Petra Hammesfahr
Il seppellitore di bambole

“I piccoli paesi hanno le proprie leggi. Succedono cose che non si lasciano trapelare all’esterno. Spesso si conoscono gli scheletri nell’armadio del proprio vicino di casa e lo si aiuta a tenerli nascosti. Dopodiché ognuno se ne lava le mani e si passa una spugna su tutto. Ma tutto questo Ben non l’avrebbe capito.”

Petra Hammesfahr è una donna molto determinata. Scrive da circa trent’anni, ma solo una decina di anni or sono (dopo più di 150 rifiuti!) è riuscita a pubblicare il primo racconto, uscito su una rivista assolutamente “anomala”, ma che ha dato spazio a molti dei migliori autori del Novecento: Playboy. Da lì è nata la sua fortuna editoriale. In Italia ancora non ne conosciamo la produzione, che include esclusivamente thriller, perché Il seppellitore di bambole è il primo romanzo tradotto nella nostra lingua, ma l’esordio è quanto mai promettente. Un libro per chi ama storie incentrate sulla figura di un serial killer, dove predomina la suspense e che nasconde un finale inaspettato.
Protagonista un ragazzo, Ben, con un grave handicap mentale che lo porta a ragionare e comportarsi come un bambino. Attorno alla sua personalità e al rapporto con la madre ruota gran parte della storia. L’autrice dimostra in ogni modo la sua simpatia per questo ragazzone che ha passato l’infanzia a seppellire pezzi di bambola. Una simpatia con cui lo segue anche dopo, quando lo tratteggia adulto, con un comportamento ambiguo che pare indicare in lui una vena omicida. Ma sarà davvero così? Tutto il romanzo lascia il lettore in bilico tra certezze e supposizioni, tra preconcetti e malintesi. Quando scompaiono misteriosamente alcune ragazze (è l’estate del 1995), ma soprattutto quando Ben inizia a portare “in dono” alla madre Trude pezzi di stoffa insanguinati, il lettore comincia ad avere alcune perplessità, e la certezza che Ben sia un giovane “gigante buono” vacilla inesorabilmente. Abbiamo a che fare con un killer seriale? In fondo il lettore spera sempre in un altro colpevole perché la figura di Ben, così intensamente tratteggiata da Petra Hammesfahr, non può che suscitare simpatia (e non stupisce lo scoprire che questo bambinone è stata la creatura letteraria più amata dall’autrice). La voce narrante è quella femminile dell’Ispettore Capo Brigitte Halinger, alter ego della scrittrice, che racconta la storia da un punto di vista quasi materno, ma non per questo trascura di tratteggiare la psicologia sociale di una piccola comunità, i meccanismi che la regolano (spesso “perversi”) e le reminiscenze che la turbano, in una Germania ancora non del tutto liberata dai fantasmi nazisti.

Il seppellitore di bambole di Petra Hammesfahr
Titolo originale: Der Puppengräber
Traduzione di: Elisabetta Von Hoenning O’Carroll
363 pag., Lit. 32.000 – Edizioni Longanesi (La Gaja Scienza)
ISBN 88-304-1876-5


Le prime righe

PROLOGO

È RICRESCIUTA ormai un po’ d’erba su quella terribile estate che costò la vita a cinque persone. Se n’è parlato molto, discusso troppo, ci sono state liti e congetture, e sono state attribuite molte responsabilità. Vecchie ostilità si sono riaccese e amicizie solide si sono sciolte come neve al sole. In paese ognuno sapeva qualcosa, e tutti coloro che avevano taciuto fino ad allora parlarono quando ormai non c'era più nulla da fare.
Ho parlato con tutti quelli che potevano ancora dirmi qualcosa: ho ascoltato le loro dichiarazioni, le scuse e le giustificazioni stentate. Ho riconosciuto le loro mancanze e i loro errori. Ora desidero parlare per chi non era in grado di esprimere i loro sentimenti. Per Ben.
Non sarà facile, lo so. Non c’erano sempre testimoni a conferma dei fatti. Tuttavia, sono certa che le situazioni che nessuno ha potuto verificare si sono svolte più o meno come le racconterò. Per quale motivo un essere umano di intelligenza limitata dovrebbe modificare il suo comportamento proprio nei momenti decisivi?
Su di me, non c’è molto da dire. Sono stata il fanalino di coda, solo una figura di secondo piano dal ruolo ininfluente in un breve intermezzo e poi, all’atto conclusivo, l’Ispettore Capo Brigitte Halinger. Nell’estate del ’95 avevo quarantatré anni, ero sposata e madre di un ragazzo di diciasette anni. Probabilmente questo è il motivo per cui la mia è stata una posizione difficile: condividevo e condivido i sentimenti della madre, Trude Schlösser, e, anche se non approvo il suo comportamento, non mi sento di condannarla. Perché, alla fine, riuscì a superare i limiti della sua natura e si autodenunciò, incurante delle conseguenze che avrebbe subìto. Sono enormemente grata a Trude per la sua confessione. Solo grazie alla sua sincerità assoluta sono stata in grado di risolvere il caso e di rendere pubblica la storia di Ben. Perché deve essere resa pubblica. Forse, in tal modo, riuscirò a elaborare l’orrore che ho provato, forse riuscirò a non essere più tormentata dagli incubi che ancora mi strappano al sonno, anche dopo tutto questo tempo.
Nei miei sogni, lo accompagno nelle sue spedizioni nei campi. Bocconi, nascosta dai cespugli, con lui spio febbrilmente, con il binocolo, le ragazze. Guardo al di sopra della sua spalla, mentre inizia a spalare. Poi mi sveglio, madida di sudore, e mi chiedo come l’avrei giudicato se l’avessi incontrato nel corso di quelle terribili settimane, magari di notte e lungo un solitario viottolo di campagna.

© 2001 Longanesi Edizioni


L'autore

Petra Hammesfahr, nata nel 1951, si è dedicata alla scrittura a tempo pieno solo a partire dal 1991, quando ha pubblicato il suo primo libro. È autrice di sceneggiature per la televisione e per il cinema e di numerosi romanzi, grazie ai quali è riuscita a conquistarsi un vasto e attento pubblico in tutta Europa.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato




28 settembre 2001