Robert M. Sapolsky
Diario di un uomo scimmia

"I babbuini maschi non sono famosi per l'autodisciplina. Né per la capacità di rimandare la soddisfazione dei desideri, né per lo spirito comunitario. Né per l'affidabilità".

Questo libro è di difficile catalogazione: non è un saggio di etologia, non è un romanzo, non è un diario, ma è un po' di tutte e tre le cose insieme. Anzi si potrebbe aggiungere che è anche un testo di storia africana osservata da una angolatura particolare, un'opera di antropologia scritta da chi guarda la comunità umana analizzandola con i criteri inconsueti e un romanzo di formazione di tipo autobiografico.
Sicuramente l'elemento che unifica le varie possibili letture è l'ironia, spesso addirittura la comicità, con cui lo scienziato Sapolsky guarda se stesso a partire dalle prime esperienze di "ricerca sul campo" in Africa poco più che ventenne, per giungere alla piena maturità a conclusione della storia.
Attratto, fin da bambino in modo irresistibile dagli scimpanzé, aveva spostato sui babbuini il proprio interesse scientifico, proprio perché questa specie ha un'organizzazione sociale più complessa e quindi più interessante per l'osservatore.
A vent'anni, fresco di laurea, giunge a Nairobi e si sente quasi smarrito in questo mondo del tutto sconosciuto, apparentemente amichevole, ma (e ben presto lo capirà) piuttosto infido.
Inizia ad osservare la comunità dei babbuini, a dare un nome a ogni singolo esemplare traendo spunto dalla Bibbia, a familiarizzare con i comportamenti allegri, nervosi, seduttivi, irritabili di maschi e femmine, di giovani e anziani e a riconoscere (così come avviene quando una persona entra in un gruppo di amici già strutturato e ne osserva dal di fuori i diversi caratteri) sempre di più, giorno dopo giorno, i significati profondi di atteggiamenti e relazioni. Ma oltre ai babbuini Sapolsky capisce con amarezza molte altre cose dell'Africa: le guerre che esplodono improvvise, gli odi etnici, le speculazioni che minano l'equilibrio naturale di quel continente. Col passare degli anni lo scienziato alterna sempre di più soggiorni americani e africani e, prendendo in qualche modo le distanze dalla quotidiana frequentazione dei babbuini, avverte con chiarezza certe degenerazioni a cui le autorità locali, fomentate dai forti guadagni che vengono fatti loro baluginare, si abbandonano. La morte di Diane Fossey, che in vita non era neppure molto simpatica all'autore, ne è un esempio, così come lo sarà la strage di babbuini a cui, impotente, è costretto ad assistere. Il turismo, o meglio un certo tipo di turismo, diventa una nuova divinità alla quale si può sacrificare tanta parte di sé, della propria cultura, del proprio Paese e dell'equilibrio ecologico.
Poco più che quarantenne Sapolsky, oggi marito e padre felice, ci offre un esempio di divulgazione scientifica davvero interessante, perché oltre alla facilità d'approccio, sa appassionarci alle vicende dei suoi oggetti d'osservazione e divertirci con la leggerezza briosa del suo stile.

Diario di un uomo scimmia di Robert M. Sapolsky
Titolo originale: A Primate's Memoir
Traduzione di: Marco Bosonetto
401 pag., Lit. 32.000 - Edizioni Frassinelli (Saggistica)
ISBN 88-7684-665-4


Le prime righe

PARTE PRIMA

L'adolescenza:
mi unisco al branco


1
I babbuini:
le generazioni di Israele

Entrai nel branco dei babbuini della savana a ventun anni. Non fu certo qualcosa che avessi progettato sin da piccolo, anzi, avevo sempre creduto che mi attendesse un futuro da gorilla di montagna. Da bambino, a New York, riempivo di smancerie mia madre per convincerla a portarmi al Museo di Storia Naturale, dove passavo ore intere a guardare i diorami dei paesaggi africani. L'idea di galoppare nella prateria come una zebra era indubbiamente allettante, e in alcune occasioni arrivavo a concepire la possibilità di superare l'endomorfismo della mia infanzia per aspirare alla giraffitudine. In seguito mi entusiasmai per le tirate sulle utopie collettiviste dei miei anziani parenti comunisti e decisi che un giorno sarei diventato un insetto sociale. Una formica operaia, naturalmente. Alle elementari ebbi l'ardire di illustrare queste idee in un tema su cosa volessi fare da grande, procurandomi una nota preoccupata dell'insegnante a mia madre.
Comunque, dopo aver vagato per le sale africane del museo, finivo invariabilmente per tornare al diorama sui gorilla di montagna. Era scattato qualcosa di ancestrale sin dalla prima volta che mi ero fermato lì davanti. I miei nonni maschi erano morti entrambi molto prima che io nascessi. La distanza mitologica che mi separava da loro mi impediva perfino di distinguerli in fotografia. In questo vuoto nonnesco, decisi che un esemplare non impagliato del massiccio gorilla maschio dalla schiena argentata visibile nella tecla di vetro, con il suo aspetto protettivo, sarebbe stato un buon sostituto. Presi a immaginare un branco di gorilla di montagna nella foresta pluviale africana come il miglior rifugio al mondo.
Intorno ai dodici anni, scrivevo lettere di ammirazione ai primatologi. A quattordici leggevo i testi specialistici sull'argomento. Alle superiori cominciai a lavorare in un laboratorio dedicato ai primati in una facoltà di Medicina e infine entrai come volontario nella sezione primati del museo: la Mecca. Costrinsi addirittura il responsabile del dipartimento linguistico della mia scuola a inventare su misura per me un corso di swahili per prepararmi al lavoro sul campo che sicuramente avrei svolto in Africa. In seguito mi iscrissi all'università e cominciai a studiare con un luminare della primatologia. Tutto sembrava procedere secondo i piani.

© 2001 Edizioni Frassinelli


L'autore

Robert M. Sapolsky è nato a New York nel 1957. Si è laureato in bio-antropologia ad Harvard e si è specializzato in neuroendocrinologia alla Rockefeller University. Conferenziere e consulente scientifico di programmi televisivi, ha pubblicato due saggi di successo sugli animali e innumerevoli articoli in riviste scientifiche e non. Vive a San Francisco con la moglie e i due figli.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato


12 ottobre 2001