La biografia
La bibliografia


Viktor Pelevin
Il mignolo di Buddha

“Non ho mai capito perché Dio abbia deciso di apparire alla gente nelle brutte fattezze di un corpo umano. Secondo me, la forma più adatta sarebbe stata quella di una melodia perfetta, una melodia da ascoltare e riascoltare all’infinito.

Dietro gli occhiali neri che porta quasi sempre e che sembrano una barriera impenetrabile verso l’esterno, si nasconde un autore non arrogante né supponente, ma cordiale, disponibile, interessato. Dietro una scrittura che a volte sembra voler allontanare, rigettare il lettore si celano storie straordinarie, voci di una Russia così diversa dall’Unione Sovietica dell’immaginario collettivo da essere quasi irriconoscibile. Non bisogna fermarsi alle apparenze. Scavando nel profondo della sua narrativa, si trovano riferimenti diretti alla situazione socio-politica del suo paese, alla sua crisi, ma non solo. Un romanzo può essere letto sotto molti punti di vista, analizzato con varie chiavi di lettura: alcuni affermano che Pelevin sia un autore mistico, altri che abbia una forte vena satirica o polemica. Il Times lo ha definito il "Nabokov psichedelico per l'epoca del cyber" e molti critici russi lo hanno stroncato. Difficile assegnargli un posto preciso nel panorama letterario internazionale. Ha scritto quattro romanzi fino ad oggi e ognuno di questi è nato in una situazione completamente diversa, in una Russia in perenne cambiamento. Il primo, Omon Ra, è stato ideato proprio nell’ultimissimo periodo di esistenza dell’Unione Sovietica, e in esso si testimonia in qualche modo la fine di questo paese, con il tentato colpo di stato del ’91. “Ho fatto appena in tempo a scrivere questo romanzo – ha dichiarato Pelevin in un’intervista che presto apparirà nelle nostre pagine – ho messo il punto alla fine dell’ultima pagina e il giorno dopo l’Unione Sovietica si è sgretolata. Penso sia stato letteralmente l’ultimo romanzo sovietico”. Il secondo La vita degli insetti è collocabile nel primo periodo dell’epoca Eltsin, un’epoca di trasformazioni continue “di giorno in giorno cambiava tutto, un periodo di contraddizioni in cui non si capiva più se eravamo una società capitalista o altro”. Per questo il romanzo ha assunto caratteristiche strane: la gente non era più quella di prima ma non sapeva più com’era o come sarebbe diventata. Il mignolo di Buddha, fa invece riferimento a una “avanzata” epoca Eltsin, anni che oggi vengono definiti “periodo romantico”, in cui la Russia ha vissuto in un clima molto simile a quello statunitense degli anni ’30: la Chicago dei gangster in cui aleggiava una certa atmosfera sentimentale e malinconica, ma anche in pieno fermento. “Poi in Russia è subentrata un’epoca di maggior democratizzazione, se vogliamo, e in questo periodo ho scritto Babylon, l’ultimo romanzo”.
Difficile riassumere la storia de Il mignolo di Buddha. Nel 1919 in una Russia già conquistata dalla Rivoluzione, ma ancora in pieno conflitto tra bianchi e rossi, un poeta di Pietroburgo Pëtr Pustotà si trova al centro delle vicende politico-militari come assistente del comandante _apàev, personaggio storico realmente esistito (e qui descritto con sarcasmo). Nella Mosca anni ’90 lo stesso Pëtr si risveglia in un ospedale psichiatrico affetto da “sindrome da sdoppiamento della personalità”.
Mentre _apàev si dedica a riti esoterici e pare un adepto new age ante litteram e la giovane affascinante Anna è presa completamente dalla sua mitragliatrice, un improbabile Schwarzenegger agisce secondo le sue regole cinematografiche e violente e Sol_enicyn si trasforma in un tassista abusivo… Una storia “istintiva”, che lavora sui passaggi da un’epoca all’altra, da uno stato all’altro della coscienza, sradicando alla base l’idea di un’identità predefinita, ma cosciente del problema che comporta il cercarne un’altra, nuova e possibilmente originale. Più che concentrarsi sui riferimenti all’ambiente socio-politico circostante Pelevin cerca di descrivere la sfera intima dei suoi personaggi, ciò che provano in una situazione di crisi o di trasformazione, tema ricorrente di tutti i suoi romanzi. Ma Il mignolo di Buddha anche un’analisi spietata della borghesia russa, fatta di vuoti burocrati (pustota in russo significa vuoto), falsi poeti e militari incapaci. “Il mio libro è un simulacro perché la classe media in Russia, come tutto il fenomeno chiamato capitalismo, è stata assolutamente virtuale, inesistente. Credo che la scomparsa di questa classe media, essendo virtuale, sia stata una scomparsa virtuale. Solo adesso ci sono le basi perché tra un decina di anni possa nascere una vera classe media in Russia. Durante l’epoca Eltsin tutto doveva sembrare identico all’Occidente e si è creato questo mito, ma è solo un simulacro, una non-realtà”.
Una breve introduzione firmata Urgan Jambon Tulku VII, presidente del Fronte di Liberazione (buddhista) Totale e Definitiva ci avverte che tutta la storia è la riproduzione di un manoscritto degli anni Venti. Un inizio promettente e intrigante; una trovata non nuova ma sempre divertente.

