Hanif Kureishi
Il dono di Gabriel

“Era confuso, ma eccitato da quello che aveva fatto. Non sembrava una capacità pericolosa; ma era sbagliato pasticciare con la magia, no? Non lo sapeva. Chi poteva saperlo? Genitori e insegnanti erano lì perché si credesse in loro, o al massimo perché si potesse litigare con loro. Se non funzionavano più, o come suo padre, venivano spazzati via dal dubbio, a chi bisognava rivolgersi per avere delle regole?”

L’argomento di questo romanzo si discosta dai temi che sono abituali all’autore: non più periferie, non più inserimento di culture diverse o difficoltà di adeguamento alla realtà londinese, quanto uno spaccato metropolitano di “nuova famiglia”.
Un padre, una madre, un figlio e una ragazza “alla pari”, questi i personaggi principali, circondati da altre figure minori, quasi macchiette, che vanno a definire meglio il clima in cui la storia si svolge.
Il tema (il dono di Gabriel appunto) è esilissimo e neppure così dominante nella vicenda. Gabriel, un adolescente come tanti altri che vivono nelle metropoli dell’occidente, scopre di possedere una particolare capacità: i suoi disegni hanno il potere di trasformarsi in oggetti veri fino a che non gira la pagina del suo album; una volta aperta una nuova tavola, la “cosa” ritorna ad essere un semplice disegno. Di questo stratagemma letterario è possibile trovare, senza molta fatica, parecchie chiavi di lettura: difficile distinguere nettamente tra ciò che è il prodotto della fantasia e la realtà reificata; ogni regista “anima” quello che ha in testa e Gabriel aspira proprio al possesso di una cinepresa e a fare un film; gli adulti (in particolare quelli qui descritti) possono entrare meglio nelle psicologie degli adolescenti se riescono a condividerne le fantasie e i sogni…
Ma questa miracolosa capacità di Gabriel non rappresenta, come si diceva, il fulcro del romanzo o per lo meno non il motivo di maggior interesse: sono le figure dei due genitori a attrarre l’attenzione del lettore e la scrittura di Kureishi. Appartengono a quella generazione di eterni adolescenti in cui la miscela di sesso, musica, alcol e droga non si è mai ricomposta in un equilibrio capace di far loro affrontare le difficoltà e le responsabilità dell’età adulta. Ciò non significa minimamente che non ci sia attenzione, amore e, forse, un eccesso di preoccupazione per il figlio ragazzino. La separazione della coppia dopo anni di litigi e burrasche domestiche, viene osservata da Gabriel con naturale dispiacere e con una maturità che sicuramente manca ai genitori. Costretto dall’apprensiva madre ad essere perennemente accompagnato (sia a scuola che a trovare il padre) dalla primitiva ragazza (pelosissima, in difficoltà davanti alla lingua inglese, intimorita dal traffico metropolitano) alla pari (limitazione che nessun coetaneo deve subire) il ragazzo gestisce con assoluta intelligenza se stesso, riconducendo anche i genitori ad un senso di realtà maggiore che li riavvicina così da concludere con un classico “lieto fine” il romanzo.
Ritratto di una generazione, perdente nelle sue forme più estreme, che ha profondamente segnato, nel male e nel bene, il costume e la società contemporanei, e che ha saputo, con tutti i limiti e l’improvvisazione che le sono stati e le sono tuttora tipici, rimettere in primo piano il valore prezioso della fantasia e della creatività.

Il dono di Gabriel di Hanif Kureishi
Titolo originale: Gabriel’s Gift
Traduzione di: Ivan Cotroneo
235 pag., Lit. 27.000 – Edizioni Bompiani (Narratori stranieri)
ISBN 88-452-4842-9


Le prime righe

Capitolo primo

“Scuola. Come andata oggi?”
“Imparare mi fa sentire ignorante,” rispose Gabriel. “Ha telefonato papà?”
Oltre al fatto che non sapeva dove fosse finito suo padre, qualcosa di strano stava accadendo al tempo atmosferico nel quartiere in cui viveva Gabriel. Quella mattina, quando era uscito per andare a scuola con Hannah, era caduta una leggera pioggia primaverile, ed era autunno.
Prima che raggiungessero i cancelli della scuola, uno strato di neve si era posato sui loro cappelli. A ora di pranzo, nel cortile, i raggi caldi del sole, improvvisamente brillante come una gigantesca lampada, erano stati così forti che i bambini avevano dovuto giocare in maniche di camicia.
Nel tardo pomeriggio, mentre lui e Hannah si affrettavano verso casa lungo il limitare del parco, Gabriel si accorse che le foglie nel parco si sollevavano dal terreno e fluttuavano verso gli alberi da cui erano cadute, dove si riunivano ai rami prima di ridiventare verdi.
Con la coda dell’occhio, Gabriel notò qualcosa di ancora più strano.
Dalle giunchiglie in fila sollevarono le teste e le fecero ricadere, come ballerine che si inchinano alla fine di una rappresentazione. Quando una di esse gli fece l’occhiolino, Gabriel si guardò intorno prima di afferrare la mano pelosa di Hannah, cosa che era sempre restio a fare, specialmente se qualche suo amico si trovava nel raggio visivo. Ma oggi era diverso: il mondo stava impazzendo.
“Si è fatto vivo?” chiese Gabriel.
Hannah era la ragazza straniera alla pari.
“Chi?” disse lei.
“Mio padre.”
“Certo no. Andato via. Andato.”
Il padre di Gabriel aveva lasciato la casa, dietro invito di sua madre, tre mesi prima. Stranamente, erano passati alcuni giorni da quando aveva telefonato l’ultima volta, e almeno due settimane da quando Gabriel lo aveva visto.
Gabriel decise che appena rientrato avrebbe disegnato le giunchiglie che facevano l’occhiolino, per ricordarsi di raccontarlo a suo padre. Suo padre amava cantare o recitare poesie. “Belle giunchiglie, piangiamo a vedervi/sparire tanto in fretta…” avrebbe canticchiato mentre camminavano.
Per suo padre, i negozi, i marciapiedi e le persone erano vivi come la natura, anche se avevano maggiore interesse umano, e mutavano in continuazione, come gli alberi, l’acqua o il cielo.

© 2001 RCS Libri


L'autore

Hanif Kureishi è nato in Inghilterra nel 1954, da padre pakistano e madre inglese. Ha iniziato presto a scrivere per il teatro vincendo nel 1980 il Thames Playwright Award con la commedia The Mother Country. Ha scritto le sceneggiature di due film e nel 1991 ha diretto il suo primo film London Kills Me. Ha scritto Il Budda delle periferie, il romanzo The Black Album, Mezzanotte tutto il giorno e Da dove vengono le storie?

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




5 ottobre 2001