Brady Udall
La vita straordinaria di Edgar Mint

“L’unica alternativa possibile era quella di scappare – e lì cascava l’asino. Scappare sì, ma dove? Avevo pensato di scappare in California, per cercare mia madre, ma la California, dovunque si trovasse, mi sembrava remota e irraggiungibile come la luna.”

L’autore, un giovane timido e gentile, ha scelto, dopo aver pubblicato raccolte di racconti e novelle alle quali sono stati attribuiti numerosi premi (lo “Short Short Fiction Contest” e l’“Henfield Prize” ad esempio), di cimentarsi nel romanzo. La suddivisione in capitoletti e la densità narrativa di ognuno di questi indica chiaramente l’attitudine dello scrittore alla composizione breve, ma non manca né armonia compositiva, né struttura coerente.
La vicenda vede come protagonista e narratore Edgar Mint che racconta la sua “straordinaria vita”. Straordinaria lo è diventata in seguito a un episodio drammatico, altrimenti sarebbe stata solo infelice e marginale, simile a quella di tanti bambini mezzosangue (la madre di Edgar è indiana) privi di una normale famiglia su cui contare. Il padre è un cowboy senza soldi, che si è dileguato alla sua nascita; la madre, a sua volta figlia di un alcolizzato, ancora giovanissima si è trovata caricata dal peso di un figlio non certo desiderato e si è data al bere. L’unico riferimento è la vecchia nonna, ma anche lei è già vittima di troppo dolore e solitudine. Questa è la situazione in cui esplode la tragedia: il furgone di un postino investe Edgar e gli “spappola” la testa. Miracolosamente sopravvissuto (l’investitore stesso crede di averlo ucciso), il bambino inizia un lungo peregrinare tra un’istituzione e l’altra che, tra sofferenze e senso di abbandono, lo vedranno crescere. L’ospedale che lo ha accolto morente, lo ha salvato e lo ha considerato una specie di miracolato, è l’unico luogo che (soprattutto nella persona del giovane medico che non cede al pessimismo e che viene licenziato dopo aver salvato il piccolo paziente) ricorda positivamente. La seconda istituzione che accoglie Edgar è una scuola destinata agli orfani che ospita bambini e ragazzi di varie età. L’orfanotrofio è un luogo di violenza: dagli ospiti ai responsabili tutti si muovono secondo logiche di sopraffazione e chi è più debole è in balia del più forte. L’ultimo passaggio fondamentale nella vita del protagonista è rappresentato dalla famiglia che accoglie in affido il ragazzino reduce da tante esperienze dolorose. Sono mormoni e rappresentano nelle abitudini di vita un aspetto meno noto della società americana tuttora però molto importante. Il rigore morale, la serenità apparente mostrano ben presto incrinature e la famiglia precipitano in una totale disgregazione. Edgar così, di nuovo solo, decide di compiere quello che sente un dovere morale: ritrovare il postino che anni prima lo aveva investito e che sicuramente lo ha creduto morto. Un viaggio per l’America che completa questo romanzo di formazione classico nella struttura, ma attualissimo nei contenuti e nelle situazioni presentate.

La vita straordinaria di Edgar Mint
Titolo originale: The Miracle Life of Edgar Mint
Traduzione di: Sergio Claudio Perroni
463 pag., Lit. 34.000 – Edizioni Bompiani (Narratori Stranieri)
ISBN 88-452-4845-3


Le prime righe

SAINT DIVINE’S

Il postino

Se potessi dirvi soltanto una cosa sulla mia vita, opterei per questa: a sette anni un furgone postale mi ha spappolato il cranio. Un evento formativo decisamente cruciale. La complessità della mia esistenza, infatti, caratterizzata soprattutto dal frequente vacillare della mia mente e della mia fede in Dio, nonché dalla labilità del confine tra momenti di gioia e di sconforto, deriva in tutto e per tutto da quella scheggia di giorno estivo, quando la ruota posteriore sinistra di un furgone delle Poste schiacciò la mia testolina sul pietrisco nero della Riserva Apache di San Carlos.
Era una tipica giornata di luglio; dieci del mattino e colonnina di mercurio già verso i quaranta gradi, il mondo intero arroventato in un bagliore bianco e spietato. La nostra casa era particolarmente esposta al caldo, poiché, diversamente dalle altre case popolari del quartiere, era ancora ricoperta di carta catramata nera (il rivestimento non era mai stato applicato) e non aveva né alberi, né cespugli che filtrassero il sole. C’era soltanto, nel giardinetto d’accesso, un vecchio pioppo stroncato da un fulmine, misero scheletro d’albero che non era mai stato in grado di fornire la minima ombra. Poi mia madre aveva preso l’abitudine di addobbarne i rami bruciacchiati con delle lattine di birra appese a pezzi di lenza. Centinaia di lattine di birra – cui ogni giorno mia madre aggiungeva le decine del suo consumo quotidiano – che nelle giornate di brezza producevano un garbato tintinnio, ma che, quanto a ombra, ne facevano comunque ben poca.
Quel giorno, quando il postino si fermò davanti alla nostra casa, mia madre era rintanata nella cavernosa oscurità della cucina e stava dando fondo alla propria personalissima prima colazione (quattro lattine di Pabst Blue Ribbon e una manciata di cubetti di ghiaccio), mentre Nonna Paul, in gonna apache e felpa gialla con Topolino, era sotto il pergolato sul retro, a pestare ghiande cercando di non sudare. Io ero fuori da qualche parte, forse a frugare tra i rovi sul ciglio della strada o a tendere un’imboscata alle formiche rosse che uscivano dal formicaio, ma non penso che importi granché dove fossi o cosa stessi facendo.

© 2001 RCI Libri


L'autore

Brady Udall è nato in Arizona e oggi vive, con la sua famiglia, in Pennsylvania. Laureatosi in Inglese alla Birgham University, nel 1995 ha frequentato un master in Scrittura Creativa. Con i suoi racconti pubblicati su Go, Story e Esquire ha vinto, tra l’altro, il Short Short Fiction Contest e l’Henfield Prize. Nel 1997 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti, Letting Loose the Hounds, uscito anche in Inghilterra, Germania, Francia e Olanda.

Di Grazia Casagrande
e Giulia Mozzato



28 settembre 2001