

© 2001 Giulio Einaudi Editore


L'autore

Amitav Ghosh è nato a Calcutta nel 1956. Ha scritto: Le linee d'ombra, Il cromosoma Calcutta e i libri di viaggio Lo schiavo del manoscritto e Estremi Orienti. Vive a New York.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


19 ottobre 2001