Octavio Paz
In India

"Queste pagine sono iniziate con il tentativo di rispondere all'interrogativo che mi ha posto l'India. Ora si chiudono su una domanda che tocca tutti: in che tempo viviamo?"

In ogni momento di crisi le parole degli scrittori rappresentano una traccia da seguire, le poche luci nella nebbia e nell'ombra. Questo libro di Octavio Paz, premio Nobel per la Letteratura nel 1990, può essere una delle più interessanti chiavi di lettura non solo della situazione geo-politica e religiosa di un paese grande e complesso come un continente, e oggi tra i perni più delicati di un equilibrio internazionale in trasformazione, ma anche dei difficili rapporti fra religioni politeiste e monoteiste, questione che in India ha avuto una lunga storia segnata da sangue e violenza. Pur essendo stato scritto molti anni or sono, questo racconto che è anche saggio mantiene la vitalità e l'interesse della contemporaneità.
Paz in India si recò più di una volta e rimase anche a vivere in quel paese, come ambasciatore del Messico a Delhi, dal 1962 sino alla fine del decennio. Ed essendo anche ambasciatore presso i governi di Ceylon e Afghanistan, nelle sue pagine racconta l'incontro con le varie popolazioni afgane, descrivendo un mondo al momento travolto dagli eventi, ma originariamente complesso e stimolante, di cui oggi come non mai dobbiamo saperne di più: i pathan, guerrieri a cavallo, i nomadi khoji e, verso la frontiera con l'Unione Sovietica, gli uzbechi, le vestigia del buddhismo di Peshawar...
Gli occhi di un grande letterato, la sua sensibilità, sanno cogliere sfumature importanti nella vita sociale, politica, religiosa, culturale e artistica dell'India e dei paesi che la circondano e sanno tradurle in parole semplici ed efficaci. Il suo sguardo abbraccia tutti gli importantissimi aspetti etico religiosi (che si ripercuotono anche sulle complesse suddivisioni sociali in caste) che segnano profondamente e da più duemila anni i rapporti interpersonali di quel grande Paese. "La complessità dell'India non si esaurisce nella divisione fra islam e induismo o nel gran numero di comunità, credenze e sette che vivono ai margini delle due grandi religioni. C'è un altro elemento che lascia perplesso l'osservatore: l'istituzione delle caste."
Dalla letteratura nazionale inglese alle numerose lingue in uso e alla conseguente difficoltà di comunicazione, dalla poesia erotica e mistica alla spiritualità ascetica, dal Taj Mahal alle case di fango, dal lusso ridondante alla miseria più totale: una terra di contraddizioni e sofferenze in cui emergono alcune figure illuminate e coraggiose come Gandhi. "In lui si univano gli opposti, l'azione e la passività; metteva la politica al servizio di una religione disinteressata. Contraddizione vivente: affermò sempre la sua fede nella religione tradizionale, ma nulla è più lontano dall'induismo ortodosso della fraternizzazione tra le caste, dell'amicizia con i musulmani e della dottrina della non violenza".
Da una autore messicano dunque un'analisi puntuale della situazione indiana degli anni Sessanta, con molti excursus successivi. Un punto di vista interessante, da confrontare magari con altre visioni e con la voce di altri scrittori. Fra tutti Naipaul, vincitore del premio Nobel proprio quest'anno, e autore di libri come India, Un'area di tenebra e Una civiltà ferita: l'India; Pasolini, con L'odore dell'India, appassionate impressioni di viaggio datate 1961 e ripubblicate recentemente da Guanda; Hesse, con Dall'India, Viaggio in India, Racconti indiani, e molti altri titoli.

In India di Octavio Paz
Titolo originale: Vislumbres de la India
Traduzione di: Ilide Carmignani
220 pag., Lit. 28.000 - Edizioni Guanda (Biblioteca della Fenice)
ISBN 88-8246-331-1


Le prime righe

1. GLI ANTIPODI DI ANDATA E RITORNO

BOMBAY

Nel 1951 vivevo a Parigi. Ricoprivo un modesto incarico all'interno dell'ambasciata messicana. Ero arrivato lì sei anni prima, nel dicembre del 1945; la mia posizione intermedia spiega forse perché, dopo due o tre anni, non fossi stato trasferito altrove, com'è abitudine in diplomazia. I miei superiori mi avevano dimenticato, ma dentro di me non potevo che ringraziarli. Cercavo di scrivere e soprattutto esploravo Parigi che è forse il più bell'esempio del genio della nostra civiltà: solida senza pesantezze, grande senza gigantismi, legata alla terra ma decisa a spiccare il volo. Una città dove la misura, dolce ma inflessibile, domina sia gli eccessi del corpo sia quelli dello spirito. Nei suoi momenti più felici - una piazza, un viale, un insieme di edifici - la tensione che la anima si risolve in armonia. Piacere per gli occhi e per la mente. La mia era tanto un'esplorazione quanto un riconoscimento: nel corso di quelle lunghe passeggiate scoprivo angoli e quartieri ignoti, ma al tempo stesso ne riconoscevo altri, mai visti, letti in romanzi e poesie. Per me Parigi era una città, più che inventata, ricostruita dalla memoria e dalla fantasia. Frequentavo un piccolo gruppo di amici e amiche, francesi e stranieri, a cui facevo visita nelle loro abitazioni, ma che incontravo soprattutto in bar e caffè. A Parigi, come in altre città latine, si vive più per strada che in casa. Ero legato ai miei amici da affinità artistiche e intellettuali. Mi tuffavo nella vita letteraria dell'epoca, attraversata da accesi dibattiti filosofici e politici. Ma la mia idea fissa segreta era la poesia; era scrivere, pensare, vivere la poesia. Travolto da mille pensieri, emozioni e sentimenti contrastanti, vivevo ogni momento con tanta intensità da non poter neppure concepire che quel genere di vita potesse cambiare. Il futuro, e cioè l'inaspettato, era come svanito.
Un giorno, l'ambasciatore del Messico mi chiamò nel suo ufficio e senza dire parola mi mostrò un cablogramma: era il mio ordine di trasferimento. La notizia mi turbò, anzi mi addolorò. Era normalissimo che venissi destinato altrove, ma era triste lasciare Parigi. Il governo messicano aveva stabilito rapporti con l'India, che aveva appena conquistato l'indipendenza (1947), e si proponeva di inviare una rappresentanza diplomatica a Delhi: era questa la ragione del mio trasferimento. Mi consolai un po' pensando alla destinazione: riti, templi, città il cui solo nome evocava storie insolite, folle eterogenee e multicolori, donne dalle movenze feline e dagli scintillanti occhi neri, santoni, mendicanti... Sempre quella mattina, venni a sapere che era stato nominato ambasciatore della nuova sede un uomo molto noto e influente: Emilio Portes Gil, l'ex presidente del Messico. Oltre a lui, l'ambasciata avrebbe accolto un consigliere, un secondo segretario (il sottoscritto) e due cancellieri.

© 2001 Ugo Guanda Editore


L'autore

Octavio Paz, nato nel 1914 a Città del Messico, è una delle figure maggiori della letteratura ispanoamericana. Come poeta esordì nel 1933 con Luna silvestre; dopo il volume Libertad bajo palabra, che raccoglieva l'opera poetica dal 1937, pubblicò Salamandra e Vuelta. Fra i saggi più importanti: El arco y la lira, Conjunciones y disyunciones, La llama doble. Versiones y diversiones riunisce le sue traduzioni poetiche. Premio Nobel nel 1990, Paz è scomparso nel 1998.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


12 ottobre 2001