Il mignolo di Buddha
Titolo originale: apàev i Pustotà
Traduzione di: Katia Renna e Tatiana Olear
371 pag., Lit. 29.000 – Edizioni Mondadori (Strade blu)
ISBN 88-04-47649-4

Di Giulia Mozzato

le prime pagine
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Il nome del vero autore di questo manoscritto, composto nella prima metà degli anni Venti in un monastero della Mongolia Interna, per molte ragioni non può essere menzionato. Viene dato alle stampe con il nome del redattore che ne ha curato la pubblicazione. La presente versione non include la descrizione di una serie di procedure magiche che figurano nell’originale, come pure le voluminose memorie del narratore sulla sua vita nella Pietroburgo prerivoluzionaria (il cosiddetto “periodo pietroburghese”). La definizione del genere letterario che ne dà l’autore – “slancio particolare del libero pensiero” – è stata parimenti omessa: va evidentemente interpretata come uno scherzo.
La storia narrata è interessante in quanto diario psicologico che – seppur dotato di indubitabili qualità artistiche – non pretende in alcun modo di essere nulla di più, anche se a volte l’autore si cimenta in temi che a nostro avviso non necessitano di trattazione alcuna. Una qual certa convulsività della narrazione si spiega con il fatto che la scrittura non mirava alla creazione di un’”opera letteraria”, ma intendeva solo registrare la descrizione dei cicli meccanici della coscienza, finalizzata alla totale guarigione da ciò che si usa definire come “vita interiore”. Inoltre, in due o tre punti l’autore prova a rivolgersi direttamente alla mente del lettore, piuttosto che forzarlo a visualizzare un mero fantasma creato dalle parole; sfortunatamente il procedimento è troppo semplicistico per sperare che possa venir coronato da successo. In questa narrazione gli specialisti di letteratura probabilmente vedranno solo un mediocre prodotto del solipsismo critico tanto di moda in questi ultimi anni; tuttavia il vero valore di questo documento sta nel fatto che rappresenta il primo tentativo, nella storia della cultura mondiale, di raffigurare con l’ausilio dei mezzi artistici un antico mito mongolo: il mito dell’Eterno Non-Ritorno.
E adesso qualche breve cenno sul personaggio principale del libro. Il redattore di questo testo una volta mi ha recitato il seguente tanka del poeta Pù_kin:

E l’anno oscuro che ha preso con sé tante
di quelle vittime buone e coraggiose
ha lasciato appena una traccia
in qualche triste e piacevole canzone
di pastore.

Traducendo in lingua mongola, la locuzione “vittima coraggiosa” suona piuttosto bizzarra, ma non è questa la sede per approfondire l’argomento. Intendevamo solo affermare che gli ultimi tre versi di questa lirica potrebbero adattarsi perfettamente alla storia di Vasìlij _apàev.
Cosa si sa oggi di quest’uomo? A quanto ci è dato giudicare, nella memoria collettiva la sua figura ha assunto una statura senza alcun dubbio mitica, e nel folclore nazionale è diventato una specie di equivalente russo del celebre Hodja Nasreddin. _apàev è il protagonista di un infinito numero di barzellette che prendono spunto da un famoso film degli anni Trenta, in cui compare nelle vesti di comandante della Cavalleria rossa che combatte contro l’Armata bianca, è impegnato in lunghi e amichevoli discorsi con Pet’ka, il suo aiutante di campo, e Anka, l’addetta alla mitragliatrice, e infine annega nel tentativo di attraversare a nuoto il fiume Ural durante un attacco nemico. Ma tutto questo non ha alcun rapporto con la vita del vero _apàev, e se anche un rapporto esiste, i fatti reali sono talmente distorti da reticenze e illazioni da risultare irriconoscibili.
Tutta questa confusione è dovuta al romanzo _apàev, pubblicato per la prima volta in lingua francese da una casa editrice di Parigi nel 1923 e ristampato in Russia con strana precipitazione. Inutile perdere tempo a fornire prove della sua inautenticità: chiunque lo desideri può rinvenirvi senza alcuna difficoltà una mole impressionante di contraddizioni e di malintesi. Ma in generale si può dire che lo spirito stesso di quest’opera è la migliore testimonianza del fatto che l’autore (o gli autori) non hanno avuto nulla a che fare con gli avvenimenti che tentano in tutti i modi di descrivere. Notiamo tra l’altro che nonostante il signor Fùrmanov abbia incontrato il vero _apàev in almeno due diverse occasioni, è categoricamente escluso che sia lui l’artefice dell’opera, per ragioni che risulteranno evidenti nel corso della nostra narrazione. Resta comunque incredibile che a tutt’oggi molta gente dia ancora valore documentale al testo a lui attribuito.

© 2001 Arnoldo Mondadori Editore

biografia dell'autore
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Viktor Pelevin è nato a Mosca nel 1962. È considerato l’autore russo più importante delle nuove generazioni. Prima di studiare a Mosca all’Istituto di Letteratura Gorky, ha avuto diverse occupazioni, lavorando tra l’altro a un progetto per proteggere i caccia MIG dalle interferenze degli insetti in condizioni tropicali. È un appassionato e partecipe cultore di religioni orientali. Ha scritto tra l’altro: Un problema di lupi mannari nella Russia Centrale, La vita degli insetti. I suoi libri sono tradotti in più di 15 lingue.
bibliografia
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I titoli sono tratti da
Alice CD,
il catalogo su CD-ROM
dei libri italiani
pubblicato da
Informazioni Editoriali.


Pelevin Viktor, Babylon, tr. di Renna K. e Olear T., 2000, 293 p., Lit. 24000, "Strade blu" n. 20, Mondadori (ISBN: 88-04-47650-8)

Pelevin Viktor, Il mignolo di Buddha, tr. di Renna K. e Olear T., 2001, 371 p., Lit. 29000, "Strade blu" n. 36, Mondadori (ISBN: 88-04-47649-4)

Pelevin Viktor, Omon Ra, 1999, 170 p., Lit. 20000, "Strade blu" n. 10, Mondadori (ISBN: 88-04-46045-8)

Pelevin Viktor, Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, 2000, 247 p., Lit. 14000, "Oscar piccoli saggi" n. 235, Mondadori (ISBN: 88-04-48398-9)

Pelevin Viktor, La vita degli insetti, tr. di Piccolo V., 2000, 206 p., Lit. 24000, "Sotterranei" n. 30, Minimum Fax (ISBN: 88-87765-18-9)



5 ottobre 2001